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La vocazione epistolare

27/08/2010

“Caro direttore, scrivo al mio Paese”. Punto. Si capisce che un simile incipit, sul Corriere della Sera, poteva venire in mente soltanto a un politico che avesse appena finito di dare alle stampe un monologo teatrale, com’è appunto il caso di Walter Veltroni e del suo struggente “Quando cade l’acrobata, entrano i clown”. Due giorni dopo, più modestamente, Pier Luigi Bersani ha scritto al direttore di Repubblica, accettando così un terreno di confronto che gli è chiaramente sfavorevole, non essendo lui né romanziere né poeta. E ancora ieri, sempre tramite quel Corriere già latore dell’epistola veltroniana agli italiani, si è aggiunta anche la lettera di Antonella Clerici al suo pubblico, il che induce a ritenere quanto meno che il genere stia perdendo rapidamente di solennità. D’altra parte, le considerazioni sui suoi compensi e sui dati di ascolto di Sanremo e “La prova del cuoco” esposte dalla Clerici, accusata in questi giorni di ingratitudine e di avidità da alcuni consiglieri della Rai, sembrano decisamente più attendibili dei conti presentati da Veltroni riguardo alle elezioni del 2008. 
Veltroni si dice infatti convinto di avere “un minimo di titolo” per scrivere al paese in considerazione del fatto che “quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio”, e tanto più che “se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese”. E qui si vede quanto gli siano costati i lunghi minuti di silenzio dopo le dimissioni da segretario. Il fatto è che il “centrosinistra riformista” veltroniano, cioè l’alleanza Pd-Idv, ha preso 13 milioni e seicentomila voti, mentre il centrodestra berlusconiano ne ha presi 17 milioni, cioè 3 milioni e 400 mila in più. Abbonati i 400 mila per la regola della vocazione maggioritaria (la stessa che da due anni porta il 33,1 preso dal Pd alla Camera a diventare 34 nelle interviste dell’ex segretario), restano 3 milioni di voti di differenza. Dunque, ragiona Veltroni, se solo un milione e mezzo di quegli elettori avessero deciso all’ultimo momento di votare lui “invece di Berlusconi” (quando si dice la sfortuna), al governo ora ci sarebbe lui. Ma non è tutto. Infatti, prosegue l’ex segretario, c’è anche un “altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese”. Ed è questo: “Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie”. Insomma, le responsabilità se le prende, purché sia chiaro che sono di D’Alema.
Dal canto suo, anche Antonella Clerici rivendica i suoi meriti. “Credo di essere stata l’unica artista a rendersi disponibile a lavorare in situazioni più che difficili”, scrive, con tono, ci pare, più misurato. Anche lei rivendica, giustamente, i risultati della sua stagione alla guida di Sanremo e “Ti lascio una canzone” (“contribuendo ad un successo economico oltre che ai noti risultati in termini di raccolta pubblicitaria e audience”). E anche lei, giustamente, è stanca di ingoiare fiele: “A seguito della mia maternità sono rimasta in disparte e anche dopo ho atteso, restando fedele all’Azienda, di poter nuovamente essere utile alla stessa”. Proprio come Veltroni.
E’ evidente che Bersani non può competere su questo terreno. Pertanto, prima che Nichi Vendola decida di scrivere una lettera all’umanità, il segretario del Pd farebbe bene a interrompere l’escalation, segnando una netta discontinuità innanzi tutto su questa antica vocazione epistolare, che è stata la vera cifra stilistica della campagna elettorale veltroniana del 2008 (anche se in quel caso Veltroni era il destinatario delle lettere con cui amava adornare i suoi comizi, non il mittente). Non per nulla, il genere epistolare è scelto tradizionalmente da chi, sentendosi destinato all’incomprensione dei contemporanei, si affida speranzoso al giudizio dei posteri (quando, auspicabilmente, non ci sarà più nessuno a mettere in dubbio la propria ricostruzione dei fatti, e il proprio ruolo nelle vicende narrate). Prima di ingaggiare con lui un duello epistolare, Bersani dovrebbe domandarsi pertanto se Veltroni abbia mai davvero aspirato a vincere le elezioni, se davvero le sue pose da scrittore siano strumentali alla sua carriera politica, o se non siano piuttosto le pose da uomo politico a essere strumentali alla sua carriera letteraria. (il Foglio, 27 agosto 2010)

5 commenti leave one →
  1. 27/08/2010 14:21

    da veltroni ci apsettavamo una cartolina dall’Africa

  2. 27/08/2010 16:56

    complimenti. per avermi fatto ridere fino alle lacrime, e anche sorridere amaro di troppo assenso per la chiusa (questo blog è una bellissima scuola di stile, prima che di pensiero)
    v.

    p.s.: nell’ultima tonda avrei usato sua e suo

  3. sonc permalink
    27/08/2010 17:24

    però ricostruzione e ruolo sono «sua» e «suo», perché se sono «propri» allora sono del «nessuno» (no metafora intended)

  4. un dubbio permalink
    27/08/2010 23:05

    il simbolo dell’IDV è: Lista Di Pietro – Italia dei valori. Non mi sembra che nel 2008 ci fosse il nome di Veltroni nel simbolo di quello dell’IDV. Sarebbe risultato un ticket Di Pietro-Veltroni, lo avrebbe votato stoka. Ergo, 12 milioni di persone hanno votato il nome di Veltroni, ovvero coloro che votarono PD. gli altri 1 milione e seicentomila non ci hanno pensato minimamente e hanno vergato la croce su Di Pietro (come gli altri 17 milioni e rotti divisi tra Berlusconi e Bossi)

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