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Un campione del bipolarismo televisivo

07/06/2011

L’addio di Michele Santoro alla Rai suonerà a molti come un segno dei tempi. Mescolandosi ai tanti resoconti sulle difficoltà di Silvio Berlusconi, infatti, l’uscita di scena del suo arcinemico televisivo sembra dire che una lunga stagione italiana, adesso, è davvero alla fine. D’altronde, la prima volta in cui Santoro lasciò la Rai era il 1996, l’anno della prima sconfitta elettorale del Cavaliere. Ma allora lasciava per andare a Mediaset, un esito oggi assai improbabile.
Comunque sia, Santoro non lascia certo la televisione (si parla anzi di un accordo con La7). La sua uscita dalla Rai è però significativa, perché è sul terreno del servizio pubblico, e attorno al significato di questa stessa espressione, che per quasi due decenni si è battuto con il suo grande avversario. Di questo parlava il famoso “editto bulgaro”, quando Berlusconi dichiarò che Michele Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi avevano fatto “un uso criminoso della televisione pubblica”. Era il 18 aprile 2002. Nel giro di un mese Santoro si sarebbe ritrovato fuori dell’azienda, e avrebbe cominciato la lunga battaglia giudiziaria per il suo reintegro. Nel frattempo, però, non sarebbe rimasto con le mani in mano. Eletto alle elezioni europee del 2004 con la lista Uniti nell’Ulivo (quella da cui nascerà il Pd), si dimette poco dopo per tornare in tv, alimentando così le critiche di chi lo considera una versione speculare del suo gran nemico. Se Berlusconi usa le tv per fare politica, dicono, Santoro usa la politica per fare tv.
Sul suo talento e le sue capacità professionali, però, nessuno ha nulla da obiettare. Molto invece si è obiettato all’uso che fa della sua vocazione per la spettacolarizzazione dell’informazione. In particolare, dicono i critici, nel confezionare programmi a tesi. Sin da quando, vent’anni fa esatti, Leoluca Orlando si scagliava dai suoi studi contro il giudice Giovanni Falcone, accusandolo di tenere nei cassetti le inchieste sui rapporti tra mafia e politica; fino alla generosa ospitalità concessa a Massimo Ciancimino, il testimone recentemente arrestato con l’accusa di avere costruito e rifilato alle procure documenti fasulli.
Per molti Santoro resta comunque un eroe civile, un giornalista scomodo, sempre in lotta contro tutti i potenti e perciò a tutti ugualmente sgradito. Per altri è invece un cinico arruffapopolo, che ancora una volta, chiudendo vantaggiosamente la sua vertenza con la Rai, mostra di meritare il nomignolo di “Sant’Oro”. Elogi e critiche che condivide in gran parte, e forse non a caso, con Beppe Grillo. Capace come lui di uscire dallo spettacolo per entrare in politica e viceversa, sempre danzando sul confine tra l’oscuramento definitivo e la propria capacità di capitalizzarlo in un grande ritorno. Come lui sempre in lotta contro Berlusconi, ma riservando spesso i colpi più duri al centrosinistra. Di sicuro anche Santoro, nel bene e nel male, ha segnato questa stagione italiana. La lunga, forse troppo lunga stagione di un bipolarismo a vocazione televisiva. (il Messaggero, 7 giugno 2011)

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