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Come uscire dal berlusconismo

22/06/2011
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Nell’elenco delle richieste leghiste a Silvio Berlusconi avevamo avvertito subito qualcosa di familiare. Dopo il ritiro unilaterale dal conflitto, una nuova politica economica e la repubblica federale, ci aspettavamo che la successiva richiesta di Umberto Bossi fosse, conseguentemente, tutto il potere ai soviet. Qui però Umberto Bossi ha deciso di scartare, abbandonando il programma leniniano del ’17 e il disfattismo rivoluzionario, a quanto pare, per una più sobria riforma della legge elettorale.
Naturalmente, la scelta di abbandonare Lenin per abbracciare Pier Ferdinando Casini potrà apparire a molti criticabile. Questo è legittimo. Figuriamoci poi se a Casini si aggiungono Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. Eppure, quali che siano le vere intenzioni di Bossi, è difficile immaginare un altro modo di uscire dallo stallo in cui ci troviamo. Il bipolarismo italiano si regge sulla contrapposizione tra berlusconismo e antiberlusconismo da oltre diciassette anni, ed è semplicemente inconcepibile senza Berlusconi. Ma è altrettanto vero l’inverso, e cioè che il berlusconismo è semplicemente inconcepibile senza il bipolarismo italiano, o per essere più precisi senza quel peculiare bipolarismo di coalizione che accomuna tutti i sistemi elettorali adottati dagli anni Novanta in poi. Il punto è tutto lì. Ed è esattamente su quel punto che da diciassette anni si regge l’anomalia berlusconiana. Un’anomalia che è data innanzi tutto dalla sua inamovibilità. La totale coincidenza tra interessi privati e ruolo pubblico del leader ne è solo una conseguenza. Ma dal momento in cui ciascun partito riacquista la propria libertà rispetto alla coalizione, la riacquistano anche i suoi parlamentari, perché da quel preciso momento in poi il leader della coalzione non ha più potere di vita e di morte sulla loro rielezione. Dunque, con il venir meno dell’inamovibilità del capo, viene meno anche la possibilità per lui di imporre praticamente ogni cosa alla sua maggioranza (alla sola condizione di non compromettere le future vittorie).
Dopo diciassette anni di esperimenti, sarebbe ora che i protagonisti delle battaglie per il maggioritario degli anni Novanta riconoscessero la semplice, laica, razionale esigenza di stilare un bilancio. Un semplicissimo calcolo dei costi e dei benefici che l’Italia ha tratto da questo ventennio, che non per niente, crediamo, passerà alla storia come il ventennio berlusconiano. Quel modello americano inseguito da molti di loro si è dimostrato tragicamente fallimentare, sul piano politico-istituzionale non meno che sul piano economico-sociale. Proprio in America, del resto, alcuni economisti hanno iniziato a studiare il nesso tra sistemi elettorali e modelli di capitalismo, tra l’idea di una società e di un modello di sviluppo che preveda da un lato forti organizzazioni sociali, forti sindacati e anche un ruolo attivo dello stato, e dall’altro lato sistemi di rappresentanza proporzionale. E chissà che i nuovi referendum elettorali per cui è stata appena annunciata la raccolta delle firme, sostenuti da tanti autorevoli intellettuali, non riescano ad aprire una discussione più ampia, su questi temi, anche nel nostro paese. Una discussione che parta proprio dai referendum degli anni Novanta, e più in generale dall’idea di Seconda Repubblica che inseguivano tanti loro sostenitori, sul piano istituzionale come su quello economico e sociale.
Di sicuro – questo ormai lo hanno capito quasi tutti – non era “di sinistra” il liberismo, e non lo era nemmeno il presidenzialismo, la personalizzazione della politica, il leaderismo narcisistico e isterico. Ma soprattutto non era “di sinistra” la destrutturazione di partiti e sindacati, con tutti i loro limiti e le loro degenerazioni. La mediazione degli interessi, fuori dei partiti e delle organizzazioni sociali, passa per lobby e lobbisti capaci di innalzare un politico dal nulla, e di farlo senza difficoltà e senza attrito, nel vuoto pneumatico lasciato dalla distruzione dei famigerati apparati. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, e non solo nelle pagine di cronaca giudiziaria. Che la democrazia e la società italiana ci abbiano guadagnato è perlomento da dimostrare.
Del resto, questo è il tempo dei bilanci e del disincanto, e non solo in Italia. Nella televisione americana è il personaggio di Hank Paulson, interpretato da un magnifico William Hurt, a stilare il drammatico bilancio di trent’anni di arricchimenti sfrenati e diseguaglianze crescenti, in una scena del film tratto dal best seller “Too Big To Fail”, scritto dal giornalista economico del New York Times Andrew Ross Sorkin. Avvincente ricostruzione, praticamente minuto per minuto, dei momenti più drammatici della crisi di Wall Street. Com’è possibile che nessuno abbia pensato prima a regolamentare il mercato, chiedono in una riunione ristretta al segretario al Tesoro. “Non lo voleva nessuno. Stavamo facendo troppi soldi”, è la risposta. (il Foglio, 22 giugno 2011)

