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Il primato della polemica anti Cav. oscura Bersani e illumina CDB

28/05/2009

Roma. A meno di due settimane dal voto,  quando la campagna elettorale si fa dura, il Partito democratico abbandona le ultime resistenze e s’inchina dinanzi al primato della polemica sui privati comportamenti di Silvio Berlusconi. “Fareste educare i vostri figli da quest’uomo?”, domanda Dario Franceschini. “Chi guida un paese – insiste il segretario del Pd – ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi”.
Dopo una prima fase di incertezza e nonostante l’aperta diffidenza di molti, che nei giorni scorsi avevano invitato a insistere sulla crisi economica, evitando uno scontro incentrato sulla persona del presidente del Consiglio e sulla sua moralità, la linea del Pd ormai è decisa. E a tracciarla è Repubblica, con la sua martellante campagna sul “caso Letizia” e le sue famose dieci domande riprese ormai dalla stampa di tutto il mondo, dallo spagnolo el País al britannico Financial Times.
“Io non sono, com’è noto, un fanatico simpatizzante di Repubblica”, dice Massimo D’Alema in un’intervista data ieri proprio a Repubblica Tv. “Ma senza dubbio – prosegue – in questo caso Repubblica ha svolto un ruolo importante per la coscienza civile del paese, con grande rigore giornalistico e con grande forza morale”.
L’importanza del ruolo svolto dal giornale di Carlo De Benedetti non si può discutere. Discutibili sono semmai le conseguenze che tale influenza avrà non tanto sul risultato del Pd alle prossime elezioni, quanto sul congresso di ottobre, il primo vero congresso di un partito che deve ancora prendere decisioni fondamentali sulla sua collocazione, sul suo progetto e sulla sua stessa identità. D’Alema dice che a occuparsi del congresso in campagna elettorale si finisce per fare male l’uno e l’altra, ma ripete anche di avere “apprezzato” la candidatura alla segreteria di Pier Luigi Bersani. Una scelta utile a tutto il Pd, perché avrebbe trasmesso all’elettorato il messaggio che “la sinistra non si è messa in disparte”. Detto questo, però, ora tutto il Pd è impegnato a battersi “per un risultato che argini Berlusconi e per offrire un’alternativa possibile… dopo vedremo, ma non ci faremo dettare dai giornali la linea e le leadership”.
E’ un fatto incontrovertibile, però, che fino a quando su tutti i giornali e nelle dichiarazioni di tutti i principali esponenti dell’opposizione in primo piano è stata la crisi economica, il ruolo e la stessa presenza di Bersani nel dibattito erano assai più evidenti. Ed è un fatto non meno incontrovertibile che a dettare questo cambiamento di linea – dalla crisi economica alla “crisi dei valori” – sia stato per l’appunto un giornale.
Anche all’indomani della precedente vittoria berlusconiana del 2001, peraltro, il centrosinistra guidato da Francesco Rutelli fu spinto su una linea di contrapposizione radicale dal celebre “urlo” di Nanni Moretti, al quale il giorno seguente Repubblica dedicava apertura di prima pagina e ben quattro – dicasi quattro – editoriali. “Con questi dirigenti non vinceremo mai”, disse Moretti (e ripeterono per anni fior di editorialisti). Eppure proprio De Benedetti, anni dopo, avrebbe esplicitamente rivendicato il suo ruolo nella scelta di Rutelli quale leader del centrosinistra. E dopo la lunga campagna girotondina, sarebbe stato ancora De Benedetti a indicare i leader ideali del nascente Partito democratico nello stesso Rutelli e Walter Veltroni. Con il ritorno di Repubblica sulla linea della contrapposizione radicale, valoriale e antropologica al berlusconismo, si torna dunque alla casella di partenza. Del resto, anche senza andare tanto indietro nel tempo e fermandosi alle ultime scelte del Pd, sul referendum come sul presidente della Rai (il giornalista di Repubblica Paolo Garimberti), è difficile vedere nella rivendicazione di autonomia dai giornali pronunciata ieri da D’Alema qualcosa in più di un auspicio, per un futuro ancora molto di là da venire. (il Foglio 28 maggio 2009)

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