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La memoria e l’orgoglio

17/03/2010
Pochi argomenti sono stati e sono ancora oggi più intensamente dibattuti della storia e dell’identità della sinistra italiana, intesa (quasi sempre) come quella parte della sinistra che viene dal Pci. Cambiano le fortune dei soggetti che da quella storia provengono, cambiano il clima politico e le mode culturali, collane e riviste un tempo popolarissime passano dalle grandi vetrine alle bancarelle dell’usato, e cambia di conseguenza il punto di vista, il tono e l’intenzione di tanta letteratura. Ma non c’è passaggio d’epoca, rivolgimento politico, sociale o del costume che riesca a scalfirne la fortuna.
Alle origini di questa curiosa persistenza si potrebbero rintracciare molte ragioni, a cominciare dalla cura maniacale con cui il gruppo dirigente comunista si preoccupò di “storicizzare” se stesso sin dai suoi esordi. Una scelta figlia di una precisa cultura e di una chiara visione del mondo, di un modo di concepire se stessi e il ruolo del proprio partito nella storia del paese, ma anche di un lucido calcolo: un’operazione politica lungimirante, insomma, messa in atto con intelligenza e spregiudicatezza. Questo però non spiega molto la fortuna di oggi, e non risponde alla domanda centrale. E cioè se una simile, costante e indefessa attività di autocoscienza pubblica, peraltro quasi sempre fortemente autocritica, rappresenti per la sinistra un segno di forza o un sintomo di debolezza, l’estremo lascito di un’antica egemonia o invece l’ipoteca di una fragilità strutturale. Se non sia alla fine il segnale di un’irrequietezza dovuta a una troppo debole percezione di sé, a un’insicurezza di fondo. Insomma, ancora una volta, a un’identità irrisolta (certo, se così fosse, la si potrebbe considerare come la prova definitiva contro la validità terapeutica dell’autoanalisi).
Ancora in questi giorni, sulla stampa, la manifestazione di sabato in piazza del Popolo ha rilanciato la discussione sull’identità del Partito democratico, che a molti osservatori in quella piazza è apparso smarrito, tra radicali, dipietristi, popolo viola e sparsi resti della sinistra radicale. A testimonianza dell’attualità di quella “questione identitaria” che del resto ha letteralmente perseguitato il Pd sin dalla sua nascita.
Curiosamente, però, tanto sui giornali quanto nella vasta letteratura memorialistica, storica e pamphlettistica in materia, la soluzione di continuità avvenuta con il passaggio dai Ds al Pd sembra essere stata appena avvertita. Può darsi che la ragione stia semplicemente in un classico fenomeno di “conservatorismo dell’argomentazione”, e che il tempo faccia giustizia degli anacronismi di simili ricostruzioni, in cui nulla è ancora mutato nel classico schema del confronto tra passato e presente, tradizione e attualità, dove però la tradizione con cui fare i conti – salvo rare eccezioni – è sempre e solo quella del Pci. Una distorsione che i cattolici potrebbero additare come simbolo dell’antica e mai dismessa pulsione “egemonica” degli ex diessini; che i critici di parte ex o neocomunista (o neosocialista) potrebbero sottolineare come dimostrazione dell’inconsistenza delle basi politico-culturali e in definitiva dell’innaturalezza dell’unificazione tra Ds e Margherita; che i veltroniani potrebbero infine esibire come prova di quel male oscuro da loro costantemente denunciato quale vera causa di tutti gli insuccessi della precedente segreteria, e cioè la persistenza del vecchio, degli apparati e delle loro identità (in questo caso di una in particolare, d’altronde sempre a una si riferiva anche Walter Veltroni). Ma proprio al primo segretario, e più in generale al modo in cui fu gestita e impostata la nascita del Pd, si potrebbe rimproverare l’esito paradossale di tanta ansia di nuovo: la memoria umana consente, e infatti ha consentito eccome agli eredi del Pci, aggiustamenti, deformazioni e strumentalizzazioni del passato ai fini del presente; non ammette, però, il vuoto. La pretesa di fare qualcosa di “completamente nuovo” non era pertanto solo filosoficamente ingenua, ma praticamente