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Una sinistra rossa e blu

28/04/2017

La liberazione dell’Italia dal nazifascismo, resa possibile dall’unità di tutte le forze antifasciste, quest’anno è stata celebrata dalle diverse anime della sinistra all’insegna della divisione e della reciproca delegittimazione. Un risultato davvero paradossale. Oltre all’incresciosa vicenda romana, ancor più incresciosa perché si ripete da alcuni anni, con la spaccatura tra l’Anpi e i movimenti palestinesi da un lato, la comunità ebraica e il Pd dall’altro, ad alimentare le polemiche è stata la manifestazione milanese. Qui i democratici hanno sfilato con bandiere e magliette dell’Unione europea, in piazza dietro lo striscione blu «Noi, patrioti europei» e su twitter dietro l’hashtag «#TuttoBlue».
Sul piano della coerenza storico-politica la scelta si può dire incontestabile: il collegamento tra la ricorrenza del 25 aprile e la lotta contro i risorgenti nazionalismi xenofobi appare piuttosto evidente (certo più del nesso, per esempio, con la questione israelo-palestinese). E tuttavia, in quel 25 aprile «tutto blue», c’era qualcosa che non suonava pienamente convincente (oltre al discutibile gioco di parole con «blu» e «Ue», s’intende). Se non altro, diciamo così, nel dosaggio.
Indipendentemente dalle intenzioni degli organizzatori, tra i quali molti esponenti della sinistra interna assolutamente insospettabili di “macronnismo”, l’impatto delle immagini comunicava l’idea di una contrapposizione tra blu e rossi, tra modernisti e tradizionalisti, tra simboli, parole e colori dell’impegno europeista di oggi e simboli, parole e colori delle lotte antifasciste di ieri. Una contrapposizione fuori luogo il 25 aprile, giorno in cui si celebra una vittoria che fu anche e in buona parte una vittoria delle bandiere rosse, ma forse ancora più fuori luogo nella battaglia di domani. Perché la battaglia di domani, a sinistra, si giocherà tutta lì: sulla capacità di tenere insieme rosso e blu, sinistra ed europeismo, storia e futuro. Uno sforzo indispensabile se si vuole evitare che l’impegno del Partito democratico per cambiare l’Europa senza rassegnarsi al ripiegamento nazionalista sia infine travolto dalla piena dell’alleanza rosso-bruna, che in Francia sembra fare le prime prove con le strizzatine d’occhio tra destra lepenista e sinistra populista, con il leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che rifiuta di dare indicazione di voto per il ballottaggio (rimandando a una consultazione sul web tra i suoi sostenitori: ricorda niente?) e il Front National che illustra nei suoi volantini i non pochi punti di contatto tra i due programmi. Una tendenza che si intravede anche da noi, nei commenti sul ballottaggio francese: dagli intellettuali antieuropeisti della sinistra radicalissima che fanno professione di equidistanza ai meno intellettuali antieuropeisti del Movimento 5 Stelle.
Impedire la saldatura tra istanze sociali della sinistra radicale e pulsioni xenofobe della destra populista dovrebbe essere la prima preoccupazione di un Partito democratico che non voglia restare stritolato nella stessa tenaglia che ha già messo fuori combattimento i laburisti inglesi nel referendum sulla Brexit e i democratici americani alle ultime presidenziali. Consegnare agli avversari simboli e bandiere della propria tradizione senza nemmeno combattere, pertanto, non sarebbe un’astuta opera di modernizzazione, ma il meno intelligente e il più dannoso di tutti i possibili modi di suicidarsi.

(l’Unità, 27 aprile 2017)

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  1. Alpa69 permalink
    01/05/2017 11:03

    Ti si legge sempre con piacere. Grazie

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