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Il nuovo conformismo

27/06/2009

Tessere un elogio di “1.500 lettori” sul Foglio può apparire paradossale. Riproporre la critica di Enzo Forcella a una concezione del giornalismo come “quarto potere”, la sua ironia sui colleghi convinti di avere il potere di far cadere governi, mentre è in corso il più feroce scontro da molti anni a questa parte tra il presidente del Consiglio e il gruppo Espresso-Repubblica, può sembrare un’operazione come minimo azzardata. E poi, si potrebbe aggiungere, questo giornale non è forse stato fondato sul modello di un giornalismo tutto interno alla “classe dirigente” che il libro di Forcella mette sotto accusa? Domande che potrebbero però essere facilmente rovesciate, perché il vero paradosso è che il tema al centro di quel libro trovi spazio, oggi, soltanto sul Foglio e su un piccolo quotidiano di partito come Europa, dove da alcuni giorni è in corso un dibattito per molti versi analogo attorno alla funzione del giornalismo politico e alla non felicissima condizione in cui versa. 
Inevitabile dunque ripensare al libro di Forcella e alla sua ironia sul “quarto potere”, o per meglio dire su “coloro che lo esercitano per conto dei direttori e dei proprietari di giornale”. Eppure le cose sono molto cambiate, dal 1959 a oggi. Non perché a dettare la linea non siano ancora adesso, com’è naturale e giusto che sia, direttori e proprietari di giornale; ma perché nel frattempo, diciamo dal ’92 in poi, è venuto drammaticamente meno il potere politico, che ai tempi di Forcella era invece ben saldo, e si faceva sentire. Non c’è oggi segretario di partito che sia in condizione, volendolo, d’intimidire anche solo l’ultimo degli stagisti. Basta vedere il lessico, il tono, le categorie ormai invalse non solo negli editoriali, ma persino nelle brevi dedicate alla politica, e specialmente alla vita interna dei partiti. La terminologia è la stessa che si utilizza per i processi di mafia o le indagini sul terrorismo. I retroscena sembrano ormai una sceneggiatura del “Padrino”, in un fiorire di “capibastone”, “trame”, “clan” e “congiure”. Salvo quel segretario o dirigente che abbia la fortuna (chiamiamola così) d’incontrare il gradimento di direttori e proprietari di giornale, tutti gli altri sono invariabilmente descritti come appartenenti a una cupola mafiosa. E non si dica che questo è dovuto a una semplice evoluzione del costume o dello stile, che si sarebbe fatto soltanto più moderno e diretto, meno ingessato, più comprensibile e accattivante.
Basta guardare come gli stessi giornali trattano e interpretano le vicende – spesso anche meno edificanti – della vera oligarchia che comanda in questo paese, quella finanziaria, che non per nulla controlla tutti i giornali. Nessuna traccia, qui, di “capibastone” e di “clan”, tanto meno di manovre men che limpide, alla luce del sole e nell’interesse del paese. Industriali, banchieri e finanzieri sono sempre “illuminati”, e le loro dichiarazioni sempre scrupolosamente riportate. Mai che un articolo cominci con le parole: “Il banchiere Tizio avrebbe detto ai suoi”. Mai che qualcuno si azzardi a virgolettare il pensiero di un industriale o di un finanziere – salvo il caso in cui il finanziere in questione non sia un outsider che agli illuminati di cui sopra abbia pestato i piedi, s’intende, perché allora cade ogni distinzione, e si applica a lui lo stesso trattamento abitualmente riservato ai politici, ai terroristi e ai capi della criminalità organizzata.
La differenza fondamentale tra gli anni Cinquanta e l’ultimo quindicennio sembrerebbe essere tutta qui: allora c’era un diverso equilibrio, i cui difetti sono ampiamente testimoniati dal libro di Forcella, ma all’interno del quale il giornalista politico poteva trovare il modo di destreggiarsi. Oggi quell’equilibrio è saltato. E la retorica del “quarto potere”, del “cane da guardia”, del giornalista indipendente che non esita a denunciare lo strapotere di una “casta” che in realtà non conta più quasi niente è la vera faccia del nuovo conformismo dominante, che unisce berlusconiani e antiberlusconiani, senza significative distinzioni. Purtroppo. (il Foglio, 27 giugno 2009)

3 commenti leave one →
  1. 27/06/2009 21:04

    La stampa è come la politica, è ormai completamente autoreferenziale. Ogni giornalista e ogni direttore sanno esattamente quando un giornale “concorrente” sia uscito dalla decenza professionale ma…..no, commentano la porcheria e le reazioni alla porcheria come se fossero normali. La prossima volta ci sarà spazio anche per la loro porcheria, a parti invertite. Non è pazzesco che i cosiddetti “editori” italiani sostengano a mezzo stampa la loro robbbba, lo capisco. Il fatto è che gli interessi sono talmente intrecciati che qualunque cosa ormai li riguarda, e quasi ogni opinione espressa è viziata, o almeno sospetta di vizio. Questo rende il tutto, di fatto, inattendibile, e per tutto intendo il sistema informativo.
    Io di default non credo a nulla, e leggo non per sapere le cose ma per sapere cosa dicono.

  2. ilprimopasso permalink
    28/06/2009 19:06

    Come passa il tempo…

    http://ilprimopasso.wordpress.com

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