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Vota Antonio (una polemica lunga 100 anni)

15/07/2015

unitaL’ultimo, qualche giorno fa, è stato Stefano Fassina: molto critico con il modo in cui questo giornale aveva affrontato la crisi greca, ha dichiarato che l’Unità avrebbe dovuto togliere dalla testata il nome di Antonio Gramsci. Ma la polemica sulla legittimità dell’uso di quel nome, da parte del giornale come dello stesso partito da lui fondati, è antica quanto la storia del comunismo italiano, e l’ha accompagnata inesorabilmente in tutti i suoi sviluppi, fin da quando Gramsci era ancora vivo. Cosa potessero e cosa non potessero dire in suo nome i dirigenti del suo partito, i suoi avvocati e i suoi stessi famigliari; cosa fosse opportuno scrivere di lui sull’Unità o negli opuscoli della stampa clandestina, o nelle lettere a lui indirizzate; quali iniziative politico-diplomatiche e quali forme di mobilitazione Gramsci giudicasse utili e quali dannose, irresponsabili o addirittura criminali: tutto questo occuperà la sua mente e tormenterà i suoi nervi per gran parte della prigionia, con lo stillicidio inesauribile del sospetto nei confronti di tutti gli interlocutori.
Il problema, del resto, non viene meno neanche con la sua morte. Al contrario, sin dalle primissime pubblicazioni dei suoi scritti all’estero, all’indomani della sua tragica fine, nel variegato mondo dell’emigrazione antifascista si accende lo scontro e si susseguono le voci sul “dissenso” di Gramsci, sulla sua eresia antistalinista, sul dissidio con i vertici del suo partito, e dunque, innanzi tutto, con Palmiro Togliatti, che nel frattempo ne è divenuto il capo.
Di qui in avanti, la storia delle polemiche sul nome di Gramsci diviene dunque al tempo stesso uno scontro sul ruolo di Togliatti, sul rapporto tra i due, sul modo in cui l’eredità politica, morale e letteraria dell’autore dei Quaderni è stata amministrata da quel partito che si vuole fondato da lui (e anche in questo c’è una qualche forzatura, ma bisognerà attendere la Storia del Partito comunista italiano di Paolo Spriano perché il ruolo di protagonista sia riassegnato ad Amadeo Bordiga). Una polemica capace di sopravvivere anch’essa molto oltre i suoi protagonisti, ripercuotendosi come una maledizione persino sugli eredi degli eredi. Così, all’infinita querelle su tempi e modi della pubblicazione delle lettere e dei Quaderni, curati personalmente da Togliatti, seguiranno senza soluzione di continuità gli scontri sulle successive edizioni critiche, integrazioni, nuovi ritrovamenti e nuove interpretazioni, ora per impulso diretto del partito ora dell’Istituto che del grande pensatore sardo porta il nome, ogni volta però accompagnati dall’accusa di graduarne tempistica e risultati alle esigenze politiche del momento (così da avere, in pratica, un Gramsci sempre pronto all’uso: rivoluzionario inflessibile nelle stagioni di lotta, democratico integrale nelle fasi di avvicinamento al governo, in ogni caso inconsapevole e incolpevole precursore di tutte le svolte nel frattempo maturate dal suo partito). Fino alle recenti polemiche suscitate dalle tesi di Franco Lo Piparo sul “quaderno mancante” – secondo lo studioso distrutto dallo stesso Togliatti – che in questi anni ha visto schierarsi e affrontarsi su giornali, libri e riviste il fiore dell’intellettualità ex, post, neo e vetero comunista, dal presidente dell’Istituto Gramsci Giuseppe Vacca a Luciano Canfora, per fare solo due nomi.
Ma se le questioni filologiche interesssano perlopiù una ristretta cerchia di specialisti, la questione politica della titolarità, per dir così, di Gramsci, del suo nome e della sua opera, è stata oggetto di una battaglia ben più larga e accesa, in particolare a partire dalla sua riscoperta da parte dei movimenti degli anni sessanta e settanta, attratti soprattutto dagli scritti giovanili, più vicini alla sensibilità spontaneista e anti-istituzionale dei rivoluzionari dell’epoca. Ma a ben vedere l’intera vicenda della sinistra nella storia repubblicana potrebbe essere letta in questa chiave, e cioè come la tensione tra due diverse ispirazioni: quella che si riconosce in un’ideale continuità che dal Gramsci dei Quaderni passa per Togliatti e arriva fino al Berlinguer del compromesso storico, da un lato, dall’altro il filone che contestando la legittimità di tale genealogia ne traccia una opposta e speculare. Una linea che valorizza il “primo Gramsci”, fautore del primato dei consigli di fabbrica, in contrapposizione al teorico del partito come moderno principe che emerge dai Quaderni; che al Togliatti dell’amnistia ai fascisti e del voto sull’articolo 7 della Costituzione per il riconoscimento dei patti lateranensi contrappone l’intransigenza rivoluzionaria della sinistra filosovietica (o anche il radicalismo democratico e anticlericale della sinistra socialista e azionista); che al “primo Berlinguer” del compromesso storico contrappone il “secondo Berlinguer” dell’intervista sulla questione morale e dell’alternativa democratica. Per quel filone della sinistra che ha sempre diffidato dei partiti e dei compromessi, prediligendo le parole d’ordine del radicalismo e dell’intransigenza morale, è evidente che il “vero” Berlinguer è il secondo, e per la stessa ragione il “vero” Gramsci è il primo. Quello che “odia gli indifferenti”, critica l’inerzia burocratica del Psi (che non vuole fare la rivoluzione) e appare lontanissimo dal teorico dell’egemonia quale emerge dai Quaderni, e dalla lunga e attenta opera di diffusione e divulgazione del suo pensiero gestita da Togliatti e dai suoi eredi.