inapplicabile. Ciascuno, al momento di tracciare un bilancio individuale o collettivo, è istintivamente rifluito verso la storia e la genealogia che gli erano più familiari, senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno. L’assenza di una narrazione canonica ha lasciato spazio alla libera ricostruzione di protagonisti, osservatori e avversari, che quello spazio vuoto non hanno tardato a occupare. Una volta spazzato via dalla catarsi delle primarie veltroniane l’unico autonomo tentativo di dare un qualche senso storico alla nascita del nuovo partito (la retorica dell’incontro tra le grandi tradizioni popolari, i tre maggiori filoni del riformismo, le principali culture politiche…), il sogno utopistico del partito immacolato, vergine di ogni impuro contatto con i compromessi e con gli errori del passato, si è trasformato ben presto nell’incubo di una nave di carta esposta a tutti i venti e a tutte le correnti della storia, e persino della più misera cronaca di ogni giorno, priva di punti di riferimento su cui orientarsi, di precedenti cui richiamarsi, di un qualsiasi “metro campione” su cui misurare le proprie scelte e le proprie parole.
La tiritera sulla fine delle ideologie, la fine della storia, la fine delle certezze, l’epoca dell’incertezza e l’incertezza dell’epoca è divenuta ormai insopportabilmente molesta, e come quasi tutti i luoghi comuni finisce per risultare al tempo stesso ovvia e sbagliata (non foss’altro perché è essa stessa, a tutti gli effetti, un’ideologia). Nessuno può ragionevolmente predicare il ritorno agli cinquanta, ma questo non può tradursi in una sorta di obbligo sociale a dichiare l’attuale il migliore dei mondi possibili, così com’è e senza discussioni. Giustamente, il suo libro attorno all’identità della sinistra italiana, pubblicato da Fazi, Gianni Cuperlo lo ha intitolato “Basta Zercar”, basta cercare. Lo spunto glielo ha dato il ricordo delle illuminanti parole di un operaio triestino: “Xè inutile far polemica col partito… gavemo un statuto, no? E te sa perché el se ciama statuto? Perché dentro sta-tuto. Basta zercar”.
Impossibile trovare oggi un militante della sinistra che conservi un’analoga, incrollabile fiducia. E che questo rappresenti un progresso nessuno può ragionevolmente metterlo in dubbio (tanto meno chi abbia anche solo un’approssimativa conoscenza dello statuto del Pd). Ma che ci sia nonostante tutto ancora e sempre qualcosa da cercare alle proprie spalle, è anche questa una pulsione arcaica e irrazionale? O non c’è forse un nesso tra il racconto della “generazione dei traslochi” fatto da Cuperlo – un gruppo dirigente sempre impegnato a riempire scatoloni, dal Pci al Pds, dai Ds al Pd – e lo spettacolo andato in scena sabato a piazza del Popolo? Una manifestazione riuscita, senza dubbio. Un successo insperato, d’accordo. Un importante segnale di unità, si capisce. Il primo passo nella costruzione di un’alternativa dopo tante lacerazioni, indiscutibile merito del paziente lavoro di Pier Luigi Bersani, che quella manifestazione ha voluto, convocato e organizzato. Per poi vederla annunciare su giornali e telegiornali, però, come la grande manifestazione del “popolo viola”. Pazienza, si dirà. Ma anche questi dettagli danno un’idea di precarietà. Pensando a quegli scatoloni sempre in movimento, Cuperlo ne trae comunque una considerazione positiva: “Noi da vent’anni siamo in balia dell’emergenza e sospinti verso terre sconosciute. Anche per questo abbiamo smesso di somigliare a un partito come gli altri. Noi siamo la protezione civile della sinistra italiana”. Ma la sua stessa metafora, alla lunga, evoca un’immagine molto meno dinamica, e persino un po’ claustrofobica: dirigenti con gli scatoloni aperti sulla scrivania, sembra quasi di vederli, sempre fermi lì. Una vecchia foto tra le mani, un sospiro profondo, tanta nostalgia. Ma Cuperlo non sarebbe d’accordo, e nel libro infatti mette le mani avanti: “Nostalgia? No, per nulla. Ma un senso di vuoto verso quello spirito di comunità pensante e appassionata, questo sì. Perché a furia di traslocare, tutto è divenuto compresso, istantaneo. Come se il consumismo si fosse divorato pure noi”. 
