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Lingua di fuoco e guanti di velluto

10/08/2018

In un bell’articolo sul Foglio che è anche l’unica cosa che abbia letto finora, in questa stanca mattina del 10 agosto, Giuliano Ferrara parla della necessità di una “lingua di fuoco” per contrastare l’ondata populista globale (e nazionale), citando due grandi classici della letteratura occidentale che prima o poi dovrò decidermi a leggere (o finire di leggere): la Lettera scarlatta e il Vangelo. Lo segnalo qui, dove non scrivo niente da mesi, vincendo la pigrizia e l’idea che semmai dovrei pensare a scrivere ben altro, e prima ancora a leggere, e prima ancora a chi me lo fa fare, perché proprio questa stessa catena di pensieri e di esitazioni mi sembra sia degna di nota. Perché ho l’impressione che qualcosa del genere accompagni e tenda a rallentare o a spegnere del tutto ogni impulso a prendere la parola e a fare qualcosa, forse non solo in me. È come se di fronte alla crescente gravità e assurdità e a volte perfino tragicità delle notizie di cronaca, e di conseguenza al desiderio di dire qualcosa, si opponesse un muro molto più efficace della semplice paura di litigare o di farsi dei nemici, nella forma di un’enorme stanchezza. E mi chiedo se andasse così anche in altre fasi della nostra storia, e se non fosse proprio questo il modo in cui si presentava anche allora, in tanti di coloro che i libri avrebbero definito attendisti, la pressione del conformismo sociale, o semplicemente la viltà. Chissà se anche loro, interrogati oggi sulle ragioni della loro acquiescenza, risponderebbero come avrei risposto io alla domanda sul perché, a proposito di questo o di quello, non abbia scritto un articolo, un post su facebook o anche soltanto un tweet: ero stanco. Ho l’impressione di non essere l’unico, in questo periodo, ad avvertire sempre più spesso una simile svogliatezza, e a biascicare scuse fino a tardi per non alzarmi dal letto. Servirà davvero una “lingua di fuoco”, per uscire da questa situazione. Ma serviranno anche guanti di velluto, perché nulla stanca come la retorica e l’indignazione malriposta, a comando, insincera. Ed è ora di alzarsi.

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