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Quando il Psi faceva la danza della grandine

15/04/2010
Una grandine incessante batte da almeno vent’anni su partiti, ideologie e culture politiche tradizionali della Repubblica. Di conseguenza, per chi di questi argomenti voglia discutere razionalmente, il terreno si è fatto decisamente inospitale. Figurarsi per chi voglia discutere della cultura politica del Psi, un partito che nemmeno esiste più, e del Psi di Bettino Craxi, per giunta. A tentare ugualmente è oggi Bruno Pellegrino, che di quella stagione, oltretutto, è stato partecipe dirigente, e non pentito. Il libro, edito da Guerini e Associati, s’intitola “L’eresia riformista – la cultura socialista ai tempi di Craxi”.
Sul Corriere della Sera, con piena adesione alle tesi del libro, Pierluigi Battista così ha sintetizzato la contraddizione che emerge dalla ricostruzione di Pellegrino: “Proprio quando, con la caduta del muro di Berlino, la guerra culturale riformista sembra prendere il sopravvento sulla cultura di derivazione comunista, sempre più esausta, ossificata, senza più nessuna fiducia in se stessa, le convulse vicende politico-giudiziarie segnano un paradosso: la scomparsa dei riformisti e la contestuale vittoria nella sinistra di chi, ingiuriato il riformismo fino a un minuto prima, ha cominciato a farsene all’improvviso interprete e vessillifero (insincero)”. La tesi non è nuova. Oggi però si presta a una facile replica, nel momento in cui gli eredi del Pci sono accusati non già di avere usurpato la tradizione socialista, ma al contrario di averla ripudiata per il Partito democratico. E le due accuse insieme non stanno: se i post-comunisti si riconoscessero colpevoli di entrambe le accuse, si potrebbe dire che con la scelta del Pd abbiano infine rimesso le cose a posto, mollando il maltolto. E se poi quel patrimonio nessun altro lo ha raccolto, potrebbero replicare, vuol dire che l’accusa dei socialisti era anche un alibi, che la tradizione del socialismo riformista non è caduta vittima dell’egemonia post-comunista, ma è spirata da sé. E probabilmente è proprio per questo che i suoi rappresentanti si sono trovati indifesi dinanzi ai colpi della magistratura, della stampa e degli avversari politici, all’inizio degli anni Novanta. Prime vittime sacrificali di quella grandinata che ancora oggi martella il nostro dibattito pubblico.
L’autore però non trucca le carte, e proprio la sua asciutta, rigorosa, serena ricostruzione sollecita letture diverse. Nel ripercorrere gli anni dal 1976 al 1979, per esempio, e nello scorrere l’interminabile elenco dei più bei nomi della cultura progressista che affiancano Craxi nella sua battaglia per l’egemonia, con tutto il fiorire di appelli, convegni e iniziative che lo circondano, non si trova forse la migliore smentita delle interpretazioni vittimistiche di un’egemonia comunista sulla cultura che il Psi fu allora perfettamente in grado non solo di combattere, ma persino di rovesciare? E se tanti di quei bei nomi si sono poi trasformati nei più duri critici del Psi, o hanno comunque trovato casa tra i suoi più feroci avversari, ciò non significa per l’appunto che quella battaglia era aperta, che ha avuto esiti alterni, e che alla fine, semplicemente, fu persa? E non è forse proprio l’evoluzione della cultura socialista promossa dal gruppo dirigente craxiano, puntualmente ricostruita nel libro, che finisce per lasciare sul terreno dell’innovazione permanente il cuore stesso della sua tradizione?
Le battaglie culturali dei socialisti di Craxi, almeno nella loro prima fase, appaiono oggi fondate su ragioni indiscutibili, dalla battaglia in difesa del dissenso nei paesi dell’Est a quella, in Italia, per un socialismo antidogmatico e pienamente democratico (dunque inconciliabile con il leninismo, comunque declinato). Ma per quanto riguarda tante delle successive “intuizioni anticipatrici” raccontate da Pellegrino, che sarebbero poi tornate in auge con Tony Blair e con gli stessi Ds, bisognerebbe capire bene che cosa “anticipavano”. Non si tratta solo di riforme istituzionali, concezione del partito e della leadership, e americanismi consimili. Da questo punto di vista, l’unico difetto del libro è forse la mancanza di un’analisi più distaccata del lessico e delle “contaminazioni” via via affermatisi nel Psi (un’analisi che forse dovrebbe partire proprio dal lessico, dalla storia e dalla cultura politica di tanti di quei bei nomi che inizialmente lo affiancarono). Dalla lotta al “consociativismo” Dc-Pci ai convegni su etica e politica, dall’enfasi sui “valori” più che sugli interessi fino al convegno del 1986 in cui si assume l’idea “liberaldemocratica” secondo cui “le società moderne possono essere interpretate in larga misura come esito di scelte libere e razionali degli individui che la compongono”. Siamo sicuri, insomma, che la grandine che avrebbe spazzato via il Psi, e che ancora oggi spazza il terreno del nostro dibattito pubblico, non sia stata (anche) un prodotto di quelle stesse battaglie, di quelle stesse “intuizioni anticipatrici”? (il Foglio, 15 aprile 2010)
2 commenti leave one →
  1. Ciro Imperato permalink
    17/04/2010 11:07

    Articolo almeno parzialmente condivisibile. La risposta alla domanda finale è senza dubbio: SI

  2. Ivo permalink
    18/04/2010 13:11

    Penso che quanto scritto si frantumi fragorosamente di fronte ad un’analisi che superi di poco i confini nazionali. Se infatti ampliamo lo spazio di studio anche agli altri paesi europei vedremo che quanto accaduto in Italia non si è ripetuto (neanche lontanamente) in nessun altro Paese. Quindi ritenere che “la tradizione socialista-riformista sia spirata da sè” mi sembra almeno fuori luogo. Se mi sbaglio spieghi concretamente il perchè. Ripeto, in nessun altro Paese ciò è avvenuto, eppure i vari partiti aderenti al PSE si sono ben riformati anche in altri luoghi.
    Ritengo invece che, come scritto da Battista, la “dipartita” del PSI e l’assimilazione dei valori riformisti da chi riformista fino a poco prima non era sia riconducibile ad una classe di politici sempre in grado di cogliere, con grande furbizia, le occasioni che capitavano loro; ponendo in secondo piano la questione valoriale.
    In poche parole, le due accuse di cui lei parla e che ritiene non possano stare insieme, bene invece stanno se si analizza quanto successo con la chiave di lettura sopra detta (sopravvivere anche a costo di gettare al vento i valori prima proposti). Ed è in questa chiave di breve periodo che anche il progetto del PD, come prima successo con l’assimiliazione dei valori riformisti, va visto: un mezzo per riuscire ad intercettare consensi al costo di rinnegare il proprio passato. Come non pensare da ultimo alla fuoriuscita dal PSE.
    Non mi stupirei se, solamente in Italia, qualcuno per superare la sconfitta storica di una intera generazione di poltici un giorno dicesse che il socialismo riformista è spirato da sè e che quindi bisogna guardare oltre, creare una nuova realtà, dimenticare la propria storia… Ma forse questo è già successo…
    Infine per quanto riguarda la sua domanda, ritengo che il PSI, avesse in parte intercettato il bisogno di cambiamento e che però non sia stato in grado di dare risposte valide. Ma la domanda che io pongo è: perchè se il PSI e il PCI sono scomparsi, tanto non è avvenuto per i maggiori esponenti del PCI? Forse che siano loro ad aver prodotto (ad esempio con il giustizialismo) parte di quella grandine di cui lei parla?

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