Ma d’inconfessata nostalgia abbonda anche un altro libro uscito di recente, opera di un ex dirigente e parlamentare comunista, Alberto Provantini, ora vicedirettore dell’Istituto Gramsci. Una nostalgia che traspare sin dal titolo: “Cari compagni… fraterni saluti” (Rubbettino). “Provo a scrivere così come iniziava e si concludeva ogni lettera che ho scritto o che mi hanno scritto da quando entrai nel Pci: Cari compagni… fraterni saluti”, dice Provantini. E anche lui comincia il suo racconto da uno dei tanti traslochi di questi anni, l’ultimo congresso dei Ds, a Firenze. E ricorda come gli stessi Ds fossero nati in fondo soltanto dieci anni prima, tra discussioni e celebrazioni non meno solenni: nientemeno che gli “stati generali della sinistra” (ma in breve, osserva impietosamente, rimasero solo i generali). Unico intervento di quel congresso che fece davvero discutere fu quello del leader dei Cristiano sociali, Ermanno Gorrieri, che suscitò vibranti proteste chiedendo che nel nuovo partito, affinché ciascuno potesse sentirsi a casa propria, la si smettesse di chiamarsi “compagni”. E il giorno dopo, concludendo i lavori, dovette intervenire lo stesso Massimo D’Alema, per chiarire che non era il caso di andare così in là con le innovazioni.      
Nel Partito democratico il problema è stato risolto nell’unico modo sensato in cui poteva essere risolto: ognuno si chiama come preferisce, senza farla tanto lunga. Del resto, anche nel Pci, sentirsi chiamare “compagno” non era sempre un buon segno. “C’era un passaggio delicato tra la fase della scelta delle candidature operate dal gruppo dirigente e l’avvio della procedura pubblica di consultazione”, ricorda Provantini, ripensando alle sue prime esperienze di dirigente e amministratore locale in Umbria. “Era il momento in cui il segretario ti chiamava per un colloquio a due che si svolgeva nella sua stanza”. Ma tutto si capiva capiva aprendo la porta ed entrando in quella stanza. “Se il segretario ti accoglieva chiamandoti per nome, potevi sederti tranquillamente: sicuramente ti proponeva una promozione”. Se invece ti chiamava per cognome, potevi sederti ma “con accortezza”, perché stava per proporti uno spostamento. Ma se il segretario ti chiamava “compagno”, o peggio “caro compagno”, allora “potevi chiudere la porta e tornartene a casa, perché ti avevano fatto fuori”. 
Oggi non è più tanto semplice, nemmeno a livello locale. Tanto meno a livello locale, si potrebbe dire, come gli stessi dirigenti del Pd hanno imparato a proprie spese, considerate le convulsioni che hanno accompagnato la scelta dei candidati per le regionali.
