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Ma la vittoria non dipende dalle primarie

02/06/2011

C’è una curiosa contraddizione in molti commenti sui risultati delle elezioni amministrative. Da un lato, tutti sembrano riconoscere al voto il carattere di un referendum su Silvio Berlusconi; dall’altro, ne attribuiscono l’esito ciascuno a una causa diversa (i candidati, le alleanze, le primarie), finendo così per negare proprio la tesi del referendum, che per definizione obbliga a schierarsi o di qua o di là, indipendentemente da ogni altra considerazione.
L’impressione è che la prima valutazione fosse la più giusta, e cioè che i cittadini abbiano voluto anzitutto punire il capo del governo. Ma che politici e commentatori abbiano poi cercato altre ragioni che permettessero di trarre dal voto la lezione che stava loro più a cuore: come un farmacista che per smaltire una scorta troppo ingente di vitamina C si affannasse a diagnosticare invisibili raffreddori a tutti i clienti.
Così, ad esempio, si è detto che il centrosinistra ha vinto grazie a candidati della società civile. Eppure la vittoria più netta è stata quella di Torino, ottenuta al primo turno da un ex segretario di partito come Piero Fassino; mentre a Milano e Napoli i vincitori sono stati rispettivamente un ex parlamentare di Rifondazione comunista (Giuliano Pisapia) e un eurodeputato dell’Italia dei Valori (Luigi de Magistris). Qui, semmai, alla società civile appartenevano gli sconfitti, a cominciare dall’ex presidente della Confindustria napoletana Gianni Lettieri. Ma certo neanche Letizia Moratti può essere definita una professionista della politica.
Un’altra tesi di moda è che la carta vincente del centrosinistra sia stata la scelta di candidati radicali. Non è difficile capire chi siano qui i farmacisti interessati a diffondere una simile diagnosi. Il principale, Nichi Vendola, è stato però smentito dallo stesso Pisapia, che dopo avergli sentito esporre la teoria secondo cui a Milano sarebbe stato sconfitto anche “il centrosinistra moderato”, teoria peraltro molto simile a quella del centrodestra, lo ha gentilmente pregato di “ascoltare di più e parlare di meno”. L’incomprensione è stata comunque ridimensionata da Vendola a banale “incidente lessicale”.
L’interpretazione del voto più diffusa dice però che il centrosinistra ha vinto grazie alle primarie. Una tesi che trae forza dall’esito idilliaco che hanno avuto a Milano e Torino. Per un’analisi equilibrata, tuttavia, andrebbe anche considerato che la candidatura di de Magistris non è nata dalle primarie, ma all’indomani del loro più clamoroso fallimento. Colpisce poi che tra i sostenitori di questa tesi vi siano molti esponenti del Partito democratico, che deve l’umiliante risultato di Napoli molto più all’eredità di quelle primarie, e della relativa guerra civile interna al Pd, che all’eredità del bassolinismo. In questo modo, tra l’altro, si rischia di accreditare nell’opinione pubblica l’idea che le primarie funzionino benissimo, e a non funzionare siano solo i napoletani. O anche tutti i meridionali, magari per i motivi già illustrati da Beppe Grillo, convinto che il suo movimento non attecchisca al sud perché lì la politica sarebbe solo clientelismo e criminalità organizzata; per mancanza cioè di una vera società civile, libera, incontaminata e capace di scegliere bene.
Naturalmente, non è tutto bianco o nero. E ci sarà una ragione se i partiti socialisti francese e spagnolo guardano con interesse al modello delle “primarie all’italiana”. Un interesse che si accompagna tuttavia alla cautela, tanto che l’ipotesi di scegliere con le primarie il successore di Zapatero sembra già tramontata, e proprio per la gravità della crisi in cui versa il Psoe. Lo stesso argomento sollevato anche da alcuni socialisti francesi dopo il caso Strauss-Kahn, che ha lasciato il partito privo del suo candidato più quotato.
D’altra parte, è ormai ampiamente dimostrato che le primarie possono essere un fattore di rinnovamento, ma anche l’esatto contrario. Prima delle ultime regionali, ad esempio, il presidente della Calabria Agazio Loiero riuscì a imporre le primarie a un Pd scontento di lui e deciso a sostituirlo; le ottenne e le vinse. E così, grazie alle primarie, Loiero il rinnovamento riuscì a impedirlo.
Lo stato attuale del Pd calabrese, come di quello napoletano, dovrebbe suonare come monito imperituro contro le analisi frettolose. (il Messaggero, 2 giugno 2011)

4 commenti leave one →
  1. Barbara permalink
    03/06/2011 17:23

    Quello che scrivi è tanto vero che qui a Macerata, per le elezioni provinciali, abbiamo scelto un candidato dell’UDC di 62 anni senza le primarie e, pur avendo contro quasi la metà del Partito, non solo abbiamo stravinto le elezioni ma abbiamo pure aumentato i voti del PD

  2. uqbal permalink
    03/06/2011 21:30

    Chi ha detto che hanno vinto i candidati radicali? Il massimo che ho sentito e letto io è stato che ha vinto una coalizione spostata più a sinistra che al centro (ovvero con l’inclusione di SeL e con suoi candidati, ma non del Terzo Polo). L’unico luogo su 29 dove si sia vinto col Terzo Polo è per l’appunto Macerata.

    La bella notizia di queste elezioni invece è che l’elettorato non si spaventa di votare uno come Pisapia, posato e civile ma etichettabile come sinistra-sinistra (e lo è).

    Poi:

    1) Milano e Torino non si possono derubricare a due casi isolati, visto che esprimono un peso elettorale di milioni di voti. E vi sono molti altri casi, a cominciare da Cagliari.

    2) Per quanto si possa, e si debba, preferire De Magistris a Lettieri, De Magistris ha sconfitto un candidato PD NON espresso dalle primarie. La vittoria di De Magistris, da questo punto di vista, è ben diversa da quella di Pisapia.

    3) Nel PD napoletano C’E’ qualcosa che non funziona. E le primarie di Napoli NON sono state normali. Non si può valutare l’istituto delle primarie dal caso napoletano così come non si può valutare la democrazia sulla base della democrazia irachena.

  3. Massimo S permalink
    05/06/2011 02:51

    Concordo con uqbal e aggiungo: non escluderei, come dice anche Diego “Zoro” Bianchi, che la maggior parte dei votanti alle primarie napoletane, sentitisi defraudati del loro voto in buona fede, abbiano deciso di non votare per il candidato imposto dal partito, bensì per De Magistris, al primo turno. O magari si sono astenuti. Avresti potuto tuonare contro il risultato napoletano solo qualora Cozzolino avesse perso contro Lettieri o De Magistris.

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  1. DestraLab

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