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Niente presepe in casa Pd

27/12/2014

il FoglioQuesto è il primo Natale senza presepe per il popolo della sinistra (qualunque cosa si intenda di preciso con questa discutibile categoria sociologico-giornalistica). A capotavola siede infatti l’unico membro della famiglia che abbia avuto il coraggio di dire forte e chiaro che il presepe non gli piaceva. Non si è trattato di una novità di poco conto, in una comunità abituata da sempre a un certo rispetto della tradizione e della liturgia familiare, e anche della buona educazione.
Da tempi immemorabili, all’approssimarsi della campagna elettorale, tre antichi sapienti si incamminavano in cerca del salvatore del centrosinistra: Massimo D’Alema, Walter Veltroni e il segretario del partito (quando il segretario del partito era uno di loro, il che accadeva invero piuttosto spesso, i sapienti si riducevano ovviamente a due). Il più delle volte, all’annuncio del nome di colui che avrebbe liberato dalle antiche catene dell’opposizione il popolo della sinistra, seguiva la profezia di una nuova era di pace, la fine delle eterne contese intestine, la nascita di un nuovo mondo e di un nuovo uomo, o almeno di un nuovo partito. Così dalla disfatta della funesta macchina da guerra di Achille Occhetto si generarono i Ds di D’Alema e il governo di Romano Prodi. Dalla caduta del governo Prodi nacque il governo D’Alema, da cui fu generata la segreteria Veltroni, che generò la caduta del governo D’Alema, che generò la disfatta del centrosinistra. Dalla disfatta del centrosinistra nacque l’incontro dei Ds di Piero Fassino con la Margherita di Francesco Rutelli, da cui fu generato il Partito democratico di Veltroni, che generò la caduta del secondo governo Prodi, che generò la sconfitta elettorale del Partito democratico. E così via, di generazione in generazione, per i secoli dei secoli. Fino all’arrivo di Matteo Renzi.
Ora che a capotavola c’è lui, l’uomo che ha rottamato tutta (o quasi tutta) la sacra famiglia del Pd, il rischio è che qualcuno cominci a sentirsi orfano, per quanto assurdo possa sembrare. Ci sono infatti ben pochi dubbi sul fatto che la principale se non l’unica ragione per cui Renzi occupa oggi il posto che occupa è esattamente questa: che ha rottamato tutta la sacra famiglia del Pd. Fatto sta che a sinistra, dietro i festeggiamenti di rito attorno all’eterno Natale delle grandi riforme e dei grandi risultati ottenuti, sembra diffondersi da qualche tempo una certa malinconia. In particolare dopo l’inasprirsi dello scontro con il sindacato, un avversario che Renzi ha forse sottovalutato, non certo sul piano dell’influenza politica e tanto meno sul piano dell’effettiva funzione di rappresentanza sociale, terreno su cui la Cgil non potrebbe essere più in crisi, quanto sul piano simbolico, dove la sua capacità di macchiare indelebilmente l’irenica narrazione renziana si è dimostrata invece formidabile. Guai a sottovalutare il presepe.
Ecco il problema che sta davanti ai nuovi padroni di casa del Pd. E non è un problema da poco, per quanto fasulli e sorpassati possano apparire certi rituali, certe vecchie tradizioni, certe liturgie. A chi venga da fuori tutto questo potrà sembrare chincaglieria da trovarobato politico-culturale, l’ultimo pezzo di un muro di Berlino buono al massimo come fermacarte. Alla nuova generazione che in questi riti è cresciuta fino a sentirsene soffocata potrà apparire oggi un mondo di cartapesta, che non suscita altro che un insopprimibile desiderio di continuare a gridare, a ogni tentativo di riportare in scena la vecchia famiglia, rimettere la testa ai re Magi e riappendere al cielo l’angioletto, che no, questo presepe proprio non le piace. Ma se anche le cose stessero così, se davvero il vecchio presepe della sinistra non dicesse più niente a nessuno (tesi peraltro antica quanto il presepe stesso), resterebbe comunque il problema di quello che gli sta dietro, o sopra, o sotto. Cioè di quello che rappresenta. E di conseguenza, per i nuovi padroni di casa, il non piccolo problema di mettere qualcosa al suo posto, per evitare che al suo posto rimanga soltanto un grande vuoto.

(Il Foglio, 27 dicembre 2014)

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