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Dante smarrito

19/07/2015

unitaIl 6 giugno scorso, sulle pagine culturali del Financial Times, si poteva leggere la recensione di un libro singolare: “In a Dark Wood” (“In una selva oscura”). Sottotitolo: “Cosa Dante mi ha insegnato sulla sofferenza, la guarigione e i misteri dell’amore”. A causa di un incidente automobilistico che ha coinvolto la moglie, incinta all’ultimo mese, un professore di italiano al Bard College, nello stato di New York, si ritrova nello stesso giorno padre e vedovo, e cerca nella Divina commedia la risposta alle domande radicali che questa tragedia gli pone d’improvviso sul senso della sua (e della nostra) vita.
Il 5 aprile, Marta Bausells chiedeva ai lettori del Guardian: “Why did we see Don Draper reading Dante’s Inferno in Mad Men?” (“Perché vediamo Don Draper leggere l’Inferno di Dante in Mad Men?”). Mad men, per chi non lo sapesse, è una serie televisiva americana di enorme successo – sette stagioni, dal 2007 a oggi, e una lunga serie di emmy e golden globe in bacheca – ambientata nella New York degli anni sessanta, in cui i personaggi sono spesso inquadrati con un libro in mano (venticinque in tutto, ovviamente quasi tutti di autori anglofoni e per lo più novecenteschi).
Sbaglieremo, ma la nostra impressione è che in Italia, nonostante il 750esimo anniversario dalla sua nascita, di Dante si parli e si scriva molto meno. Non ci riferiamo, ovviamente, a scuola e università, alle riviste di italianistica, ai grandi convegni, al circuito degli specialisti. Ci riferiamo a giornali, al cinema e alla tv, con l’ovvia eccezione di Roberto Benigni e del suo magnifico spettacolo dedicato alla Commedia. Ci riferiamo, più in generale, a tutto quell’eterogeneo insieme di citazioni, parafrasi, riduzioni, storpiature e ricopiature che contribuiscono non poco – attraverso i secoli – a rendere classico un classico, a farlo circolare e rivivere nei modi, nei tempi e negli ambienti più diversi.
Nemmeno le celebrazioni previste per l’anniversario, salvo qualche servizio al telegiornale dedicato alla loro apertura, con la lectura danctis tenuta in Senato proprio da Benigni, sembrano essere riuscite a scalfire questa generale indifferenza. Anzi, a essere completamente sinceri, se nelle ultime settimane la parola “Dante” ha fatto la sua comparsa tra le notizie di agenzia, ricordandoci l’esistenza di un anniversario, dobbiamo ringraziare l’Isis e la sua decisione di mettere la tomba del sommo poeta tra i possibili obiettivi, restituendogli un’importanza simbolica forse persino superiore a quella che gli diamo noi.
Anche nelle librerie, di Dante si trova in genere pochissimo: qualche volume scompagnato dell’Inferno e del Paradiso, un’edizione delle Rime o del Convivio se va bene. Un deserto in cui spesso spicca soltanto la pregevole opera di Vittorio Sermonti, che nei suoi volumi (pubblicati da Rizzoli) fa precedere ogni canto della Divina Commedia da sette-otto pagine di commento e parafrasi, così da permettere poi al profano di godersi il testo evitando la crudele alternativa tra l’interrompere la lettura ogni tre parole per consultare le note, perdendo quasi del tutto il gusto della poesia, e il rassegnarsi a leggere senza capire quasi niente, perdendone il senso. Un lavoro trentennale, nato da letture radiofoniche e televisive, giunto quest’anno alla versione definitiva, per il quale di recente Giuliano Ferrara ha scritto sul Foglio che Sermonti dovrebbe essere nominato senatore a vita. Nel frattempo, il profilo biografico sul suo sito personale si chiude con queste significative parole: “Non gode di lauree ad honorem”.
Sarà anche per questo, o forse semplicemente perché non è un accademico e ai commentatori accademici fa concorrenza, ma tra le ragioni che potrebbero spiegare il debole rapporto degli italiani con il padre della nostra lingua Sermonti mette anche un certo modo di insegnarlo, e fa l’esempio di quel verso (XXI canto del Purgatorio) in cui Dante scrive “andavam forte” e buona parte dei commenti scolastici traduce in nota “procedevamo sollecitamente”. A uso di lettori che di solito, per dire “procediamo sollecitamente”, dicono “andiamo forte”.
In ogni caso, dinanzi al problema delle librerie, lo studioso che ama il suo lavoro potrebbe farci notare che nessuno, nemmeno tra i grandissimi della critica letteraria italiana, si è mai cimentato in un’opera complessiva su Dante, che gli stessi libri di Gianfranco Contini o anche di Erich Auerbach (per citare un non italiano), sono raccolte di articoli e saggi monografici, dedicati ad aspetti molto specifici, che insomma una certa scarsità della produzione sull’argomento è anche frutto di una saggia e onesta cautela, dinanzi a una grandezza difficilmente commensurabile anche per le menti più eccelse. Giusta obiezione alla quale ci verrebbe però voglia di contro-obiettare che a mancarci, a nostro giudizio, non sono bei libri su Dante. Sono quelli brutti (anche qui con qualche eccezione, ovviamente, che non c’è bisogno di specificare).
