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La questione Barca

18/07/2016

Quando Fabrizio Barca se ne venne fuori con quel suo manifesto politico catoblepista rimasi piuttosto perplesso. Non mi convinceva il suo organizzativismo illuministico, l’idea che tutto, o comunque il cuore del problema fosse questione di meccanismi decisionali e organizzativi di base, democrazia deliberativa e capacità di raccogliere le istanze del tuo caseggiato-quartiere-città (non volevo dire «territorio» e penso che solo per questo dovreste ringraziarmi). Paradossalmente, il suo documento mi sembrava soffrire di un approccio tecnocratico allo stesso problema del rilancio della sinistra e di un partito popolare, tanto da essere perfettamente e utilmente applicabile, almeno per nove decimi, anche a un partito di destra, centro, cattolico tradizionalista, radicale-libertario, estrema sinistra o estrema destra. Non ho invece mai condiviso la critica secondo cui, avendo fatto parte del governo Monti, Barca non avrebbe avuto titolo per parlare dei destini e del futuro della sinistra. Critica che a mio avviso avrebbero potuto muovergli legittimamente, nel Pd, solo ed esclusivamente quei tre o quattro che a suo tempo fecero tutto il possibile per evitare che il governo Monti si facesse e poi che durasse fino alla fine della legislatura (per esempio: Stefano Fassina). Detto questo, mi sembra indiscutibile che da allora in poi Barca si è distinto per un comportamento assai raro tra intellettuali e autorevoli personalità della società civile. Quelli, per intenderci, che si abbassano a scendere in politica solo per essere candidati in parlamento, e se dopo che li hai candidati in parlamento non ci scappa neanche un ministero allora come minimo a segretario del partito, e se va male anche questa allora a sindaco, deputato europeo o presidente di Regione, oppure niente, addio (da Ignazio Marino a Sergio Cofferati, cambiando quel che c’è da cambiare). Da quando ha smesso di fare il ministro Barca ha fatto l’esatto contrario. Non ha cercato di capitalizzare la sua visibilità e il suo prestigio per ottenere ruoli, incarichi o candidature gratificanti. Al contrario. Si è impegnato con generosità e passione nel portare avanti le sue idee e nel provare dove possibile a realizzarle, mettendo il suo lavoro e tutto se stesso a disposizione del Partito democratico e del suo gruppo dirigente. Il problema è che il Pd non ha un gruppo dirigente, bensì un agglomerato di fazioni incapaci anche solo di porsi il problema del partito nel suo complesso (e questo secondo me a causa dell’idea stessa del «partito fondato sulle primarie» con cui è stato battezzato nel 2007, e a cui non si è posto rimedio nemmeno dopo). Oggi servirebbe dunque un partito con una vita democratica non solo trasparente – quale è adesso, più di qualsiasi altro in Italia, come giustamente riconosce Barca – ma costruttiva, utile, sensata, in cui una libera e matura dialettica tra diverse correnti sia elemento di crescita collettiva e non di guerriglia permanente. Perché solo così la partecipazione e l’impegno delle intelligenze migliori e delle personalità più autorevoli, di cui il Pd e la politica italiana hanno un disperato bisogno, sarà possibile e anche auspicabile: perché non diverrà pura, utilitaristica e per giunta precaria affiliazione correntizia. Solo così il modo di comportarsi di Barca non sarà più l’anacronistica eccezione, ma tornerà a essere la norma. Nel frattempo, però, sarebbe utile, e nell’interesse dell’intero Partito democratico, che quell’unica anacronistica eccezione rimasta non divenisse un monito permanente contro qualsiasi fantasia di imitarlo dovesse mai venire ad altri.

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