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Romanzo bipolare

19/04/2011
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Il bipolarismo italiano è arrivato a un passaggio decisivo, anche sul piano culturale. Lo dimostrano tre recenti episodi, tre piccoli segni dei tempi. Il primo è la cruda risposta del compassato Ferruccio de Bortoli al responsabile economico del Partito democratico Stefano Fassina, che sul Corriere della Sera di sabato protestava per il trattamento riservato al suo partito. Il secondo sono manifesti e manifestazioni germogliati in questi giorni attorno al tribunale di Milano, in perfetto stile Caimano (nel senso del film di Nanni Moretti). Il terzo, la comparsa delle magliette della banda della Magliana, con tanto di slogan: “Nessun rispetto, nessuna pietà”, sull’onda del successo della serie televisiva, nata dal successo del film, seguito al successo del libro, “Romanzo criminale”. Opera del magistrato, scrittore e opinionista dell’Unità Giancarlo De Cataldo (in cui si dice più volte che la teoria del “meglio dieci colpevoli fuori che un innocente in galera” è sbagliata). Ma andiamo con ordine, perché il romanzo criminale della nostra cultura democratica merita un riassunto più dettagliato.
Per cominciare, sabato Stefano Fassina ha scritto al Corriere della Sera una breve lettera in cui citava una serie di iniziative legate al piano nazionale di riforme elaborato dal suo partito, tutte sistematicamente ignorate dal Corriere, e concludeva con l’ironica preghiera che almeno i suoi editorialisti la smettessero di lamentare l’assenza di proposte del Partito democratico. De Bortoli gli ha risposto così: “Caro Fassina, le vostre proposte sono così innovative che passano inosservate. E lei sa che il Corriere è aperto a ogni vostro contributo. Anche il più inutile. È accaduto spesso”.
Di fronte a una replica tanto aspra, Matteo Orfini, responsabile cultura de Pd, non ha perso l’occasione per esprimere solidarietà ai senatori del suo partito Pietro Ichino e Nicola Rossi, “in effetti gli unici a cui il Corriere si sia spesso dimostrato aperto”. Ma l’importanza culturale dell’episodio non riguarda certo il gioco delle correnti interne al Pd o agli altri partiti, ormai sempre più divisi e leggeri, per non dire liquefatti, e proprio per questo in balia dei giornali e di ogni altra forma di organizzazione umana ancora minimamente strutturata. Quello che colpisce, accanto a questo spappolamento dal quale non è più immune nemmeno il Pdl, partito di plastica per eccellenza, è la parallela militarizzazione dei giornali.
Il bipolarismo italiano, che secondo i suoi cantori avrebbe dovuto portare alla costituzionalizzazione delle forze estreme (quindi al loro rapido riassorbimento), ha portato invece alla radicalizzazione delle forze centrali, quindi all’egemonia della Lega da un lato, di dipietristi, grillini ed esagitati di ogni genere dall’altro. Uno schema che si è riprodotto tale e quale nel giornalismo: da un lato, la nascita e il successo del Fatto, estremizzazione del modello di giornale-partito nato con Repubblica (dal gruppo Espresso-Repubblica vengono non a caso molte sue firme), dall’altro, la trasformazione del Giornale in partito di riserva, con le note campagne di character assassination ai danni degli avversari, e con i suoi giornalisti ormai abitualmente impiegati nei talk-show come rappresentanti del centrodestra. Il risultato è il mondo come lo si vede dal Tg di Enrico Mentana, dove ogni fatto politico è regolarmente commentato sentendo le “due campane”: un giornalista del Fatto e uno del Giornale, o al massimo uno del Fatto e uno di Libero. Marco Travaglio e Vittorio Feltri oggi, Alessandro Sallusti e Marco Travaglio domani. In questo, il terzismo di Mentana (“Ma se Atene piange, Sparta non ride”, è il modo in cui passa abitualmente dal servizio sulla crisi del governo a quello sulla crisi dell’opposizione, tutti i giorni, qualsiasi cosa succeda) è l’equivalente televisivo del Corriere debortoliano. Un “terzo polo” naturalmente più ostile al Pd che al Pdl.
Questo assetto tripolare dell’informazione rispecchia del resto l’assetto del nostro sistema politico, o meglio la sua crisi. La crisi di rigetto del meccanismo bipolare in cui si è tentato di ingessarlo in questi vent’anni.
La tragica farsa cui assistiamo quotidianamente sembra non per niente la parodia del 1992. Basta guardare anche solo la grafica dei manifesti contro i giudici esposti a Milano da presunte associazioni della società civile, per non parlare delle relative manifestazioni a favore o contro il premier, da parte di sostenitori e odiatori di professione. Dai partiti di plastica siamo già arrivati ai movimenti di plastica. E chissà quanti ce ne sono, tra i manifestanti del Popolo Viola che invocano la galera per il presidente del Consiglio – e magari anche tra quelli che lo acclamano davanti al tribunale di Milano in nome di Montesquieu – con la maglietta della Banda della Magliana sotto la giacca. Non sarebbe male, se pensiamo all’autore del romanzo che ne ha lanciato la moda, come esempio di eterogenesi dei fini. Ma soprattutto come apologo sulla cultura della giustizia sommaria e della legalità “sostanziale”, e su dove ci abbiano portati. (il Foglio, 19 aprile 2011)

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