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Reichlin scrive al Pd. Lettere di Majakovskij alla famiglia Cunningham

22/12/2014

il FoglioDa molti anni Alfredo Reichlin invita la sinistra ad alzare lo sguardo e a pensare in grande, a dedicare meno energie alle piccole polemiche interne e più attenzione ai cambiamenti epocali che le stanno davanti. Che è anche un gran bel modo di non schierarsi mai nelle polemiche interne, dicono i suoi critici. Ai quali Reichlin potrebbe però facilmente ricordare di essersi schierato contro Mussolini e le camicie nere ai tempi della Resistenza, a cui prese parte nei gap romani. Decisione che forse gli ha guadagnato anche il diritto di non schierarsi contro Veltroni o D’Alema in un congresso del Pds, dei Ds o del Pd.
In ogni caso, tutto si può dire del suo nuovo libro (“Riprendiamoci la vita – lettera ai nipoti”, Editori internazionali riuniti) meno che sia stato scritto per farsi nuovi amici, tra citazioni di Marx e inviti a riscoprire la parola “lotta”, nella convinzione che i grandi cambiamenti sociali, economici e tecnologici in corso aprano alla sinistra, per l’appunto, un “vastissimo campo d’azione, che ha come presupposto la conoscenza della realtà e un lavoro di ricostruzione delle potenzialità di lotta”. Per chi abbia presente il lessico e i riferimenti culturali degli attuali dirigenti del Pd, l’idea che una simile “lettera ai nipoti” sia in fondo indirizzata anche a loro può fare l’effetto di una lettera di Majakovskij a Richie Cunningham, Marion e tutta l’allegra famiglia di Happy Days. Insomma, può persino far sorridere (o piangere, secondo i punti di vista).
Del resto, il libro contiene anche una lettera vera e propria, inviata alla vigilia dell’ultimo congresso “a tutti i capi del Pd di allora”, senza ottenere risposta. Va detto che le domande erano piuttosto difficili. “Il problema del Pd – scriveva Reichlin – sta esattamente in ciò: nel ridefinire il nuovo ‘campo storico’ del suo pensare e del suo agire”. Di qui la prima domanda: “Che cos’è la crisi italiana?”. Caduto il muro di Berlino e scomposto l’equilibrio che assicurava all’Italia una posizione di rilievo come frontiera della guerra fredda, venuto meno di conseguenza il vecchio sistema politico fondato sui grandi partiti (“che rappresentavano anche delle religioni civili”), l’Italia appare senza identità: “In sostanza non ha una classe dirigente che sia in grado di pensare l’interesse generale e di dare al paese una nuova missione”. E dunque: “Che senso ha una discussione congressuale che non affronti questo nodo?”.
Quel congresso si è chiuso esattamente un anno fa con la vittoria di Matteo Renzi. Oggi dunque sta a lui, e a tutta l’allegra famiglia del Pd, decidere se e in quale misura un simile dibattito, con il suo lessico, i suoi riferimenti storici e filosofici, abbia ancora cittadinanza tra i democratici. O se sia ormai fuori posto nel nuovo “partito della nazione” (definizione, ironia della sorte, ripresa proprio da Reichlin), in cui tutte le differenze scompaiono e l’unica vera discriminante che dà il senso di un’appartenenza è il sincero desiderio di fare il bene del paese, voler bene alla mamma e farsi benvolere dagli elettori. Sta alle nuove leve del Pd dire in definitiva se le lettere di Reichlin li riguardino o vadano invece girate ai nipotini di Sel, e magari un giorno persino – horribile dictu – a quelli di Beppe Grillo.
Di sicuro a dirlo non sarà Reichlin, che da tempo ha scelto per sé un ruolo diverso, a volte più simile a quello del filosofo che del politico, più maieutico che polemico. E che come tale si presterà sempre all’accusa che dai tempi di Socrate e Aristofane colpisce chi assuma una simile posizione: l’accusa cioè di essere un acchiappanuvole, che passa il tempo a domandarsi quanto in alto può saltare una pulce. Le sue domande possono essere però ben più affilate. “Matteo Renzi ha un vero progetto per l’Italia?”, si chiede ad esempio a metà del libro. Per aggiungere subito, attenzione, che “la stessa domanda va rivolta alle forze che a Renzi si oppongono”.
Qui però si pone un problema interpretativo, perché è difficile credere che l’autore si riferisca a Silvio Berlusconi o a Matteo Salvini. Ma è anche più difficile cogliere il senso di quella domanda, e forse di tutto il libro, se le minoranze interne al Pd vengono qualificate come “le forze che a Renzi si oppongono”, essendo Renzi il segretario del Pd e il capo di un governo guidato dal Pd.
L’impressione è che finora Reichlin abbia preferito muoversi sul confine di questa ambiguità, senza scioglierla mai del tutto. Dunque continuando a rivolgersi al Pd e a sentirsene parte, domandandosi però al tempo stesso se un tale sentimento abbia ancora un senso, e sia ricambiato. Una condizione che probabilmente condivide con molti, non solo della sua generazione.
Non sarebbe comunque l’unica contraddizione di questo ecumenico partigiano, comunista aristocratico che in una recente intervista non nasconde di ritenersi “un po’ snob”, ma non cessa di perorare la causa di grandi partiti popolari. Critico instancabile di una sinistra sedotta dal pensiero unico liberale e dall’antipolitica, che fustiga da anni in tutti i suoi scritti, raccogliendo spesso gli elogi del suo grande amico Eugenio Scalfari. Cioè del principale diffusore del pensiero unico liberale e antipolitico nella sinistra, nemico giurato della “partitocrazia”, in particolare in quel passaggio decisivo dei primi anni novanta in cui si sono forse giocate le sorti della sinistra e dell’Italia di questi ultimi, pessimi, vent’anni. E qui si nasconde forse anche l’unica mancanza della bellissima lettera reichliniana, che ai nipoti tralascia di raccontare, in questo grande affresco, la lunga genesi e i molti affluenti di quella marea grillina che alle elezioni del 2013 avrebbe improvvisamente cambiato il panorama politico, sconvolgendo i piani, le previsioni e le analisi di tanti. Padri, nonni e nipoti.

(Il Foglio, 19 dicembre 2014)

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