L’impressione è insomma che rispetto al rapporto degli inglesi con Shakespeare, o anche degli spagnoli con Cervantes, il rapporto degli italiani con Dante sia infinitamente più labile, come ci pare testimonino anche gli scaffali delle librerie inglesi e spagnole. Si dirà che ci sono tre secoli di differenza, che rappresentano un bello scoglio anche dal punto di vista linguistico. Tuttavia Roberto Antonelli, professore di filologia romanza alla Sapienza di Roma, rovescia l’argomento, sottolineando come la lingua di Dante sia ancora la nostra: la prima terzina della Divina Commedia è perfettamente comprensibile a qualunque italiano di oggi, anche a un analfabeta. “E questa – ci spiega Antonelli – è una caratteristica dell’italiano. Un francese di oggi, non specialista, non sarebbe in grado di capire un testo scritto nel francese del trecento, e lo stesso vale per uno spagnolo, un rumeno o un portoghese”. Resta però il fatto che quei tre secoli in più si fanno sentire, e non solo dal punto di vista linguistico. Cervantes e Shakespeare sono uomini dell’età moderna, alla quale hanno dato, rispettivamente, il romanzo e il teatro così come li conosciamo oggi. Dante è un uomo del medioevo, che alla letteratura europea ha regalato un capolavoro di poesia didascalico-religiosa, genere oggi assai meno frequentato e comunque assai più arduo, anche per i suoi contemporanei. Non per niente, come ci ricorda ancora Antonelli, la Divina Commedia nasce insieme al suo commento (l’autocommento inviato da Dante nell’epistola a Cangrande della Scala). E nel testo stesso del suo capolavoro, quando nel X canto del Paradiso si rivolge direttamente al lettore, lo fa con parole che non lasciano dubbi su come si immagini il loro rapporto: “Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,/ dietro pensando a ciò che si preliba,/ s’esser vuoi lieto assai prima che stanco”.
Fatto sta che il lettore di oggi, a cominciare dallo studente che lo studia sul suo banco di scuola, un po’ stanchino, a volte, si sente. Forse anche perché, come ha scritto sul Sole 24 Ore il dantista Claudio Giunta, per leggere Dante “serve, intanto, aver passato del tempo a leggere un po’ di libri che non sono Dante”. Mancando questo, Dante diventa un “feticcio”, un “mondo a parte rispetto al mondo della letteratura”, che “rischia di accendere passioni ingenue, senza costrutto, lasciando inerte la gran parte degli studenti (la parte, ahimé, persino più sana)”. E a questo proposito non va sottovalutato l’aneddoto ricordato spesso da Vittorio Sgarbi, a suo tempo giurato in quell’indimenticabile reality show che fu “La pupa e il secchione”, dove una delle giovani “pupe”, alla domanda su chi fosse l’uomo di cui compariva l’immagine sullo schermo, un classico profilo di Dante, rispose: “Un capo indiano”. Sarebbe successo lo stesso in un reality inglese o spagnolo, dinanzi alle raffigurazioni canoniche di Shakespeare o Cervantes?
Può darsi che il problema sia legato anche alla peculiare struttura della letteratura italiana, che comincia subito dal vertice, dalla vetta più alta e inaccessibile. E così, mentre ai massimi capolavori delle rispettive letterature, quelli su cui dovranno sudare più a lungo, gli studenti inglesi o spagnoli arrivano con una certa gradualità, gli studenti italiani no, a noi tocca cominciare subito dalla Divina Commedia, che a pensarci bene è un po’ come se in matematica si partisse dal calcolo integrale, per poi arrivare gradualmente a addizioni e sottrazioni.
Il nostro sospetto però è che il problema di fondo non riguardi solo Dante, ma il rapporto che abbiamo in generale con la nostra letteratura, come italiani. Problema che a sua volta ha forse qualcosa a che vedere con il classico tema gramsciano del carattere scarsamente “nazionale popolare” della nostra letteratura, e con quello del debole rapporto tra intellettuali e masse. Problema dunque antico, ma non immutabile. A dirla tutta, infatti, l’impressione è che negli ultimi decenni non siamo rimasti fermi: siamo andati indietro. E che siano andati indietro anche il cinema e la tv, che in questo campo hanno ovviamente un ruolo decisivo.
“Dopo la grande stagione del cinema italiano e della grande commedia, che è stato anche un cinema popolare, abbiamo avuto solo gli spaghetti western e quella specie di spaghetti western in versione plautina che è stato il ciclo di Trinità, quello con Bud Spencer e Terence Hill”, ci dice il manager televisivo Stefano Balassone. Ma quella fase lì è finita quando è subentrata la tv commerciale, che “ha distrutto le basi industriali del cinema, e ha diviso ulteriormente popolo e ceti colti, perché il popolo ha scoperto la telenovela mentre agli intellettuali è rimasto il cosiddetto cinema d’autore”.
Anche in questo campo ci sono certo delle eccezioni. Balassone, che è stato anche consigliere d’amministrazione della Rai, ricorda ad esempio la Raitre di Angelo Guglielmi. Ma anche una serie come Gomorra. Il problema è che i produttori con una capacità di ambire a un mercato mondiale sono appunto eccezioni, che secondo Balassone non si moltiplicheranno fino a quando la Rai non tornerà a fare la Rai, e cioè a commissionare prodotti e ad alimentare un indotto, e uscendo dalla logica paralizzante del duopolio (madre di tutte le paralisi e di tutti conservatorismi: economici, sociali e culturali). “E a quel punto – prevede Balassone – la produzione culturale italiana, dovendo incontrare il mondo, finirà per incontrare anche il popolo italiano”.
Auguriamoci che abbia ragione. E chissà che la prossima serie italiana a misurarsi con il mercato mondiale non abbia qualcosa a che fare con l’Inferno di Dante. O magari di Dan Brown.
In conclusione, una piccola nota metodologica: come sempre accade, per scrivere questo articolo abbiamo parlato con molte più persone di quelle citate. Per onestà dobbiamo ammettere che da alcune di queste conversazioni abbiamo ricevuto maggiori obiezioni di quelle che abbiamo potuto riportare, anche perché non tutti gli specialisti da noi consultati, pur mostrando grande generosità e disponibilità al confronto, hanno accettato di comparire nell’articolo. Considerando che il centro della nostra argomentazione consisteva per l’appunto nella renitenza degli intellettuali italiani – e delle élite in genere – a “sporcarsi le mani” con il grande pubblico (con le masse popolari o con il mercato, fate voi), lo segnaliamo qui come un punto a favore della nostra tesi.

