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“Il banco di prova saranno le banlieue”

16/11/2015

unita«Non è il momento di dividersi su chi porti la prima responsabilità della situazione. In Francia un pezzo di sinistra radicale sostiene che quanto è accaduto sarebbe il risultato di decenni di politiche razziste, della demonizzazione degli arabi e così via. Credo che perdersi in una simile discussione, in questo momento, sarebbe pura follia. Ora dobbiamo prendere atto del fatto che siamo dinanzi a una sfida terroristica mortale, che siamo in una situazione di guerra, e dobbiamo affrontarla». Non usa mezzi termini Marc Lazar, storico e sociologo della politica, materie che insegna sia a Roma (alla School of Government della Luiss) sia a Parigi (Sciences Po). Ed è dalla sua casa di Parigi, comprensibilmente turbato, che ci risponde, come cittadino e testimone prima che come analista.
Professor Lazar, lei si trovava a Parigi nella notte degli attentati. Come ha vissuto questa terribile esperienza?
«È stato un trauma, non c’è altra parola. Ero a casa, ho visto in Tv quel che stava accadendo e naturalmente il primo pensiero è stato per famigliari, amici, colleghi dell’università e studenti che potevano essere in quelle zone. Per fortuna nessuno di loro è rimasto coinvolto negli attacchi».
E oggi (ieri per chi legge, ndr) come ha trovato la città al risveglio?
«Ho trovato una città che vive a un ritmo molto lento, anche per essere un sabato, con poca gente per le strade, ma non c’è un clima di paura. È un momento di riflessione su quello che è successo, di presa di coscienza, e ci sono anche molti segnali di solidarietà: le tante persone che sono andate negli ospedali per donare il sangue, o quelle che, nonostante il divieto di manifestare, sono andate davanti ai luoghi delle stragi. Insomma, ho visto una città ferita, ma non abbattuta».
Quello di venerdì notte è stato il secondo grande attentato sul suolo europeo, a distanza di meno di un anno da quello a Charlie Hebdo, entrambi a Parigi. La Francia sembra essere diventato il bersaglio principale. Come lo spiega?
«Credo che tutti si aspettassero altri attentati dopo quelli a Charlie e al supermercato kosher. C’erano stati molti avvertimenti delle autorità. Abbiamo saputo di numerosi attentati sventati, ad esempio quello sul Tgv. Alcuni giorni fa si è parlato anche di un altro attentato sventato contro una base navale nella regione di Tolone. Insomma, che ci fossero delle minacce si sapeva. Quello che non si poteva immaginare era l’ampiezza di questi attentati».
Siamo sicuri che qualcosa non si potesse, e dovesse, sapere prima?
«Sicuramente adesso ci saranno polemiche sulla gestione della sicurezza e sul ruolo dei servizi segreti, ma è molto difficile prevenire attacchi di questo tipo. Sappiamo che molti cittadini europei, tra i quali numerosi francesi, sono andati in Siria, dove sono stati addestrati a combattere, e sono tornati o possono tornare qui. Ed è molto difficile seguirli tutti».
Cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa, rispetto agli attacchi a Charlie Hebdo?
«Rispetto agli attentati di gennaio ci sono due enormi novità. La prima è che si colpisce gente comune, senza distinzione. In gennaio gli obiettivi erano un giornale satirico accusato di avere insultato il profeta, che per questo era da tempo nel mirino, e gli ebrei. Qui è gente qualsiasi che va allo stadio, al concerto. Ieri (venerdì per chi legge, ndr) a Parigi era una giornata molto piacevole, in tanti sono andati a cena fuori. Il fatto di avere deciso di colpire gente comune che usciva a divertirsi senza nessuna particolare caratterizzazione è una novità, almeno a questo livello e con questa intensità».
E la seconda novità?
«L’altra grande novità, almeno per la Francia, è che si tratta di kamikaze. Una tecnica che eravamo abituati a vedere in Medio Oriente o in Africa, e che ora arriva anche da noi. Insieme a un altro aspetto inquietante, che ci raccontano i sopravvissuti del Bataclan, secondo cui si trattava di giovani capaci di uccidere a sangue freddo, non di fanatici sovraeccitati».
Secondo lei che peso ha in tutto questo il problema delle banlieue?
«Questo è un grosso problema. Sappiamo che in queste periferie una minoranza di francesi di confessione musulmana, e sottolineo: una minoranza, conosce un processo di radicalizzazione salafita, a volte anche in carcere. Sappiamo che una parte di loro è andata in Siria o comunque si sente attratta dallo Stato Islamico, anche se non sono gli unici, perché abbiamo anche processi di radicalizzazione islamista di giovani cattolici. Ed è vero anche che nel gennaio scorso, quando in tutte le scuole si è osservato un minuto di silenzio per le vittime degli attentati, in alcuni istituti di periferia ci sono stati episodi piuttosto preoccupanti, con giovani francesi musulmani che dicevano di non voler rispettare il silenzio perché quelli di Charlie Hebdo avevano insultato il profeta».
Quale conclusione ne trae?
«Prima di tutto mi faccio una domanda: ora che con questo attentato i terroristi hanno colpito gente comune, tra cui chissà quanti francesi di origine araba e chissà quanti musulmani, come si comporteranno queste minoranze radicalizzate, e soprattutto quelli della zona grigia, che non hanno ancora fatto una netta scelta di campo ma magari finora hanno guardato con simpatia agli estremisti? Ecco, per questo penso che il vero banco di prova sarà lunedì (domani, ndr), perché nelle scuole è stato richiesto di nuovo un minuto di silenzio. Vedremo gli stessi incidenti del gennaio scorso o avremo un momento di concordia nazionale?».
C’è chi dice che la causa di tutto questo siano le guerre di Bush. E chi, dal lato opposto, pensa che il problema sia il disimpegno di Obama. Lei come la pensa?
«Credo che questi attentati siano il frutto di quello che sta succedendo in Medio Oriente, e specialmente in Siria, dove per varie ragioni, e anzitutto perché non era d’accordo su cosa fare con Assad, l’occidente ha lasciato crescere lo Stato Islamico. Ora siamo davanti a questo cancro e la situazione è gravissima, perché sappiamo che ci sono campi in cui i fondamentalisti vengono addestrati per fare la guerra non solo lì, ma anche qui, come a Parigi. Dunque non è il momento di dividersi su chi porti la prima responsabilità della situazione. Ora dobbiamo confrontarci con questa sfida mortale, questo è il nostro compito, e mi auguro, anche se non sono molto ottimista, che la risposta sia non solo francese, ma europea, come hanno detto a Hollande sia Merkel sia Renzi».

(l’Unità, 15 novembre 2015)

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