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L’Italicum e la sindrome primarie

01/05/2015

il FoglioI toni e gli argomenti del dibattito in corso alla Camera, sulle pagine dei giornali e sulle pagine Facebook a proposito di legge elettorale ricordano molto da vicino lo psicodramma vissuto nel 2013 attorno alle votazioni per il Quirinale. Ancora una volta, l’epicentro della crisi è il Partito democratico. E’ qui infatti che la crisi politica sfiora la crisi isterica, con la perdita di ogni senso del limite e delle proporzioni, anzitutto nel linguaggio. Al punto che l’impazzimento della discussione nel Partito democratico fa apparire Beppe Grillo e il suo movimento, con le loro abituali denunce di sempre nuovi colpi di stato, come un inutile doppione.
L’altra volta, dalla parte degli sfascisti, c’erano in prima fila i renziani, insieme con un buon numero di quelli che ci stanno sempre: allora al fianco di Matteo Renzi, contro Pier Luigi Bersani, e oggi viceversa. Ieri la motivazione ufficiale della rivolta era la candidatura al Quirinale di un autorevole esponente del loro stesso partito come Franco Marini, oggi una legge elettorale da tutti loro lungamente discussa, rivista e corretta: in entrambi i casi la reazione è manifestamente sproporzionata. Va anche detto che nel 2013, nel decidere la candidatura di Marini, Bersani fece l’esatto opposto del tanto apprezzato “metodo Mattarella”, ignorando platealmente le indicazioni della minoranza renziana. E forse anche per questo a esplodere allora non fu Forza Italia, ma il Pd.
Resta il fatto che il ripetersi di un simile spettacolo, sia pure in scala molto ridotta (essendo molto cambiati, nel frattempo, i rapporti di forza), porta a pensare che al fondo di una simile mancanza di autocontrollo vi sia una ragione strutturale. E questa ragione, personalmente, credo che altro non sia che la logica delle primarie. Se infatti il voto sul Quirinale del 2013 è stato giocato da Renzi come il secondo tempo delle primarie del 2012, da lui perse contro Bersani, il voto sull’Italicum è diventato chiaramente la rivincita delle minoranze sconfitte da Renzi alle primarie del 2013 (almeno nelle loro intenzioni). L’impressione, insomma, è che in entrambi i casi l’esercito del candidato battuto alle primarie sia rimasto accampato dentro il Partito democratico come in territorio nemico, senza mai deporre le armi e tantomeno riconoscere la vittoria dell’avversario. Il gioco della delegittimazione reciproca, tratto ineliminabile della competizione attraverso i gazebo, ha esasperato sempre di più gli animi e i toni, fino a travalicare i confini stessi della competizione interna, trasformandosi in guerra civile permanente. Una dinamica perversa in cui l’unica vittoria possibile coincide con l’annientamento dell’altro e il cui esito più probabile, di conseguenza, è la distruzione reciproca. A conferma della tesi, si tratta di una logica sconosciuta e anzi completamente estranea a entrambi i partiti progenitori del Pd, Democrazia cristiana e Partito comunista.
In altre parole, il meccanismo del partito fondato sulle primarie rischia di rivelarsi una versione moderna e tutta interna a una sola formazione politica di quello che Gramsci chiamava equilibrio di forze a prospettiva catastrofica, e che noi più semplicemente potremmo riassumere nel principio secondo cui anche un partito fondato sulle primarie, a un certo punto, deve smettere di farle. Deve smettere cioè di trasformare qualunque questione politica nel pretesto per una nuova corrida. Espressione da intendersi sia come lo spettacolo sanguinoso che vede il toro al centro dell’arena, sia come lo spettacolo televisivo, meno sanguinoso ma non meno feroce, che vede dei dilettanti mandati allo sbaraglio davanti alle telecamere ed esposti senza riparo all’inclemenza del pubblico.

(il Foglio, 30 aprile 2015)

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