Il racconto di Provantini parte dunque dal IV e ultimo congresso dei Ds. E cioè dal 2007, dal suo viaggio in treno verso Firenze, che lo spinge a tornare con la memoria al 1956, al primo congresso della sua vita, l’VIII congresso del Pci (mica uno qualsiasi). Eppure non tradisce la minima ironia, Provantini, nell’accostare le immagini degli interventi di Palmiro Togliatti e Concetto Marchesi, a Roma, a quell’ultimo congresso diessino di Firenze, al “Pala Mandela”. Ma quelle due parole, “Pala Mandela”, poco dopo Togliatti e Marchesi, tra i cari compagni e i fraterni saluti, fanno ugualmente effetto. L’autore sembra non percepire nemmeno la stonatura, chissà se per noncuranza o per indulgenza. Ma la stecca arriva lo stesso all’orecchio. A poche righe dal nome del grande latinista che interveniva in difesa di Stalin parlando di Tacito e di Tiberio, quelle due parole spuntate lì all’improvviso, non si sa da dove, fanno pensare al film di Nanni Moretti, “Bianca”. E accanto alla figura severa di Concetto Marchesi si staglia quella del professore dell’Istituto “Marilyn Monroe”, mentre in classe accende il juke box e comincia la sua lezione su Gino Paoli.
A scanso di equivoci: nessuno discute l’importanza di Nelson Mandela, la sua grandezza, il valore anche simbolico della sua vicenda. D’altra parte, sicuramente, nemmeno Moretti aveva nulla contro Marilyn Monroe, o Gino Paoli, non è questo il punto. Ma tornano in mente le parole di Cuperlo: “Come se il consumismo si fosse divorato pure noi”. Chissà se qualche studioso, da qualche parte, ha già coniato la definizione di “consumismo simbolico”. Probabilmente tornerebbe utile.
“Non si manipola la propria storia per una manciata di voti”, diceva Giorgio Amendola, rispondendo su Repubblica a Eugenio Scalfari che esortava il Pci a “rifiutare nettamente il leninismo”, nel 1978. “Sarebbe un’offesa alla coscienza dei militanti e, soprattutto, un’operazione ipocrita verso il paese – proseguiva Amendola – queste operazioni le fanno gli avventurieri della politica, ma non un grande partito che deve costruire la propria credibilità su basi certe”. E’ evidente che aveva ragione Scalfari, nel merito, alle soglie degli anni Ottanta. Quella replica fa però lo stesso una certa impressione, a ripensarci oggi.
“Se tutto si riassume in un futuro senza memoria e nell’innovazione senza merito, ci sarà sempre uno più giovane dell’ultimo giovane prescelto”, scrive Cuperlo. Nella prefazione al libro di Provantini, dopo avere sintetizzato il messaggio del libro nella “sacrosanta richiesta”, rivolta dall’autore ai suoi “compagni”, di ristabilire “un rapporto sensato tra presente e passato, senza il quale non si può ambire a un ruolo autonomo nel futuro”, Giuseppe Vacca ricorre ai classici per dire qualcosa di simile. “Una generazione – scriveva Gramsci – può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente… Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesca a vederne la grandezza e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente”. Giustamente Vacca parla di un rapporto “sensato” tra presente e passato, non “giusto” o “veritiero”. Va bene anche falso, verrebbe da dire, purché non fasullo. Altrimenti, a forza di fare tabula rasa, il pericolo maggiore non è tanto che i “giovani” dirigenti e militanti della “nuova” sinistra smettano di chiamarsi e di riconoscersi l’un l’altro come “cari compagni”. Ma che tra di loro, nella fretta e nella confusione di tanti traslochi, inseguiti e dispersi tra sempre nuovi “popoli” – il popolo viola, il popolo delle primarie, il popolo dei girotondi – non rimangano più nemmeno i “fraterni saluti”. (il Foglio, 17 marzo 2010)
2 commenti leave one →
  1. 17/03/2010 20:02

    Chapeau!

  2. 19/03/2010 10:42

    tutto chiaro e condivisibile, tranne il fatto che scalfari avesse ragione.
    se per leninismo si intende un’impostazione di metodo scientifica della politica volta a lavorare sui rapporti di forza nella società, con la finalità, per dirla con Gramsci, ” di un passaggio molecolare dei diretti ai gruppi dirigenti” (parla della società, non del partito) allora mi pare proprio una di quelle cose che mancano al PD. magari la principale.

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