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Filosofi fai-da-te

12/08/2015

unitaTra le novità del reparto saggistica, uno dei libri più venduti in tutto il mondo lo ha scritto la giapponese Marie Kondo e si intitola “Il magico potere del riordino”, ma per riassumerne il senso alla svelta potremmo ribattezzarlo: “Lo zen e l’arte di mettere a posto casa”. Mettere a posto, ovviamente, seguendo il dovuto rituale, di cui si possono trovare utili tutorial anche su youtube. Negli Stati Uniti il “metodo Kondo” è già entrato nel linguaggio, nell’anima e persino nella pelle di un sacco di gente che conta, se è vero che Jamie Lee Curtis si è fatta tatuare sulla spalla la domanda fondamentale della kondomizzazione: “Esprime gioia?” (questo bisognerebbe chiedersi prima di decidere se tenere o buttare via qualcosa che ci appartiene).
Si dirà che le star di Hollywood ci hanno abituato da tempo a simili stranezze, che l’infatuazione dell’alta società occidentale per filosofie orientali, new age, yoga e meditazione non è certo una novità, che si tratta insomma di una moda come tante, destinata a suscitare l’entusiasmo, tutt’al più, degli appassionati di cultura orientale e di qualche intellettuale radical chic. Resta il fatto che nel nostro paese il libro di Marie Kondo è già un best seller e risulta tra i più richiesti anche nei punti vendita autostradali del gruppo Autogrill.

Aiutati che il libro t’aiuta
Non si tratta di un fenomeno isolato: gli anni della grande crisi hanno visto una crescita senza precedenti di tutta una varia letteratura che potremmo definire motivazionale, auto-terapeutica o di auto-aiuto. E in questo campo – ma sia chiaro che l’associazione non contiene alcun giudizio di valore – i testi e gli autori che a vario titolo e con diversa autorevolezza si richiamano alle filosofie orientali la fanno indiscutibilmente da padroni. In molte librerie del centro di Roma o di Milano, per esempio, è facilissimo trovare scaffalature intere con l’opera omnia di Osho, per dirne uno, e faticare non poco a individuare due o tre volumetti che contengano almeno i principali dialoghi di Platone. Come mai?
A questa domanda, un grande filosofo italiano come Carlo Sini risponde chiamando in causa niente meno che la crisi della filosofia occidentale, e più in generale della nostra cultura. Ma se il primo problema – la crisi della filosofia – interroga più che altro l’accademia, il secondo no: qui parliamo di cultura media. E anche, banalmente, di come sono organizzate le nostre librerie. “In molte delle quali – ci fa notare Sini – se chiedi dov’è la filosofia, ti indicano il reparto delle pratiche esoteriche”. Ed è un’associazione che contiene già una visione del mondo, e una prima possibile conclusione della nostra indagine. Sembrerebbe quasi la chiusura di un cerchio: nata con la separazione del pensiero razionale dal suo grembo mitico, la filosofia occidentale, almeno tra gli scaffali delle nostre librerie, se ne andrebbe a morire proprio là dove era nata, tra le superstiziose, contorte, primordiali fantasie cui l’angoscia dell’animo umano non si stancherà mai di dare vita, e che la filosofia era nata proprio per combattere e vincere. Un’eutanasia che lascerebbe dunque campo libero ai suoi concorrenti: le filosofie orientali e la religione. Entrambi, del resto, in pieno rigoglio.
Non per niente, un recente osservatorio sull’editoria cattolica conferma una domanda crescente, specialmente tra i giovani, nel settore “spiritualità”, come ci racconta un’autorità del settore quale Giuliano Vigini. Naturalmente, sui grandi numeri, la chiesa cattolica, e papa Francesco in particolare, non temono rivali. E non c’è bisogno di spiegare perché, in Italia, le radici cristiane appaiano piuttosto salde. Ciò nonostante, anche qui, a un livello magari più superficiale, potrebbe diffondersi un fenomeno simile a quel “supermarket del sacro” che sembra offrire consolazione alle inquietudini della coscienza americana.
Piccoli segnali che possono accreditare l’ipotesi. Nel 2013 la casa editrice Fazi ha estratto dal ponderoso e ormai introvabile volume di Karl Jaspers intitolato “I grandi filosofi” un piccolo gruzzoletto di capitoli e li ha mandati in stampa come libro autonomo. Titolo: “Socrate, Buddha, Confucio, Gesù” (il sito della casa editrice lo presenta così: “La ricerca del vero attraverso il dialogo in Socrate, l’abbandono del mondo di Buddha, l’uomo che si realizza nell’ethos di Confucio e l’amore incondizionato insegnato da Gesù sono analizzati da Jaspers nel tentativo di fare chiarezza e recuperare la voce originaria di questi quattro grandi uomini”). Ma già nel 2009 Frédéric Lenoir, che su questi argomenti ha sfornato decine di best seller, aveva dato alle stampe “Socrate, Gesù, Buddha – tre vite parallele, tre maestri di vita” (il debito nei confronti di Jaspers è giustamente segnalato nell’introduzione) e ne aveva efficacemente sintetizzato il senso in un’intervista a Grazia, dal titolo: “Credo in Gesù, penso con Socrate, medito con Buddha”.

