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Congresso liquido

14/07/2009

Roma. “Un partito non è un taxi, dove si paga la corsa e si scende”, dice Piero Fassino. “Il Partito democratico non è un autobus su cui fare un giretto”, dichiara Pier Luigi Bersani. “Il Pd non è un tram su cui si può salire all’occorrenza”, dice Giovanna Melandri. Nemmeno ventiquattro ore dopo il suo annuncio di voler correre alle primarie, insomma, l’esito sembra già scontato: Beppe Grillo resta a piedi.
Uniche due eccezioni, quelle di Ignazio Marino (“Nessuno può essere escluso a priori”, dice il senatore) e del giornalista Mario Adinolfi (“A norma di statuto Grillo non potrebbe candidarsi, chieda alla direzione una deroga e io voterò a favore”). Eccezioni che confermano la regola: l’uno e l’altro hanno scelto da tempo la linea dell’outsider in lotta contro lo strapotere degli apparati, entrambi fanno appello a un “popolo democratico” tradito dalle oligarchie e ansioso di riprendersi il suo partito. Il loro assenso alla candidatura di Grillo è dunque pienamente coerente con tale impostazione, per non dire scontato. E’ anche vero, però, che almeno finora le primarie non hanno mai premiato questa linea, confermando sempre con risultati schiaccianti di voto e di partecipazione, sia nel 2005 sia nel 2007, i candidati espressi dal gruppo dirigente (o dalla sua larga maggioranza).
Provocazione, boutade, barzelletta o comunque la si voglia chiamare, l’iniziativa di Grillo sottolinea però un problema da tempo al centro del dibattito congressuale: quello dello statuto, delle primarie e più in generale del modello di partito.
Roberto Gualtieri, eurodeputato del Pd, la mette così: “Dal punto di vista formale, la questione è semplice, perché fortunatamente Grillo ha deciso di candidarsi, e quindi di iscriversi, soltanto ora, mentre lo statuto dice che possono candidarsi gli iscritti entro la data di convocazione del congresso, dunque entro il 26 giugno”. E già questo è un bel paradosso, almeno a giudicare dai sospiri di sollievo che vengono dai sostenitori delle primarie: il partito aperto salvato dalle tessere.
(segue dalla prima pagina) Il principale ostacolo alla candidatura del comico, come conferma Maurizio Migliavacca, sembra essere proprio questo. Non essendosi iscritto entro il 26 giugno, assicura il responsabile organizzazione del Pd, Grillo “non ha i requisiti”. Il diretto interessato non sembra però molto persuaso, nega che nello statuto ci sia alcuna norma che gli impedisca di correre e si fa minaccioso: “Se troveranno che il terzo comma del quarto regolamento del quinto paragrafo bis del loro regolamento, che mi sono letto tutto e garantisco che non esiste, insomma se si inventeranno qualcosa, pagheranno le conseguenze”.
Fatto sta che se ci avesse pensato prima, come faceva notare Gualtieri, nessuno avrebbe potuto legittimamente impedirgli di correre per la leadership di un partito che nello stesso comunicato in cui annuncia l’intenzione di candidarsi definisce un “mostro politico”, la “stampella di tutti i conflitti di interesse”, un “soggetto non più politico, ma consortile, affaristico”, una “galleria di anime morte”. Dal punto di vista sostanziale, secondo Gualtieri, la vicenda dimostra pertanto le ultime conseguenze di una concezione del Pd come “partito degli elettori”. Concezione che ha portato “a questo statuto e a questo stato di cose”.
Non per nulla Gualtieri è schierato con Bersani, che da tempo ha messo al centro delle sue critiche alla precedente gestione del Pd proprio il modello di partito sin qui perseguito, anche con quello che i suoi sostenitori definiscono un “uso distorto” delle primarie. E non per nulla Stefano Ceccanti, schierato con Dario Franceschini, per respingere la candidatura di Grillo sceglie un altro argomento e un altro comma dello statuto. Quello secondo cui “sono esclusi dalla registrazione nell’Anagrafe degli iscritti e nell’Albo degli elettori le persone che siano iscritte ad altri partiti politici”. E così, secondo Ceccanti, “dato che i partiti politici sono quelle realtà associative che si presentano alle elezioni e dato che in più casi Grillo è stato promotore di liste in concorrenza col Pd… l’iscrizione dovrebbe essere rifiutata”. L’obiezione non sembra insuperabile (Grillo potrebbe obiettare di non essere iscritto ad alcun partito, avendo solo dato il proprio consenso all’uso del suo “marchio” per alcune liste civiche). Ma forse Ceccanti parla a Grillo perché altri intendano; altri ai quali il comma da lui citato si attaglia assai meglio. Da giorni, infatti, i radicali sono al centro di un’altra vertenza statutaria, che riguarda la legittimità della doppia tessera, sollevata dall’iscrizione al Pd di Mina Welby, e più in generale dal sostegno che il partito di Marco Pannella ed Emma Bonino sembra intenzionato ad assicurare a Ignazio Marino. (il Foglio, 14 luglio 2009)

