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Al posto della memoria

03/08/2016

Intervistato su Repubblica, Guido Ceronetti racconta di aver scritto un opuscolo dal titolo «Per non dimenticare la memoria» perché, dice, come tutti «sono uno che perde memoria, spesso a larghe fette e ne soffro» (del resto, sta per compiere ottantanove anni). Dice che i giovani invece hanno la «e-memoria, la memoria elettronica» e per spiegarsi aggiunge: «La battaglia di Waterloo? Quel 18 giugno 1815 vanno a cercarlo lì, su quegli aggeggi. Non hanno bisogno di ricordare. L’invenzione della tecnologia è stata una cosa devastante». Mi ha colpito perché questa, se ricordo bene, era esattamente la critica che veniva rivolta contro l’invenzione della scrittura in un famoso dialogo platonico (sebbene non così famoso perché io me ne ricordi con certezza il titolo senza bisogno di consultare la mia memoria elettronica, cosa che adesso sono troppo pigro per fare). In altre parole l’accusa era che i libri, disabituandoci a conservare e gestire le informazioni a mente, ci avrebbero reso tutti dei perfetti cretini. Mi ha colpito perché l’incipit dell’intervista è una battuta di Ceronetti che dice così: «Un consiglio a chi non legge? Per carità, se vuole restare cretino, faccia pure». E cioè, sempre se ricordo bene, l’esatto contrario della tesi esposta nel dialogo platonico. Ceronetti, che è uomo coltissimo, e particolarmente in questa materia, lo sa molto meglio di me, ma deve averlo dimenticato. A me, in compenso, tutta questa storia ha ricordato di quando mi capitò di intervistare un uomo altrettanto colto e anche lui decisamente avanti con gli anni, che si rivelò però assolutamente incapace di seguire coerentemente il filo di un qualsiasi ragionamento. In ogni sua risposta confluivano disordinatamente le informazioni più disparate, in una ragnatela di associazioni, citazioni e note a margine che si faceva sempre più fitta. Nel cercare disperatamente di rintracciare il filo del suo discorso, avevo la sensazione di trovarmi dentro un’antichissima e gigantesca biblioteca colpita da un’alluvione, nei cui corridoi galleggiavano ancora pagine scompagnate e infradiciate dei libri più vari e preziosi, ma ormai quasi del tutto illeggibili. Ricordo che dopo aver chiuso quella singolare telefonata sollevai lo sguardo sul monitor dove, abbandonata ormai ogni intenzione di provare a scrivere quel che mi aveva detto, avevo aperto la mia bacheca twitter. Osservai per un attimo la successione dei tweet ed ebbi quella stessa sensazione: una biblioteca allagata.

Non so se la tecnologia ci renderà più intelligenti o più fessi – dall’invenzione del libro in poi, io direi che ci ha resi più intelligenti, ma so che è una posizione su cui ci sono delle obiezioni – mi domando però se la parte più bella del futuro non comincerà con la nostra capacità di muoverci tra tanti fogli scompagnati che ci svolazzano intorno senza perdere il filo e senza perdere la pazienza, ma soprattutto senza pretendere di rimettere sempre ogni cosa al suo posto, cioè come stava prima.

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