4 commenti leave one →
  1. uqbal permalink
    22/06/2011 21:34

    Ci sono alcune cose che mi sfuggono.

    Se il bipolarismo lo si vuole tramontato, con cosa si vuole sostituirlo o con cosa si prevede che lo sarà? Il personalismo di Berlusconi è fallimentare, siamo tutti d’accordo. Anche per frequentazione di questo blog, direi che la critica però è anche per Veltroni.

    Per bipolarismo io intendo l’idea per cui si presentano non meno di due (ma quasi universalmente due, se si considera chi ha reali possibilità di vittoria) diversi progetti di governo, uno vince, l’altro (gli altri?) fanno opposizione, poi si vede se si vuole continuare con lo stesso governo oppure se si vuole qualcun altro. Questo peraltro avviene anche nei paesi con leggi elettorali proporzionali.

    L’alternativa, chiesto in maniera non retorica, qual è?

    Lo stesso chiedo per la crisi finanziaria mondiale e di Wall Street: fatto salvo che ci sono storture enormi, qual è l’alternativa al capitalismo?

    E si pensa veramente di poter mettere sullo stesso piano la crisi del capitalismo mondiale (anzi no, occidentale: a quelli del BRIC di tutta questa discussione non frega niente) e la crisi delle istituzioni italiane? Quest’ultima domanda è più polemica, però secondo me una risposta la vale.

  2. 23/06/2011 04:17

    Francesco, tu scrivi ripetutamente che il bipolarismo è responsabile del ventennio berlusconiano, e che determina il leaderismo conflittuale e improduttivo che ha bloccato l’Italia, però non articoli mai a fondo questa tua opinione.

    Dato che in molti stimiamo le tue capacità, puoi spiegare come mai ritieni che il maggioritario non possa in alcun modo funzionare, quando in altri paesi (non necessariamente gli USA, il cui sistema è tragico, ma per vari motivi) ha prodotto maggioranze che facevano, e che gli elettori hanno dimostrato di saper mandare a casa quando lo ritenessero giusto?

    Due aggiunte:
    – il maggioritario non determina necessariamente la cooptazione dei rappresentanti. Ci sono vari modi per evitarlo, fra cui le primarie (che non ti piacciono, ma che almeno questo fanno)

    – una misura di leaderismo e di personalizzazione della politica non è nè di destra nè di sinistra, e in un certo senso nè maggioritaria nè proporzionale. E’ ovvio che il maggioritario la può accentuare, ma il consenso politico è sempre stato trainato dalla forza dei leader, fin da quando è stata inventata la democrazia, e se vuoi il cinquantennio dello scontro fra ideologie dove non contavano le persone ma lo scudo crociato o la falce e martello è stato l’eccezione.

  3. francesco cundari permalink
    23/06/2011 12:54

    Provo a rispondere a entrambi come posso, anche se molte delle vostre domande o delle vostre osservazioni richiederebbero lo spazio di altri cento articoli. Qualsiasi tesi, lo dico a Stefano, può essere sempre argomentata in modo più esteso, ma un articolo di giornale non è un saggio, e tanto meno può diventarlo un commento sul blog. Se non sempre rispondo, questo lo dico a Uqbal, non è perché pensi che le domande o le critiche “non lo meritino”, ma perché penso, al contrario, che meriterebbero una risposta molto più articolata. E poi non sempre mi accorgo subito dei commenti, altre volte magari mi sono già impelagato in una discussione su facebook a proposito dello stesso articolo e mi sembra assurdo mettermi a ricopiare qui le stesse risposte, altre ancora semplicemente non ho nulla da aggiungere. Fatte tutte queste premesse, rispondo per ordine.