Un grande masterchef dell’anima
Messa così, più che la ricetta della felicità, potrebbe sembrare una ricetta di cucina, già bella e pronta per il mercato globale. Per quel grande Masterchef dell’anima in cui, a ben vedere, non dovrebbe mancare nemmeno “Aristotele, Buddha, Confucio – per essere felici ora” di Lou Marinoff. Per non parlare del successo mondiale ottenuto dallo stesso autore con “Platone è meglio del prozac”, la sua personale riduzione dell’intera filosofia occidentale in preziose pillole ansiolitiche. Ma la sua in realtà è l’eccezione che conferma la regola: nel campo della farmacopea spirituale, infatti, la filosofia orientale, in tutte le sue infinite varianti, riduzioni e commercializzazioni presenti in libreria, con le sue centouno storie zen e le sue cinquanta sfumature di yoga, è sostanzialmente imbattibile. Perché, insomma, se ciò di cui si sente il bisogno è proprio una pillola di saggezza capace di lenire rapidamente tutte le nostre angosce e darci almeno una provvisoria sensazione di felicità, forse è più semplice avviare il nostro amico depresso al metodo Kondo che allo studio di Kirkegaard. Anche e forse soprattutto se quell’amico siamo noi.
E comunque è un fatto che in libreria si trovano ormai più monaci tibetani che giallisti scandinavi, più manuali di meditazione che di cucina, ma è tanto se si riesce scovare un’edizione dei Memorabili di Senofonte, dove pure la vita e i detti celebri di Socrate sono raccontati in uno stile che al lettore profano potrebbero non apparire poi così lontani da quelli di un antico saggio orientale.
D’altra parte, come osserva ancora Carlo Sini, non è che poi in libreria o in autogrill vadano a ruba le copie del Mahabharata (il più antico poema epico della letteratura indiana, nonché il più lungo della letteratura mondiale). Si leggono delle divulgazioni, varie forme di buddismo e meditazione fai-da-te. “E obiettivamente è più facile fare divulgazione di queste cose che fare divulgazione di Plotino”.
Ma siamo proprio sicuri che la filosofia occidentale non offra e non abbia mai offerto nulla di paragonabile a quel genere di riflessioni, pratiche e modelli di vita che in tanti oggi sembrano cercare nella saggezza orientale? Non è difficile trovare autorevoli pareri a sostegno di questa tesi. Per esempio quello di Friedrich Nietzsche: “Se tutto va bene, verrà il tempo in cui, per promuovere il proprio avanzamento morale e spirituale, si prenderanno in mano i Memorabili di Socrate a preferenza della Bibbia, e in cui Montaigne e Orazio saranno utilizzati come messaggeri e guide per la comprensione del più semplice e imperituro mediatore-saggio, Socrate” (“Umano, troppo umano”). O anche, per venire a tempi più recenti, gli studi di Pierre Hadot, secondo cui buona parte della filosofia, in origine, era una sorta di “esercizio spirituale”. Più un modo di vivere, insomma, che un’elaborazione teorica (“Che cos’è la filosofia antica?”, Einaudi).
“Nella filosofia greca c’è anche questa componente, anche se Hadot l’ha enfatizzara in modo eccessivo”, ci ferma subito Franco Ferrari, studioso di Platone e ordinario di filosofia antica all’Università di Salerno. “E’ vero che gli stessi filosofi greci giustificano una qualche forma di filiazione da un sapere orientale, pensato come particolarmente lontano e profondo. Seppure in termini spesso abbastanza ironici, in Platone ci sono numerosi esempi in questo senso, che diversi interpreti hanno preso molto sul serio”. Ferrari, tuttavia, non sembra proprio essere tra questi, convinto com’è che la filosofia, di cui Platone è il padre, rappresenti anzitutto una forma di “esercizio critico”, più che di esercizio spirituale. “La via più lunga”, sintetizza, rispetto a soluzioni “più a portata di mano”, come quelle che riempiono le nostre librerie.

