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L’ossessione del Pd per l’unità interna

25/09/2010
C’è qualcosa di stucchevole nei festeggiamenti organizzati su giornali e tv per celebrare l’unità del Pd. Tanto più all’indomani di una direzione in cui le diverse correnti avrebbero dovuto finalmente affrontarsi su posizioni chiare, limpidamente e organicamente contrapposte. Una possibilità, va detto, che era sfumata quasi subito. Walter Veltroni, infatti, aveva già espunto dal suo documento tutti i passaggi più significativi: il duro giudizio sul Pd “senza bussola” e l’annuncio di un nuovo “movimento”. Ma soprattutto aveva già spiegato di non avere alcuna intenzione polemica, in una ritirata progressiva giunta all’estremo proprio in direzione, quando, come ha notato Stefano Cappellini sul Riformista, Veltroni ha solennemente dichiarato: “Non sta succedendo niente”. Peraltro, solo pochi giorni prima, al documento presentato da alcuni membri della segreteria che si concludeva con la convocazione di un’iniziativa pubblica a Orvieto era seguita la “sospensione” della suddetta convocazione. Due ritirate nel giro di pochi giorni, due conati di discussione subito repressi in nome dell’unità.
In questo modo il Pd finisce però per minimizzare gli utili e massimizzare le perdite, unendo il massimo della divisione all’esterno con il minimo della chiarezza all’interno. E il risultato ottenuto, un allargamento della maggioranza che sostiene il segretario, anche tra i più accesi sostenitori di Pier Luigi Bersani può suscitare al massimo un moderato “buon per lui”. Ben più forte è invece il rischio che in questo modo, scivolando gradualmente sulle posizioni di Veltroni – del Veltroni segretario, allergico a ogni forma di dibattito interno, s’intende – Bersani finisca per fare il gioco dei suoi più sguaiati contestatori. Si guardi alla sequenza dei fatti: prima una riunione del vertice (compreso Veltroni) che si chiude tra baci e abbracci, il giorno dopo il documento veltroniano con gli attacchi alla segreteria e la spaccatura della stessa minoranza, infine la direzione in cui tutti si vogliono più bene di prima. Non ci vuole un indovino per prevedere che la pace non durerà molto, e che una simile dinamica, alla lunga, produrrà solo la delegittimazione degli organismi dirigenti e di coloro che ne fanno parte. A tutto vantaggio di chi, come Matteo Renzi, sostiene chiaramente e semplicemente che vadano “rottamati” tutti. Una posizione che potrà non piacere, ma alla fine di una simile fiera è lì che si va a parare, se non si ha il coraggio di alzare la posta, e anche il livello della discussione. Dire “adesso basta parlare di noi, torniamo a parlare dei problemi degli italiani”, come fa Bersani, non è quello che ci vuole. Anche questa è una forma di autodelegittimazione, come se davvero il dibattito interno al Pd niente avesse a che fare con i problemi degli italiani, e fosse solo questione di rivalità personali, antipatie e bisticci.
Il problema è che l’ossessione dell’unità interna e l’attenzione esclusiva ai sentimenti e alle reazioni della “propria gente” producono naturalmente la stasi e la conservazione. Ma nel momento in cui “la propria gente” e il proprio partito rappresentano appena un quarto del paese, è chiaro che l’obiettivo non può essere quello di limitarsi a “mantenere le posizioni”. Né le posizioni sul campo, intese come insediamento sociale e territoriale tradizionale, né le posizioni politiche (che a volte, oltre che minoritarie, sono anche sbagliate). Portare il Pd fuori da questo circolo vizioso è compito del suo gruppo dirigente e del suo segretario. Se non saranno loro a farlo, e a farlo con idee nuove, frutto di un dibattito aperto e libero, a farlo saranno allora facce nuove, con le solite vecchissime idee e senza nessun vero dibattito. Ma solo nuove primarie, nuovi sondaggi e magari anche un nuovo talent show prodotto per l’occasione. (il Foglio, 25 settembre 2010)
2 commenti leave one →
  1. Francesco Rocchi permalink
    27/09/2010 21:42

    Ma se Veltroni e Bersani e chi per loro non riescono a strutturarsi in sinistra e destra interne, con differenze chiare e distinte, forse vuol dire che ‘ste differenze non ci sono. Vuol dire che idee strutturate non ne hanno.

    E questo spiega la necessità della rottamazione: se non sono capaci di portare avanti il cosiddetto dibattito interno, libero e aperto, evidentemente ‘sto dibattito lo devono fare altri.

    E quindi: se tutto questo le facce vecchie non lo hanno saputo fare, perché escludere che lo sappiano fare le facce nuove? E se non loro, chi?

    La già citata classe dirigente del partito? Di nuovo? Ma dal post stesso si evince che non è stata capace né di rinnovamento né di dialettica.

    Escluse le facce nuove, screditate le facce vecchie, la conclusione è che il PD non ha senso, allora. E’ un’idea, però va detta chiaramente.

  2. Marcel permalink
    28/09/2010 18:43

    se le facce nuove sono ciwati o serracchiani, ‘ma anche’ renzi mi sparo e vuol dire che ho sbagliato tutto nella mia militanza a sinistra e per una sinistra NON demagogica, NON populista, NON nuovista. ma semplicemente con un’idea di società precisa e un’idea di riformismo che sa quali interessi interpretare e quali non .

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