(l’Unità, 18 luglio 2015)

2 commenti leave one →
  1. 30/09/2015 15:13

    “Sarebbe successo lo stesso in un reality inglese o spagnolo, dinanzi alle raffigurazioni canoniche di Shakespeare o Cervantes?” Sarebbe successo anche con un professore univesitario inglese o tedesco (naturalmente non di letteratura). E’ davvero comica questa mitizzazione degli stranieri. I nordeuropei scolarizzati non provengono quasi mai da qualcosa che corrisponde al liceo classico (che in quei paesi semplicemente non esiste), si sono formati in massa in istituti tecnici (non scientificima tecnici) e nella conversazione informale condividono la cultura “pop” dai Beatles in poi. Il che vuol dire che non solo poco o niente sanno di Shakespeare o Goethe, ma nulla nemmeno di Tolstoi o Balzac. Tu stesso hai notato che in Mad Men i personaggi hanno libri di anglofoni del novecento. Non basta. Nella conversazione quotidiana anche semplicemente citare una lettura di un autore non anglofono e non contemporaneo (vale anche per tedeschi e scandinavi, che leggono solo scrittori anglofoni con qualche eccezione come la moda del giallo svedese) è percepita come una ridicola esibizione di cultura superata. Forse diversi spagnoli e francesi, che condividono un po’ della mentalità umanistica da liceo classico italiano. Ma già molto meno di noi.

    • 30/09/2015 15:18

      Ritiro il tono fastidioso della frase “E’ davvero comica questa mitizzazione degli stranieri.” Non ho riletto prima di cliccare. Per il resto confermo tutto, anzi questa mia risposta un po’ irritata nasce proprio dalla delusione dell’assenza completa di una cultura umanistica nei colleghi europei, e parlo di gente cosiddetta “istruita”. Ci sarebbe ancora molto da parlare sull’argomento.

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