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Prodiani e popolo

09/05/2008

Pubblichiamo la lettera-documento che due esponenti del Partito democratico di area prodiana hanno inviato il 24 aprile (tre giorni prima del ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma) “ad Arturo Parisi e agli amici ‘ulivisti’ o ‘prodisti’”. La lettera è intitolata “Ma che posto c’è per noi in questo Pd? – Per una riflessione retrospettiva sul 13-14 aprile”

No alla retorica della sconfitta “bella”. Non è tempo di spartiti ordinati e di sinfonie grandiose. Abbiamo perso. Molto. E male. E’ tempo di una musica senza spartiti. Suonata a freddo. Di intuizioni. Di umiltà. Di rapsodie. Di jazz. E’ tempo di frammenti. Frammenti. Frammenti per un discorso politico. Basta indici alzati. Basta dare lezioni. Non ascoltiamo più sirene interessate. Non tutto è da rifare. Ma tanto è da fare. Non è il momento di tacersi la verità.

Crisi di Sistema. Non c’è. Non c’è stata. Non comincia una nuova Repubblica. I quindici anni trascorsi non sono stati perduti. Il bipolarismo è confermato e consolidato. La crisi è stata crisi dell’Unione. Crisi del centrosinistra. La leadership del Pd ha fallito su due piani: 1) non è riuscita (e noi diciamo: meno male!) a trasformare la sua crisi politica in un cambio di sistema (legge proporzionale senza premi maggioritari); 2) non ha proposto una coalizione vincente.

Artificio. A un insuccesso storico – noi lo consideriamo tale: parliamo del fallimento del governo di centrosinistra – si è risposto con furbizie politiche (la separazione consensuale da Rifondazione) e con azioni basate su trovate comunicative (la nuova stagione). Sarebbe stato meglio affrontare la tragedia. Eludere il dramma non lo ha evitato. Voltare pagina? Pensare che il Pd potesse salvarsi accantonando l’Unione e Prodi come se fossero stati due accidenti in cui non aveva che una parte minore e quasi involontaria è stata una prova di presunzione e superficialità. Condurre una campagna elettorale di opposizione (“… non è possibile che in questo paese le cose vadano così e così…”) con il presidente del partito che è capo del governo e quasi tutti i ministri del Pd capilista nelle circoscrizioni non è apparso coerente – diciamo – con le promesse di “nuova stagione” e di “discontinuità”. Portare la più cospicua responsabilità di governo, comportandosi, “nelle condizioni date”, come una forza di opposizione non ha convinto gli elettori. In fondo il messaggio era molto semplice: cambiate Prodi con Veltroni. L’elettorato ha detto: se dobbiamo cambiare meglio cambiare con Berlusconi. Quando la popolarità di un governo cala perché la medicina è amara, la maggioranza serra le file e tiene i nervi saldi, a partire dal partito maggiore, e non si mette a sparare sul quartier generale e sul timoniere. Vale per i Ds e i Dl. Vale per il Pd. E vale per la sinistra “irresponsabile” che non ha capito una cosa fondamentale: nel 2006 aveva preso i voti per stare al governo e non per tornare all’opposizione. Gli artifici hanno le gambe corte.

Nuovo conio. Si poteva lavorare a rendere la sinistra programmaticamente governativa oppure a espellerla dall’area di governo, solleticandone le pulsioni massimaliste. I coraggiosi profeti del “nuovo conio” hanno lavorato (di fatto, non sappiamo quanto consapevolmente) per la rottura con la sinistra. Quando si dice che il fallimento dell’Unione era inevitabile per l’impossibilità di governare con la sinistra “massimalista” si assume implicitamente il programma dei “coraggiosi” che, lavorando per alleanze di nuovo conio, hanno dato un contributo importante all’insuccesso dell’alleanza. Ma questi “coraggiosi”, convinti assertori dell’impossibilità di governare con la sinistra e della incapacità della sinistra a governare, non hanno forse dato un loro contributo al fallimento del programma di governo? Le proposte centriste e liberiste, di provenienza Pd, non sono state tra le cause del logoramento dei rapporti nell’Unione? Tassare le rendite, a partire dalle stock option dei manager multimilionari, come si era promesso in campagna elettorale nel 2006, era troppo di sinistra? Accorgersi e riconoscere che c’era una erosione insopportabile del potere di acquisto di salari e stipendi, prima che lo dicesse Mario Draghi, a fine maggio 2007, era estremismo di sinistra? Proporre di vendere ai privati le società fornitrici di servizi, controllate e partecipate dagli enti locali, serve a ridurre le tariffe a vantaggio dei consumatori o a fare contenti i capitalisti della rendita?

