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Memento Togliatti

15/05/2010
Può fare strani effetti rileggere un classico come le “Lezioni sul fascismo” di Palmiro Togliatti, appena ripubblicato da Einaudi con il titolo filologico di “Corso sugli avversari”. Può suggerire un paragone, per esempio, con le riflessioni sugli avversari che occupano la sinistra di oggi. E così la prima sensazione rischia di essere l’invidia per il rigore metodologico, la serietà scientifica e la libertà intellettuale della scuola leninista di Mosca, e del Comintern staliniano degli anni Trenta, a paragone del clima che si respira da noi di questi tempi.
Uno dei primi a riconoscere il valore di quella riflessione, com’è noto, fu Renzo De Felice, che ne apprezzava l’analisi del fascismo “sotto il profilo più importante e caratteristico di regime reazionario di massa”, e ne lodava persino il “modello metodologico che può benissimo essere applicato anche ad una ricerca di tipo storiografico e non solo ad un’analisi politico-pratica”. Per De Felice “tra i contemporanei l’unico che comprese la grande importanza delle organizzazioni di massa fasciste fu Palmiro Togliatti”. E nella famosa “Intervista sul fascismo” lo storico osservava persino di aver ritrovato nelle lezioni togliattiane, pubblicate per la prima volta nel 1970, alcune delle “affermazioni centrali” della sua opera sul regime. “Però non vi è stato nessuno – aggiungeva – che, sia pure en passant, abbia notato questo ‘strano’ fatto”.
Come ricorda Francesco Biscione nell’ampio saggio che chiude il volume, infatti, i lavori di De Felice “finivano necessariamente per conferire uno spessore e una complessità al fascismo che alcuni settori storiografici antifascisti, in parte legati alla tradizione resistenziale azionista e attivi negli Istituti per la Storia della Resistenza, ritenevano potessero costituire una pericolosa concessione al vecchio nemico…”. E così si spiega come mai “anche le ‘Lezioni sul fascismo’, testo indubbiamente militante ma impegnato nell’analisi dei complessi gangli che legavano il fascismo alla società e alla storia italiana, trovassero un’accoglienza tiepida, e talora fredda, in quei medesimi settori culturali che avevano iniziato un’aspra contestazione del lavoro storiografico di Renzo De Felice”.
La tentazione del confronto con l’attualità si fa dunque irresistibile non solo per quanto riguarda il testo, ma anche per la storia della sua ricezione: da tempo, in Italia, persino il semplice tentativo di partire da una valutazione realistica circa la forza, il consenso e il radicamento degli avversari basta a scatenare la caccia alle streghe, le accuse di tradimento e di congiura, presso gli ultimi custodi di certe tradizioni e di certi “settori culturali”. Anche per questo il carattere didattico, il tono pedagogico e didascalico, lungi dal costituire un difetto, rappresentano forse il pregio maggiore del libro, almeno per l’Italia di oggi. E i dirigenti del Partito democratico farebbero bene a metterlo subito tra le letture obbligatorie di ogni iscritto, prima che la lettura quotidiana di certi giornali di area li rendano definitivamente impermeabili a simili analisi, per il passato come per il presente. Convinti magari, come tanti a suo tempo del fascismo, che il berlusconismo non sia altro che la conseguenza di una “malattia morale” dell’Italia, una febbre dell’anima comunque destinata a passare, una parentesi nella storia della Repubblica; o che il berlusconismo sia semplicemente la “rivelazione” dei mali storici del nostro paese, della sua arretratezza, del suo mancato sviluppo, se non proprio delle sue tare genetiche. Interpretazioni che dietro una rassicurante radicalità nascondono il rifiuto di fare i conti con la realtà. Ma se portare a modello il Togliatti degli anni Trenta può sembrare una provocazione eccessiva, resta il fatto che si trattava dello stesso Togliatti che appena tornato in Italia, tra non poche critiche e accuse che sarebbe facile attualizzare nel gergo delle recenti discussioni interne al Pd, annunciava la svolta di Salerno, e cioè nientemeno che l’accordo, in piena guerra, con quel re che aveva allegramente continuato a regnare per tutto il ventennio fascista. Fosse anche vero che Togliatti allora non facesse altro che muoversi su ordine di Stalin, come sostiene una parte della storiografia, ci si concederà che è comunque altra cosa che muoversi su ordine di un editore di giornali. (il Foglio, 15 maggio 2010)
4 commenti leave one →
  1. 15/05/2010 11:08

    E infatti all’epoca, non finimmo come la Grecia.

  2. Simone permalink
    17/05/2010 22:17

    “E i dirigenti del Partito democratico farebbero bene a metterlo subito tra le letture obbligatorie di ogni iscritto” se non proprio di ogni iscritto, almeno di ogni candidato ad una delle tante primarie

  3. 18/05/2010 18:14

    approvo e sottposcrivo, bravo frà

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