Se però è abbastanza semplice indicare le motivazioni alla base della contesa sull’uso del nome di Gramsci, molto meno semplice è stabilire chi abbia ragione. Il cuore del problema sta nel fatto che gran parte della sua opera, la parte decisiva, composta negli ultimi undici anni della sua vita, è stata scritta in carcere, nella condizione di un prigioniero politico sottoposto a intensa sorveglianza, i cui scritti sono ovviamente soggetti ad attente e non benevole valutazioni. Nelle sue lettere come nei suoi famosi quaderni, se vuole sfuggire alla censura, il prigioniero deve dunque autocensurarsi. Per comunicare con l’esterno deve lui per primo manipolare i suoi testi, deformare il suo lessico e il suo pensiero, parlare per allusioni, senza darlo a vedere. Insomma, scrivere in codice. Solo che nel caso di Gramsci il codice stesso dev’essere duplice, come due sono le carceri di cui si sente prigioniero: il carcere fascista, cui è stato condannato dal tribunale speciale, ma anche quel “secondo carcere” cui alluderà nelle lettere più drammatiche e più amare, al quale sente di essere stato condannato da un tribunale molto più ampio, che comprende la stessa moglie e i famigliari più stretti, il partito da lui guidato fino all’arresto, l’Unione sovietica e il suo partito guida: quel partito bolscevico che nel frattempo ha visto affermarsi definitivamente la leadership di un certo Giuseppe Stalin.
L’esempio più bello e insieme più drammatico di una tale comunicazione in codice tra Gramsci in carcere e il partito, che ha per oggetto proprio l’uso del suo nome, è stato portato alla luce qualche anno fa in un libro di Angelo Rossi e Giuseppe Vacca: “Gramsci tra Mussolini e Stalin” (Fazi editore). Il passaggio decisivo riguarda un lungo riferimento che il prigioniero fa al canto X dell’Inferno di Dante, tradizionalmente noto come il canto di Farinata. Quello in cui il gran capo ghibellino ha un aspro scambio con Dante sulle lotte di fazione della Firenze del suo tempo, e solo per poche terzine è interrotto dalla comparsa di Cavalcante, padre di Guido Cavalcanti, poeta e amico di Dante, di cui chiede subito notizie, visibilmente angosciato.
“Io sostengo che nel decimo canto sono rappresentati due drammi: quello di Farinata e quello di Cavalcante”, scrive Gramsci in una lettera alla congnata (suo tramite con il partito). “Farinata, sentendo parlare fiorentino ridiventa l’uomo di parte, l’eroe ghibellino: Cavalcante invece non pensa che a Guido”. Per capire il senso del messaggio del prigioniero occorre ricordare la sua difficile posizione politica e processuale, in quel terribile inizio degli anni trenta. Traducono Rossi e Vacca: “I suoi compagni vedono in lui un eroe, un nuovo Farinata, come quegli che, nel verso di Dante, ‘s’ergea col petto e con la fronte come avesse il cielo in gran dispitto’ (Dante dice ‘l’inferno’, mentre Gramsci, forse per un lapsus, scrive ‘il cielo’); egli invece si sentiva nella condizione di Cavalcante, nella figura del quale non vi era nulla di eroico, ma solo la preoccupazione per la sorte di Guido”. La preoccupazione di Gramsci per la sorte di “Guido” può essere interpretata come l’umano desiderio di riabbracciare i propri famigliari (dunque anche come un’indicazione di strategia processuale, perché non si enfatizzi il suo ruolo di capo), ma anche come preoccupazione per la propria creatura politica, cioè quel partito finito, poco dopo il suo arresto, nella tempesta dello stalinismo. All’origine di questa discussione cifrata c’era forse anche il fatto che nel IV congresso del Partito comunista, che si era appena svolto a Colonia, secondo un rituale ormai invalso, Gramsci era stato chiamato simbolicamente alla presidenza onoraria, subito dopo Stalin.
“Ben conoscendo le sue posizioni – sostengono Rossi e Vacca – Togliatti aveva inteso fare di lui un’icona intoccabile, occultandone i dissensi per sottrarlo a ogni possibile disputa e salvaguardare così il suo ruolo politico nel movimento comunista e il destino del partito”. Uno sforzo che certamente Gramsci vedeva a dir poco con sospetto, sempre più convinto – difficilissimo dire quanto ragionevolmente – che i primi a volerlo tenere in carcere fossero proprio Togliatti e i suoi compagni del gruppo dirigente. Ma il duro chiarimento politico che avrebbe agognato per anni, il carcere e le sempre peggiori condizioni di salute non gli permisero di ottenerlo mai. Ciascuno è dunque libero di scegliere la lettura del suo pensiero che ritiene più coerente, con i testi e con gli sviluppi storici, sapendo però che questa scelta dirà sempre molto di noi, e di come ci collochiamo in quella lunga storia che qui abbiamo tentato sommariamente di riassumere, e molto meno dell’uomo morto poco dopo la scarcerazione, quando la sua salute era ormai compromessa, nella clinica Quisisana di Roma, ossessionato da mille dubbi e sospetti. In questo solo, forse, davvero simile all’eroe ghibellino cantato da Dante.

(l’Unità, 14 luglio 2015)

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