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Il Pd ha già un candidato a titolo personale: Pietro Ichino

22/02/2008

Roma. Compiuta la scelta di correre da soli. Decisi l’apparentamento con Antonio Di Pietro e l’ospitalità per i Radicali. Stabilito che tra le due cose non c’è contraddizione, perché il punto è sempre stato l’inversione delle priorità: prima il programma e poi le alleanze (che dunque non sono mai state escluse per principio), l’onere della prova, adesso, ricade tutto sul programma. Trenta pagine che sono state approvate all’unanimità dal coordinamento del Partito democratico, ma che saranno rese pubbliche soltanto lunedì. E’ in nome della famosa “omogeneità programmatica”, infatti, che si è scelto di andare da soli, scatenando da una parte e dall’altra tutto quello che si è scatenato.
Appena annunciato l’accordo con i Radicali, però, ecco che Rosy Bindi dichiara: “Non vorrei che per evitare una coalizione disomogenea ci ritrovassimo con un partito disomogeneo”. Visto che il “tabù dell’alleanza” ormai era stato rotto, sostiene il ministro, sarebbe stato meglio concedere l’apparentamento anche ai Radicali, che poi era esattamente quanto i Radicali chiedevano. Secondo l’accordo, invece, otterranno alcune candidature nelle liste del Partito democratico, dunque non potranno presentare il loro simbolo. “E’ evidente – dice la Bindi – che il programma votato all’unanimità non potrà subire il cambiamento neanche di un aggettivo o di una virgola”. Paola Binetti aggiunge che il testamento biologico “non è nel programma del Pd”. E che c’è invece il “tagliando” alla 194.
“L’accordo con i Radicali ci rafforza”, dice Massimo D’Alema, ricordando il comune successo della moratoria sulla pena di morte. E’ la linea che i vertici del Pd hanno tenuto sin dall’inizio, lodando le posizioni dei Radicali sulla pena di morte, il lavoro di Emma Bonino come ministro del Commercio estero, insomma tutto quanto si possa lodare dei nuovi alleati senza parlare di laicità e diritti civili. Questioni che in effetti – Radicali o non Radicali – Walter Veltroni vorrebbe lasciare il più possibile in secondo piano, sia perché su quel terreno è difficile che il Pd guadagni voti al centro, sia perché la stessa omogeneità del Pd è in merito assai dubbia (e lo scontro interno sempre dietro l’angolo). Non per nulla, dei dodici punti che il segretario ha presentato alla costituente, tratti dal programma elaborato da Enrico Morando, nemmeno uno tocca questioni etiche, laicità o diritti civili.
In compenso, domani si terrà a Roma il primo seminario nazionale dell’area denominata per l’appunto “Laicità e civismo”. Iniziativa che sin dal titolo si schiera “Per una cultura politica laica del Partito democratico” (parleranno, tra gli altri, Stefano Rodotà, Gian Enrico Rusconi, Sergio Staino, Miriam Mafai, Ignazio Marino). Si tratta dell’iniziativa lanciata da Gianni Cuperlo con un appello che ha raccolto centinaia di adesioni, a cominciare da quella di Umberto Veronesi. Ma se è vero che l’onere del programma ricade ora sul Pd, è anche vero che questo non è gravato dalle sole questioni etiche, bioetiche, laiche o cattoliche.
Veltroni ieri ha annunciato di avere dato incarico ai gruppi parlamentari di scrivere le dodici proposte di legge che corrispondono ai dodici punti della costituente, da presentare “alla prima seduta del Consiglio dei ministri”. Ma si sa che i programmi elettorali servono più che altro a dare argomenti ai propri critici. E così, nonostante quelle proposte siano state elaborate dal più liberal dei liberal diessini; nonostante lo stesso Morando abbia dichiarato di avere utilizzato ampiamente gli scritti pubblicati sul sito lavoce.info – l’Atene telematica dei “liberisti di sinistra” à la Francesco Giavazzi – nonostante tutto questo, dicevamo, ecco che Giacomo Vaciago, professore di Economia alla Cattolica nonché editorialista del Sole 24 Ore (oltre che delegato alla costituente del Pd), intervistato dal Corriere della Sera, stronca senza pietà il programma frutto di tanti sforzi. “Per realizzare tutti i sogni promessi da Veltroni – dice – ci vorrebbero trent’anni, non cinque”. Vaciago contesta il tentativo di “conciliare gli opposti” e non riconosce nemmeno alcun progresso nel passaggio dalle 287 pagine del programma dell’Unione alle 30 di Morando: “Più o meno sono state rispettate le proporzioni. Prima erano nove partiti, ora è uno solo più Di Pietro”. E poi c’è la candidatura di Pietro Ichino, annunciata su Repubblica in un’intervista che già nel titolo parla di “ridiscutere l’articolo 18”, suscitando a sinistra una sfilza di attacchi al Pd (il più tenero parla di “Dichiarazione di guerra ai lavoratori”). A pensarci bene, per la conferenza stampa di lunedì, un tale pandemonio sarebbe un buon argomento contro l’accusa di “irenismo” mossa da Vaciago. A pensarci meglio, in piena campagna elettorale, è probabile che la questione finisca accanto ai diritti civili. Ma al loft, evidentemente, ci hanno pensato meglio da soli. Alle otto di sera Tiziano Treu dichiara: “Ichino parla a titolo personale”. (il Foglio, 22 febbraio 2008)

3 commenti leave one →
  1. 22/02/2008 12:49

    Ricordo l’intervista a Tremonti del Corriere di qualche settimana fa: la tesi è che, marxianamente, il PDL è forte sul piano della “struttura” mentre il PD vanta una fragile immagine “sovra-strutturale”. Il post di Quadernino lo conferma. poi è davvero da irresponsabili dire che quella di Ichino è una candidatura personale, visti i precedenti. Il problema della sinistra è che fa di tutto per dimenticare Marx. Perchè? per caso è esisto?

  2. 22/02/2008 17:39

    Sulle candidature, ti rimando alla nostra lettera aperta

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  1. DestraLab » Non mastica

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