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La faccia nascosta del berlusconismo

28/02/2014

Anche a proposito di Roma si ripete una scena abituale: il sindaco appena eletto che denuncia un buco spaventoso nei conti, eredità della giunta precedente. Accadde più o meno la stessa cosa nel passaggio da Veltroni ad Alemanno, ma soprattutto accade sistematicamente la stessa cosa a ogni cambio di governo da venti anni a questa parte. Ricordate la lavagna di Tremonti sul buco lasciato dal governo Prodi? E quella di Monti sul buco lasciato da Tremonti? Potremmo andare indietro fino al primo governo di Silvio Berlusconi nel 1994, che ovviamente scontava la pesante eredità di “cinquant’anni di consociativismo”. Si sa che al Cavaliere piace sempre fare le cose in grande, ma in verità questa dei “cinquant’anni di malgoverno” e del debito pubblico che sarebbe colpa di Dc e Pci (invece che degli amici di Berlusconi al governo negli anni ottanta, semmai) è un’arma di propaganda che non ha certo inventato Berlusconi. Come molte altre – il bipolarismo, per dirne una – se l’è trovata già bella e fatta, pronta per l’uso.

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Sarebbe una discussione interessante, quella sull’eredità di governi e forze politiche che in cinquant’anni hanno fatto di un paese appena uscito dal fascismo e da una guerra mondiale perduta, poverissimo e perlopiù analfabeta, una democrazia moderna e una potenza industriale, ai primi posti per durata e qualità della vita. Ma più che del primo cinquantennio repubblicano, direi che ora sarebbe anche venuto il momento di parlare dell’eredità di questi vent’anni di bipolarismo. Qui però preferisco saltare direttamente alla conclusione. E la conclusione di questa parabola secondo me è proprio il sindaco Marino che ieri gridava contro i politici, invocando addirittura i forconi. Marino che è stato parlamentare e persino candidato alla segreteria del Pd (con relativa corrente). Non c’è niente da fare: i politici sono sempre gli altri. Bene ha fatto quindi Renzi a criticarlo per toni e parole assolutamente inaccettabili. Ma non è che lo stesso Renzi non indulga spesso nella cattiva retorica del sindaco della società civile contro i politici della casta (l’ultima volta che mi viene in mente, per dirne una, a Palazzo Chigi c’era un certo Enrico Letta).

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Intendiamoci: la colpa di tutto questo non è né di Renzi né di Marino. La colpa, se di colpa vogliamo parlare, è di chi ha alimentato e continua ad alimentare ogni giorno una cultura politico-istituzionale protogrillina che è la pietra angolare di questo ventennio. Manifestazione esemplare di questa cultura, giusto per fare un esempio, è l’abuso dell’espressione “metterci la faccia”, vanteria tipica di una politica da tempo in preda a un delirio narcisistico, in cui tutto ciò che conta è questo e solo questo: la faccia. Un universo morale rappresentato al meglio dal celebre comandante Schettino, che giusto ieri alle contestazioni della folla e alle domande dei giornalisti rispondeva stizzito proprio così: “Io ci metto la faccia”.

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