    1) Cerchiamo di non confonderci con le parole. In senso stretto, io non voglio sostituire il bipolarismo con niente né prevedo lo sarà in un prossimo futuro, sono anzi convinto che in Italia il bipolarismo ci sia sempre stato, perché c’era il bipolarismo mondiale (Usa-Urss), che si rifletteva come tale in Italia (Dc+alleati Vs. Pci+alleati). Le ragioni della mancata alternanza di governo, e dei 50 governi in 50 anni, e di tutti gli altri difetti collegati all’assenza di ricambio, non venivano dunque dalla legge elettorale proporzionale, ma dal semplice fatto che uno dei due “poli” non poteva vincere le elezioni per ragioni internazionali. Di conseguenza, non pensando che il bipolarismo che abbiamo avuto ininterrottamente dal 1948 a oggi sia un regalo delle leggi elettorali maggioritarie degli anni 90, non penso che cambiando quelle verrebbe meno (io ce l’ho insomma con il meccanismo del “bipolarismo di coalizione”, per le ragioni dette nell’articolo).

    2) Questa cosa per cui se critico il modello liberista allora sono contro il capitalismo e devo pure indicare un’alternativa mi pare proprio assurda. Io sono semplicemente a favore di un sistema capitalistico in cui il ruolo dell’intervento pubblico, dei sindacati, dei corpi intermedi, non sia messo al bando. Mica voglio la Cina di Mao, mi vanno benissimo fior di democrazie occidentali, dai paesi scandinavi alla Germania.

    3) Io mettevo semplicemente insieme quel che insieme sta già, nelle parole e nelle scelte di tanti esponenti del centrosinistra (e professori e intellettuali illustri) fautori del “modello americano” tanto sul piano istituzionale (maggioritario, presidenzialismo, primarie, ecc.) quanto economico-sociale (quelli che “il liberismo è di sinistra”, quelli che la sinistra deve stare con Marchionne, ecc.).

    4) Quella sul nesso berlusconismo-bipolarismo (di coalizione) mi pare una banalissima constatazione di fatto. Senza quel meccanismo, per le ragioni che ho cercato di spiegare nell’articolo, lo strapotere di Berlusconi sarebbe stato impensabile. Voglio dire, da vent’anni parliamo dell’Italia berlusconiana, della maggioranza degli italiani schierati con Berlusconi, e di qui magari traiamo pure terribili giudizi sul carattere degli italiani, la loro etica, i valori… ora, dico io, ma vi rendete conto che il partito di Berlusconi, Forza Italia, ha sempre oscillato tra il 25 e il 30 per cento? Mi spiego? Il Pdl, nel 2008, è riuscito a prendere il 37 per cento, ma ora penso che sia chiaro a tutti quanto il risultato di Pdl e Pd allora fosse gonfiato dalla forzatura del “voto utile” e dalla perversa legge elettorale che ci ritroviamo. In ogni caso, concediamo pure il picco del 37 per cento, con questi numeri, senza il “bipolarismo di coalizione”, Berlusconi non avrebbe potuto fare nemmeno la metà della metà di quello che ha fatto in questi anni, se i suoi alleati fossero stati liberi di votargli contro, cambiare alleanze, mandarlo sotto. Certo, si dirà, ma così nessuno, nessun capo di governo, avrebbe la certezza di poter fare tutto quello che vuole, anche se eletto dai cittadini. Rispondo: appunto.

    5) il maggioritario non determina necessariamente la cooptazione, certo che no, ma meccanismi come il premio di maggioranza – vedi l’uso che se ne è fatto in Lombardia, per citare un caso limite – aiutano assai.

    6) Una certa misura di leaderismo e personalizzazione è inevitabile, certo. Io però ho l’impressione che qui l’abbiamo superata abbondantemente.

  4. Luca permalink
    24/06/2011 10:59

    Bravi. Discussione interessante e chiara. Si potrebbe continuare ma forse un blog non è il mezzo adatto. Ci vorrebbe un mezzo adatto…

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