5 commenti leave one →
  1. 14/07/2009 08:42

    Un partito totalmente aperto alla società, così come lo vollero gli estensori dello statuto, va bene fino a quando la società è d’accordo col partito, se la società non è più d’accordo col partito si sciolga la società!
    Altrimenti perché dire di no a Beppe Grillo? (preventivamente dico, certo che poi i rilievi di Gualtieri valgono).
    Se si crede che le primarie aperte a tutti siano un bagno salvifico contro le ingerenze degli “apparati” perché ora temiamo di bagnarci? Vanno bene solo le primarie impermeabili?
    Allora forse hanno ragione quanti dicono che le primarie aperte servono per decidere i candidati alle cariche pubbliche, ma che sono uno strumento fuorviante per un partito.
    Pare che per successione di ceffoni stiamo scontando tutte le ultime ubriacature, solo che le sbornie, anche se smaltite, lasciano sempre effetti nel profondo e una pessima impressione in chi ci guarda impegnati nei postumi.
    Certo è che se il nostro prossimo congresso si celebrasse sull’onda dei tormentoni mediatici sulla chiusura del PD, sulle sue primarie truccate etc., questo metterebbe come sempre in ombra contenuti e programmi e ci riconsegnerebbe come sempre al teatrino della politica.
    Se invece Grillo fosse tra i candidati il teatrino della politica scatterebbe automatico e il candidato con più profilo programmatico non avrebbe che da accentuarlo questo profilo per poter uscire dal teatrino.
    C’è poi da dire che rimango sconvolto dalla sicumera con cui Grillo crede di avere le soluzioni alla crisi italiana: più pannelli e wi-fi e meno inquisiti in parlamento.
    Io, sarà per carattere, lo sfiderei proprio su questa pochezza programmatica, su questa superficialità politica.
    E per ultimo mi chiederei: ma perché non si candida a segretario dell’Italia dei Valori?
    Forse perché quel partito, come tutti gli altri, i segretari li elegge in altro modo?

  2. bgeorg permalink
    14/07/2009 09:07

    faccio oziosamente presente che l’uso di un’interpretazione restrittiva del comma 3 articolo 9 in chiave antigrillo è potenzialmente devastante, perché non si applicherebbe solo ai candidati, ma anche a rigore a chi li sostiene. l’obiezione formalista a grillo quindi sarebbe decisiva anche contro tutti quelli che prendono la tessera dopo il 26. il che significa ovviamente caos totale (chi glielo spiega a marino?). chi di regolamenti idioti ferisce, meriterebbe proprio di perirne.

    • francesco cundari permalink
      14/07/2009 09:19

      Il suddetto comma recita semplicemente: “Possono essere candidati e sottoscrivere le candidature a Segretario nazionale e componente dell’Assemblea nazionale solo gli iscritti in regola con i requisiti di iscrizione presenti nella relativa Anagrafe alla data nella quale viene deliberata la convocazione delle elezioni”. Non mi pare ci sia molto da interpretare o discutere. Per quanto riguarda Marino, essendo iscritto da molto prima, per lui non c’è problema, se non che gli iscritti dopo il 26 (ed entro la data di chiusura del tesseramento) potranno ovviamente votarlo anche al congresso, ma non candidarsi o sottoscrivere candidature né alla segreteria né all’assemblea nazionale

  3. 14/07/2009 10:37

    A proposito di tessere cito volentieri il padrone di casa qui, che il 16 gennaio, sul foglio, spiegava che il sindaco di torino e il vicesegretario nazionale in carica non erano iscritti al partito: http://www.ilfoglio.it/soloqui/1714

    Tanto per ricordarci chi sta parlando di che cosa…
    E in generale trovo tutto questo desolante. Il fatto stesso che uno come Grillo faccia parlare di se a proposito della leadership del PD la dice lunga non su Grillo, ma sul PD.

  4. 14/07/2009 11:05

    Molto interessante. Nella stessa direzione mi permetto di segnalare questo mio post, incentrato in particolare sull’incompatibilità tra l’essenza di “partito” del PD e le regole organizzative che si è dato: in primis la possibilità che chiunque vi si possa iscrivere, di fatto indipendentemente dalla propria tendenza ideologica o opinione politica.

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