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A forza di disintermediare, il talk muore

13/10/2014

il FoglioQuel grandioso processo di disintermediazione di cui tutti parlano e che Matteo Renzi avrebbe realizzato nel campo della politica, per l’Italia di oggi, è anche un problema economico. Un problema che tiene insieme, come due facce della stessa medaglia, crisi di rappresentanza e crisi dei talk-show. In poche parole: non si sa più chi invitare in tv. Se infatti il capo del sindacato, il dirigente di partito o il presidente della Confindustria hanno un’influenza sempre meno rilevante sulle vicende politiche, bisogna mettersi nei panni di chi bene o male – una, due o sette volte alla settimana – deve riempire quelle maledette poltrone davanti alle telecamere, e deve farlo con qualcuno che dia almeno l’impressione di avere qualcosa da dire in merito a quanto accade. Il problema non è solo la dura fatica del cambio di rubrica telefonica: è che non si sa più con chi sostituire i protagonisti di ieri. L’aspetto più sottovalutato della crisi di rappresentanza è infatti proprio questo: che i corpi intermedi hanno centralini sempre facilmente rintracciabili, portavoce costantemente reperibili, panchine lunghissime da cui gettare in campo in qualsiasi momento sostituti già debitamente rodati e riscaldati al primo sentore di infortunio del titolare. Nell’èra della disintermediazione, a rischio è pertanto un’intera filiera produttiva. Un rischio non da poco, in un paese che in questo momento ha due talk-show condotti da Giovanni Floris, due “Ballarò” e almeno tre programmi alla Santoro, senza contare quello effettivamente condotto da Michele Santoro.
Non è solo colpa di Renzi, naturalmente. Anzi, a essere onesti, il Pd è oggi l’unico partito che abbia ancora un dibattito interno degno di questo nome, cioè capace di esprimere dei personaggi e uno straccio di trama che gli spettatori possano seguire da casa. Resta il fatto che sempre più spesso, guardando i talk-show, si ha l’impressione che gli stessi dirigenti del Pd più vicini al presidente del Consiglio siano generalmente ignari delle sue intenzioni e totalmente all’oscuro dei suoi progetti (per non parlare di grillini e berlusconiani). Il risultato è un dibattito sempre più vicino al teatro dell’assurdo, in cui uno si limita a formulare ragionevoli ipotesi e l’altro a ragionare di ipotetiche formulazioni, il giorno dopo sistematicamente smentite dagli eventi. Poi dicono che calano gli ascolti.
Si obietterà che questi sono problemi marginali, di fronte alla portata del cambiamento in atto. Certamente, se ci leggesse, qualche renziano della primissima ora come Davide Serra invocherebbe anche per i talk-show la salvifica distruzione creatrice del capitalismo. E all’angoscia per il vuoto incolmabile delle nostre prime serate televisive, non c’è dubbio che un Oscar Farinetti risponderebbe con un’alzata di spalle, ricordandoci, con il filosofo, che ben altro è in gioco, che “qui s’impasta e si leviga l’argilla più nobile, il marmo più prezioso, l’uomo”.
Eppure questa storia della disintermediazione non convince del tutto. Certo, non si possono non vedere i segni del cambiamento: per le strade non si incontrano più cabine telefoniche, perché, al giorno d’oggi, chi gira più senza un telefono cellulare in tasca? Dai bar sono scomparsi i videogiochi a gettoni, perché, al giorno d’oggi, chi non ha una PlayStation in salotto? Probabilmente, con il predominio della Nespresso – what else? – scompariranno anche i bar dove sedersi a fare colazione, perché anche il caffè preferiremo farcelo da soli, una volta sconfitta l’insopportabile e opprimente intermediazione della moka, con quella polvere di caffè che andava dappertutto e l’acqua che non bolliva mai. E presto, è chiaro, spariranno pure le edicole, perché, domani, chi non avrà il suo comodo abbonamento sull’iPad? E pazienza se il naufrago, l’esule o il rifugiato appena sbarcato non troverà lungo la strada uno straccio di giornale che gli dica se in città è scoppiata un’epidemia, né un telefono da cui chiamare aiuto, né un bar in cui prendersi un caffè o farsi almeno l’ultima partita a Tetris. I tempi della disintermediazione, si sa, non sono tempi ospitali.
Eppure, dicevamo, anche nella retorica della disintermediazione c’è qualcosa che non convince del tutto. Certo, si osserva, internet e in particolare i social network hanno permesso a moltissime aziende di saltare mediatori e distributori, per rivolgersi direttamente al mercato. Ma parecchie di quelle stesse aziende oggi protestano contro Facebook, dopo avere scoperto che il social network, al fine di spingere ciascuno di noi a comprare pubblicità, ha modificato ripetutamente l’algoritmo che regola la visibilità delle nostre pagine. Dunque la mediazione non è affatto sparita, si è soltanto spostata. E lo stesso si potrebbe dire per quanto riguarda lo scontro tra Amazon e gli editori. Chiunque usi Google o YouTube è ormai abituato a trovare ovunque vada “video consigliati” sulla base dei video che ha visto in precedenza, e secondo lo stesso criterio libri, riviste, ristoranti, palestre, prodotti e servizi di ogni genere, e persino partner consigliati apposta per lui. E’ noto il caso del sito di incontri che si è divertito a condurre qualche piccolo esperimento di ingegneria reticolar-sociale alterando le informazioni degli utenti e vedendo l’effetto che faceva. Qualcosa del genere è già capitato anche con Facebook. Insomma, quando sul nostro schermo comparirà anche il partito consigliato apposta per noi, forse smetteremo di discutere di disintermediazione della politica e cominceremo a preoccuparci dei nuovi intermediari.
Nel frattempo, sarà forse utile anche prendere nota del fatto che ognuno di noi, seppure in tasca non ha alcuna tessera di partito o del sindacato, ha comunque nel portafogli la tessera del supermercato, quella della libreria, quella del club frecciarossa o millemiglia o vattelappesca. E che i libri che oggi si vendono di più, su Amazon come in Autogrill come da Feltrinelli, sono quelli che invitano ad aiutare se stessi, curare se stessi, diventare padre-amico-leader di se stessi, per sconfiggere angoscia e solitudine. Una forma di disintermediazione che in campo psicologico e spirituale, non meno che in politica, può fare la fortuna di un gran numero di modernissimi ciarlatani. Ma anche il segno del fatto che c’è un sacco di angoscia e solitudine. E a questo problema non può rispondere la tessera del supermercato, ma neanche un partito il cui unico momento di aggregazione sia la campagna delle primarie, che è come dire un partito ridotto a un talk-show permanente, per di più in evidente crisi di ascolti.

(il Foglio, 11 ottobre 2014)

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