Il ritorno di Marx
Certo, se pensiamo a quel genere di produzione editoriale genericamente orientata alla ricerca della felicità, si potrebbe osservare che anche le filosofie classiche sono, come si dice, eudaimonistiche. “Eudaimonia però non significa felicità – replica Ferrari – ma benessere, cioè uno stato oggettivo, non soggettivo” (il punto non è cioè quello che mi rende felice, secondo i miei gusti e le mie inclinazioni personali, ma quello che realizza il fine dell’uomo in quanto uomo, che più corrisponde alla sua natura, o almeno a quella che il filosofo in questione ritiene essere la natura dell’uomo).
Ma la differenza fondamentale è forse un’altra. Per il pensiero antico classico, infatti, la realizzazione dell’individuo non è possibile al di fuori del rapporto con gli altri. Perché, come diceva Aristotele, l’uomo è un animale politico. Una concezione che da noi ha avuto corso anche in tempi più recenti, sebbene ora sembri meno diffusa.
Una delle spiegazioni più semplici al successo di un certo genere di pubblicazioni sta infatti nel loro conformarsi meglio all’individualismo che, si dice, caratterizzerebbe lo spirito del tempo. Eppure, proprio all’indomani della grande crisi economica, si è molto discusso di una reazione di segno del tutto opposto, anche in campo editoriale, dove si è assistito persino a un certo revival marxiano. Tra gli scaffali delle librerie non meno che sulle pagine internet, il filosofo di Treviri, dopo lunga quiete, è tornato a farsi sentire nelle forme più diverse. Per esempio nei libri di David Harvey, ma soprattutto sul suo sito web, dove i suoi non pochi fan possono ascoltarne le dense lezioni sul Capitale (ben venticinque, tredici sul primo volume e dodici sul secondo, della durata media di oltre un’ora e mezza).
Un’ultima ipotesi potrebbe dunque essere questa: che la crisi solleciti due possibili risposte, la via di fuga individualistica e la risposta politica, la ricerca di un proprio personale nirvana in cui trovare la pace o la strada di un possibile riscatto collettivo.
Due vie entrambe insufficienti, commenta Roberto Finelli, confermandoci subito che la filosofia non offre mai risposte facili. Studioso di Marx – ha appena dato alle stampe un saggio dedicato all’antico tema del suo rapporto con Hegel: “Un parricidio compiuto” – secondo Finelli il successo di Harvey si deve semplicemente al fatto che, malgrado tutto, il Capitale di Marx rimane uno strumento fondamentale per capire il mondo di oggi. Ma al tempo stesso anche le lezioni di Harvey non offrono una soluzione e una risposta per il futuro. “La verità è che siamo a un’estenuazione dei vecchi paradigmi, tanto più nella cultura di massa. Di qui questa facile apertura a un’oriente che propone sempre una versione monopolare, irenica, mai dialettica della realtà”.
Se può consolare, almeno non è un problema esclusivamente italiano. “In Germania – osserva Carlo Sini – la situazione è ancora più grave, perché i tedeschi al liceo la filosofia quasi non la studiano più, e così quando parli con fior di laureati, con un medico o un avvocato, e incidentalmente citi Kant o Hegel, ti guardano come per dire: ma perché, tu li hai letti?”.
Finelli non è più ottimista. “E’ l’impasse dello spirito occidentale – dichiara – che non riesce a proporre un paradigma in grado di mediare tra sociale e individuale. Non c’è la capacità di proporre qualcosa di nuovo”.
E quindi? “E quindi dobbiamo attraversare il buio della notte”, dice Sini. “E quindi – scherza Finelli – si finisce al consulente filosofico”. Che in effetti è nato in Germania, ma si è ormai diffuso in tutto il mondo. Italia compresa.

Il consulente filosofico
Se non sapete cosa sia un consulente filosofico, non perdetevi d’animo. Basta andare sul sito http://www.consulentifilosofici.com per scoprire che “un filosofo consulente, più conosciuto come consulente filosofico, a mezzo del libero dialogo sostiene chi gli chiede aiuto nel trovare da sé risposte a domande esistenziali”; che “i consulenti filosofici professionisti hanno conseguito uno specifico diploma post laurea e sono iscritti ad una associazione del settore”, e che si occupano in particolare di “difficoltà genitoriali, divorzi, malattie croniche, lutti, questioni sentimentali, stress da lavoro, problemi economici”.
Ci sembra giusto ricordarlo, a difesa del buon nome delle filosofie orientali (evidentemente, anche gli eredi di Kant e Hegel hanno i loro santoni, guru e guaritori) e a dimostrazione del fatto che la domanda fondamentale che ciascuno di noi continuerà a rivolgere eternamente a libri, cose e persone, in oriente come in occidente, resta sempre la stessa.
Esprime gioia?

(l’Unità, 11 agosto 2015)

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