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Cialtroni e Traditori Vs Gufi e Rosiconi

06/10/2014

il FoglioNel linguaggio politico di un tempo, lo scontro in corso nel Pd attorno all’articolo 18 potrebbe essere descritto come la tensione tra due diversi modi di interpretare l’intersecarsi delle condizionalità imposte dal nesso nazionale-europeo. Nei termini del dibattito attuale, più sintetici, come un derby: Cialtroni e Traditori contro Gufi e Rosiconi. Una parte importante di questa partita si gioca attorno all’eredità dei governi di centrosinistra degli anni Novanta. Le due correnti che all’ultima direzione hanno votato con il segretario – renziani e giovani turchi – si sono trovate infatti a convergere proprio nel giudizio critico su quella stagione. Una stagione che la vecchia guardia, invece, ha sempre rivendicato, con qualche buon argomento e molta cattiva retorica, come la fase in cui ha letteralmente salvato il paese. Quella della serietà al governo (altro che Twitter), quella degli avanzi primari record (altro che 80 euro in busta paga), quella – insomma – della “meglio classe dirigente”: autorevole, affidabile e soprattutto responsabile (altro che questi qui).
Per la corrente di sinistra guidata da Matteo Orfini – che al tema della “meglio classe dirigente” e della sua subalternità alle ricette liberiste, qualche anno fa, ha dedicato anche un libro – la ragione del fallimento sta nell’infatuazione nei confronti della terza via di Tony Blair. Per i renziani, al contrario, nel non averla mai sposata davvero. Entrambi però convergono nel giudizio sulle conseguenze: la precarizzazione di una generazione rimasta senza diritti e senza rappresentanza.
L’attacco, implicito ma chiarissimo, almeno alle orecchie degli interessati, va dunque al cuore dell’identità e del patrimonio di legittimazione storica del vecchio gruppo dirigente, e personalmente di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, che di quei governi sono stati protagonisti. E solo così si spiega la veemenza della loro reazione, dopo una relazione del segretario che nel merito, invece, conteneva aperture significative. Del resto, lo scontro non è cominciato ieri. La prima intervista in cui Matteo Renzi lancia la parola d’ordine della “rottamazione senza incentivi” per i leader del centrosinistra è del 29 agosto 2010. Il documento (“Tornare avanti”) con cui per la prima volta si presenta sulla scena un gruppo di quarantenni che criticano da sinistra la linea del Pd – e che di lì a poco saranno battezzati dalla stampa “giovani turchi” – appare meno di due settimane dopo. Renzi attacca direttamente il gruppo dirigente in quanto tale, i giovani turchi mettono in discussione la linea politica seguita dal centrosinistra negli ultimi venti anni. Con Renzi, per Bersani e per tutta la vecchia guardia, comincia uno scontro aperto e senza esclusione di colpi. Con i giovani turchi, invece, il dibattito non comincia neanche e il gruppo viene disperso in meno di 24 ore (non si contano le firme ritirate dal documento, le smentite e le precisazioni). Uno schema che si ripresenterà, rovesciato, con la nascita del governo Monti, quando sarà Renzi ad andare sottocoperta, mentre Orfini e soprattutto Stefano Fassina passeranno all’attacco, spingendosi fino a chiedere apertamente la chiusura di quell’esperienza e le elezioni anticipate nel maggio del 2012. Come è noto, però, Bersani preferirà confermare Monti fino al 2013 e offrire a Renzi una deroga allo statuto per permettergli di correre contro di lui alle primarie.
Lo scontro andato in scena all’ultima direzione del Pd è dunque solo l’ultimo episodio di questa lunga partita. E così, negli argomenti del gruppo dirigente storico, la difesa dei governi che hanno salvato l’Italia dalla bancarotta e garantito l’ingresso nell’euro serve anche come piedistallo da cui scagliare l’accusa di superficialità e dilettantismo (verso Renzi) o più semplicemente di opportunismo e tradimento (verso Orfini). E viceversa, dal fronte opposto, la critica delle riforme fatte o mancate degli anni Novanta è anche la prima giustificazione delle scelte di oggi.
Tanto i governi Prodi, D’Alema e Amato degli anni Novanta quanto il governo Renzi di oggi, però, devono fare i conti con i vincoli europei e con i duri rapporti di forza che quei vincoli sottendono. Dal governo Dini del 1995 al governo Monti del 2012, non si può dire che lo schema di gioco del vecchio gruppo dirigente – prima per entrare nell’euro e poi per restarci – sia cambiato molto. Ed è anzitutto il rovesciamento di questo schema che accomuna oggi renziani e giovani turchi, in nome del primato della politica, contro la subalternità alle tecnocrazie, alla grande stampa, alle grandi procure e agli autoproclamati campioni della società civile. Certo, con il senno di poi, è anche facile criticare le scelte compiute dai governi di centrosinistra negli anni Novanta, dal mercato del lavoro alle privatizzazioni. Ma comunque i protagonisti di allora le raccontino oggi, agli altri e forse anche a se stessi, le scelte di quella stagione furono in buona misura il frutto del contesto e dei rapporti di forza con cui dovettero fare i conti, sicuramente non meno difficili di oggi (l’entrata in carica del primo governo Prodi nel 1996, ad esempio, coincideva con la scadenza dell’accordo Andreatta-Van Miert, che ci imponeva di ridurre drasticamente i debiti dell’Iri entro tre anni).
Chiunque abbia a cuore le sorti dell’Italia non può non augurarsi che la nuova generazione alla guida del Pd e del governo sappia fare di meglio, smentendo le accuse di opportunismo e dilettantismo. La misura del suo successo dipenderà però non dalle intenzioni o dalle enunciazioni di principio – su cui peraltro ha già dimostrato una duttilità non inferiore a quella dei suoi predecessori – ma dai risultati. A cominciare da una riforma del mercato lavoro che non può diventare lo strumento per estendere a tutti la precarietà, anziché le tutele. Pena il rischio che Cialtroni e Traditori di oggi si trasformino molto rapidamente nei Gufi e soprattutto nei Rosiconi di domani.

(il Foglio, 4 ottobre 2014)

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