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Il filosofo in guerra con la politica

12/11/2015

unitaIl percorso politico e intellettuale di André Glucksmann, il filosofo francese scomparso lunedì notte a Parigi, è a suo modo una storia comune, condivisa con buona parte della sua generazione: quella che ha fatto il sessantotto e da allora è rimasta sempre in prima linea, sebbene non sempre sotto le stesse bandiere.
Tra i pochi, a sinistra, a riconoscere e denunciare sin dagli anni settanta il carattere oppressivo e disumano del totalitarismo comunista, e a schierarsi sempre dalla parte delle popolazioni oppresse e dei diritti umani calpestati ovunque nel mondo, Glucksmann è stato uno dei più convinti sostenitori del diritto di ingerenza umanitaria. Per questa ragione si è schierato a favore dell’intervento in Kosovo nel 1999, ma anche della guerra in Iraq nel 2003 e dell’intervento europeo in Libia nel 2011. Una linea che ha condiviso, assieme a quasi tutto il resto, con Bernard-Henri Lévy, sin da quegli anni settanta in cui i due si fecero conoscere come nuoveaux philosophes. Entrambi sono stati tra i più aspri critici di Putin, denunciando ripetutamente gli orrori della guerra in Cecenia, il trattamento riservato in Russia agli oppositori e da ultimo l’aggressione all’Ucraina. Instancabile fustigatore dei tabù e delle ipocrisie della sinistra – specialmente in campo internazionale – Glucksmann non ha esitato a sostenere Nicolas Sarkozy, almeno nella prima fase della sua presidenza (quella dell’ouverture a sinistra, con un altro esponente prestigioso della sinistra come Bernard Kouchner al ministero degli Esteri). A dare notizia della scomparsa di Glucksmann è stato il figlio Raphaël. «Il mio primo e migliore amico non c’è più», ha scritto su Facebook. «Ho avuto l’incredibile fortuna di conoscere, ridere, discutere, viaggiare, giocare, fare tutto e non fare assolutamente niente con un uomo così buono e così meraviglioso. Ecco tutto, mio padre è morto ieri sera».
Il modello della sua generazione è stato senza dubbio Jean-Paul Sartre: l’intellettuale impegnato per definizione. «La lezione di Sartre – ha spiegato Bernard-Henry Lévy in un’intervista del 2013 all’Huffington Post – ci insegna che esistono tre vie d’accesso alla verità: l’azione, la filosofia e l’arte. Sarte era tutte e tre queste cose: era un’attivista, un grande filosofo e un’artista immenso». Non c’è dubbio che i nouveaux philosophes non aspirassero a nulla di meno.
Con Sartre, non per nulla, Glucksmann fu tra i firmatari del famoso «manifesto contro la repressione in Italia» da cui nascerà il grande raduno-convegno di Bologna, nel 1977. Nel pieno degli anni di piombo. Una vicenda che è stata ricordata recentemente in occasione della scomparsa di Renato Zangheri, il sindaco comunista che dovette ospitare, e fronteggiare, quell’evento. Una prova non facile. L’appuntamento divenne infatti il punto di raccolta di tutti i filoni dell’estremismo di sinistra di quegli anni, ed ebbe nel giornale di Lotta Continua il suo peculiare house organ.
Qualcosa dello spirito di quegli anni e anche di un certo modo di guardare all’Italia, ma soprattutto di concepire il ruolo degli intellettuali, si ritrova nella stessa intervista a Bernard-Henry Lévy sopra citata, in cui il filosofo dichiarava: «L’Italia esce da un ventennio di Berlusconi e Berlusconi significa deculturazione della società, prima di lui avete avuto 20 anni di compromesso storico tra il Partito comunista e la Democrazia cristiana e tra i due periodi avete avuto gli anni di piombo con il terrorismo… tutto questo non fa bene al lavoro dell’intelletto. Gli intellettuali italiani sono scesi nelle catacombe». Un’accusa che certo nessuno ha mai potuto rivolgere né a lui né al suo grande amico e sodale Glucksmann. Semmai, qualcuno ha rivolto loro l’accusa, opposta, di presenzialismo. Di sicuro nessuno come loro ha rappresentato più a lungo e con maggiore influenza il ruolo dell’intellettuale come coscienza critica globale, come maître à penser, come contestatore e insieme sacerdote di un potere sempre ambivalente, sul crinale tra comunicazione, filosofia e politica (e dove, paradossalmente, forse alla fine era proprio la filosofia ad avere la parte minore, a confronto con l’urgenza e la forza delle altre due grandi passioni dei nouveaux philosophes).
In un ricordo a caldo su le Monde, Bernard-Henry Lévy ha parlato delle tante immagini differenti dell’amico che gli si agitavano nella mente. «C’era il Glucksmann che aveva ragione e c’era il Glucksmann al quale capitava, con lo stesso fervore e con lo stesso sentimento d’essere nel giusto, di avere torto», ha detto. «La grande differenza con altri, molti altri, è che lo diceva».

(l’Unità, 11 novembre 2015)

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