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Il falò delle libertà

08/06/2011
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La diabolica penna di Tom Wolfe non avrebbe saputo architettare una scena più intensamente evocativa. Nemmeno Brian De Palma avrebbe potuto girarla meglio degli ignoti cameraman che l’hanno registrata per i telegiornali di tutto il mondo. Al centro, l’ex direttore del Fondo monetario internazionale, regale come il suo imponente nome francese: eccolo lì, Dominique Strauss-Kahn, che scende da una macchina di grossa cilindrata per entrare in tribunale, stretto al fianco della sua elegantissima moglie. E tutto attorno a loro, dietro le transenne, due ali di folla urlanti, due ali di donne in divisa da cameriera, quasi tutte di colore. “Vergogna”, gridano. Sono venute apposta per questo. Per essere precisi, sono arrivate lì con i pullman del sindacato. A pensarci bene, abbiamo forse parlato troppo presto: Tom Wolfe aveva già scritto tutto. Il suo capolavoro, “Il falò delle vanità”, abbonda di scene simili. E Brian De Palma ne ha già tratto un film di successo, ormai più di vent’anni fa.
C’è tuttavia in questo spettacolo qualcosa di più intensamente attuale, quasi profetico. Qualcosa che non riguarda tanto la società o il circuito mediatico-giudiziario americani. Al contrario, quelle immagini sono ai nostri occhi tanto evocative perché ci parlano di noi, perché simboleggiano il futuro dell’Europa, o almeno un suo futuro possibile. Tra i morsi della crisi economica e la stretta tecnocratica da un lato, le ondate migratorie che sembrano destinate a crescere dall’altro, non appare poi così remota l’ipotesi di un possente contraccolpo a destra. Uno scenario anni Trenta che in tanta parte dell’Europa si annuncia già per mille strade. Il diritto al linciaggio del potente decaduto come compensazione delle crescenti ingiustizie sociali, la demagogia populista e la furia giustizialista come principali sostegni di una piramide sociale dagli angoli sempre più acuti.
Dinanzi al montare di questa piena, la prima domanda riguarda naturalmente i nostri argini. Ammesso che qualcosa di simile a un argine da noi sia rimasto ancora, tra le macerie della democrazia dei partiti. O per meglio dire, attorno al simulacro di una democrazia senza partiti, pericolosa illusione di questi vent’anni, che fino a oggi ha prodotto soltanto partiti senza democrazia. In Francia, l’ascesa di Marine Le Pen è certo uno dei segnali più significativi dei tempi nuovi. E cosa dice il leader del Front National, sul Corriere della Sera, a proposito del caso Strauss-Kahn? Dice che “l’appartenenza alla casta dei ricchi e potenti, ancor più se politici, in Francia gli avrebbe evitato l’arresto e il processo”. Un lessico che sarà forse tipicamente francese, ma che deve suonare familiare ai lettori del Corriere. Non facesse proprio Le Pen di cognome, non mancherebbe da noi qualche intellettuale pronto a indicarla come modello della vera sinistra. Per non parlare dell’intervista data al Foglio dal repubblicano Victor Davis Hanson, scandalizzato dal comportamento dell’intelligencija francese, fattasi subito “paladina di valori aristocratici, come la presunzione di innocenza…”. A questo punto, proprio come in un film americano, verrebbe solo da aggiungere: “Signori della giuria, non ho altre domande”.
E invece qualche altra domanda rimane. Per quanto riguarda la credibilità dello scenario ipotizzato dall’accusa, trattandosi di un politico francese e non italiano, a queste domande è stato già dato spazio nel dibattito. Più difficile è affrontare invece argomenti che vanno oltre la vicenda giudiziaria, e però rischiano di influenzarla parecchio, se non di travolgerla. A cominciare dalle femministe che parlano della rottura di una lunga omertà, che vedono nel caso Strauss-Kahn un esempio per tante donne che non hanno il coraggio di denunciare i loro aggressori. E come non vedere nella furia delle cameriere di colore contro l’ex presidente del Fondo monetario l’eco di un risentimento globale, e più che giustificato dall’esito della crisi economica? E pazienza se era stato proprio il socialista Strauss-Kahn a mettere in discussione l’ideologia che in questi anni aveva guidato il Fondo monetario, favorendo le diseguaglianze sociali più insopportabili e lo sproporzionato arricchimento di una nuova aristocrazia del denaro.
Certo è che negli anni Trenta che speriamo di non apprestarci a rivivere i nuovi Hotel Lux, se mai sorgeranno, avranno la forma ambigua e seducente del Sofitel di Strauss-Kahn, con gli stessi angoli oscuri e gli stessi labirinti morali. Certo più accoglienti, ma non meno insidiosi dell’originale sovietico. Né meno sorvegliati. (il Foglio, 8 giugno 2011)

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