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Le virtù del draghismo

14/05/2011

Al direttore – A differenza di quasi tutti i giornalisti italiani, a quanto pare, non m’intendo così tanto di politiche monetarie, garanzie di collaterale e trappole della liquidità da poter valutare la superiore preparazione e l’impareggiabile curriculum di Mario Draghi per la guida della Banca centrale europea. Né m’intendo di banchieri stranieri, dunque non so dire se effettivamente, rispetto ai campioni delle altre selezioni continentali, il nostro Draghi svetti per la sua superiorità nel gioco aereo, per il dribbling ubriacante o per la freddezza dagli undici metri. In compenso, conosco abbastanza i giornali italiani.
Lasciando dunque da parte gli indiscussi meriti di Draghi, che più indiscussi non potrebbero essere, non è forse inutile discutere un po’ del draghismo della nostra stampa. E’ vero che il caso del governatore della Banca d’Italia è solo l’ultimo di una lunga serie. Ma non tutti i precedenti, a ricordarli oggi, suonerebbero di buon auspicio.
Il fatto è che negli ultimi vent’anni i giornali hanno preso tanta confidenza con i politici quanta ne hanno persa con il mondo economico. Qui, anzi, si coglie a volte un ritorno a formule di riverenza ormai scomparse dal vocabolario, che fanno tanto più effetto se accostate alle pagine politiche, dove la vita dei partiti è descritta abitualmente con il lessico delle inchieste di mafia (la “cupola”, i “capibastone”, la “faida”). In questo senso, il draghismo è l’altra faccia del grillismo, e mostra la stessa considerazione per la politica e i partiti.
Proprio a partire dalla corsa di Draghi verso la Bce, non per niente, Antonio Polito indicava ieri sul Corriere della Sera la prova che questo “quasi ventennio di Seconda Repubblica non è proprio tutto da buttare” nel fatto che “in un paese così naturalmente vizioso si è come diffuso un anticorpo, una schiera di guardiani della virtù di bilancio, magari poco profeti in patria, ma decisivi per salvarne la credibilità all’estero”. La chiarezza della formulazione è notevole. Viene però da chiedersi chi vigili sulla virtù di tali guardiani, e su cosa si basi questa misteriosa “virtù di bilancio” (ancora sugli stessi dogmi che ci hanno portato alla crisi mondiale?). E verrebbe anche da chiedersi se agli elettori sia pur concesso di decidere qualcosa, o se debbano anch’essi affidarsi ai “guardiani della virtù” (che poi si tratti solo della “virtù di bilancio” è da vedere). Smetterla insomma con le faide dei soliti capibastone della politica, per lasciar fare a quella “filiera bipartisan” di personalità che secondo Polito “hanno tenuto la barra dritta anche mentre sul Titanic i politici ballavano la danza della spesa pubblica”. Ricostruzione ingenerosa verso partiti e sindacati che dalla crisi del ’92, certo insieme con altri, si assunsero la responsabilità del risanamento e della convergenza nell’euro. Ma soprattutto ingenerosa con gli italiani.
Del resto, l’essenza del draghismo è proprio nella contrapposizione tra competenza e provenienza: l’essere italiano come macchia di cui Draghi dovrebbe costantemente emendarsi. Se questa fosse però la condizione di spirito del governatore, ci sarebbe da preoccuparsi. Per l’Italia, con il suo debito pubblico, si potrebbe dire che un capo della Bce ansioso di accreditarsi come “poco italiano” sarebbe più dannoso del più teutonico dei banchieri tedeschi. Ma il cuore del problema, ovviamente, non è economico. Riguarda invece la cultura, per non dire il “sentire”, delle nostre classi dirigenti. Problema antico, che in tempi di crisi torna sempre a galla, insieme con questa strana idea del proprio paese come passerella per ben figurare all’estero. Questa sì, ahinoi, soltanto italiana. (il Foglio, 14 maggio 2011)

2 commenti leave one →
  1. 14/05/2011 12:27

    Ve lo meritate, Vittorio Grilli. Ve lo meritate

  2. uqbal permalink
    14/05/2011 15:13

    Dove sta scritto che Draghi dovrebbe emendarsi dall’essere italiano? Dove sta scritto che si vuol togliere qualcosa agli elettori? Mah. Non si può dire che alcune persone sono migliori di altre. Ed è troppo disfattista dire che negli ultimi 20 anni con conti ed economia non ce la siamo cavata molto bene?

    Mah, mi sembra che in questo articolo vi sia un po’ di livore, ma niente di concreto.

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