Subalternità. Il Pd fatica a dare vita a una cultura autonoma propria. Sembra a rimorchio del discorso della Confindustria delle poche famiglie e della “ideologia britannica”, esportata a Bruxelles, delle liberalizzazioni, privatizzazioni e regolazioni. Il senso comune è lontano da quei discorsi. In quali settori i mercati regolati hanno portato a riduzioni dei prezzi? In quali settori industriali, gli imprenditori hanno compensato i miglioramenti di produttività con aumenti dei salari? Estremizziamo, e ce ne scusiamo. Ma vorremmo farci capire. Il Pd ha ascoltato troppe sirene interessate a istillare nel suo senso comune visioni tecnocratiche e modelli astratti. Il Pd, nella sua proposta programmatica, è apparso più lontano dalle preoccupazioni quotidiane dell’aumento del costo della vita e dell’insicurezza del posto di lavoro di quanto fosse vicino alle ideologie del mercato e alle parole concorrenza, competitività, produttività. Parole importanti quando funzionano e non quando servono da alibi al peggioramento delle condizioni di vita in una società bloccata, con profitti e rendite crescenti e redditi da lavoro decrescenti. Viviamo in una società che ai piani alti è protetta da ogni forma di concorrenza mentre ai piani bassi vi è sempre più esposta. Forse sarebbe bene rompere altri tabù e non avere paura di parlare di intervento pubblico e di dirigismo. E nemmeno di rivendicazioni salariali. Non servirebbe un Pd un po’ meno liberista e un po’ più sociale? Quanto ai modelli esteri, non si capisce perché gli altri debbano essere sempre meglio di noi e perché noi dobbiamo sempre tagliarceli su misura o farceli imporre come modello da opinionisti interessati. Blair non è un modello: la sua politica presuppone quindici anni di thatcherismo e una opzione antieuropea e bushista. Sarkozy va bene quando sfascia il Ps, togliendogli dal mazzo dirigenti di primo piano, e poi non va più bene quando espunge la “concorrenza” dall’elenco dei principi-valori del nuovo trattato europeo. Va bene quando parla di liberalizzazioni e male quando è dirigista…

Simboli. Maneggiare con cura. Non scambiare simboli e testimonial. I simboli affondano le radici nella storia. Sono una cosa che muove corde profonde: la croce, la mezzaluna, la bandiera rossa… I testimonial sono veicoli di un messaggio pubblicitario. Attengono al marchio e alla moda. Durano il tempo di una stagione. O, quando va bene, restano nel ricordo di una generazione: il Mulino bianco, Calimero, Carmencita… I simboli che si incarnano in una persona fanno vacillare e rischiano di travolgere coloro che li portano. Il rispetto delle persone esige che le proteggiamo dal farne dei simboli. Già il ruolo di testimonial li espone a una tensione raramente sostenibile. E comunque la politica non ha bisogno di politici-simbolo e di politici-testimonial. Agli elettori vanno proposti candidati che aspirino a essere eletti come rappresentanti della nazione per quello che sono e per quello che sanno e non per quello a cui rinviano. Conta il significato e non il significante. Conta il rapporto con il popolo. La fanteria conta di più dell’aviazione. La pastorale dei parroci conta di più della teologia dei dottori.

Autocritica. Abbiamo (molti di noi, ulivisti o prodisti, hanno) cercato di resistere alla candidatura di Veltroni per il modo in cui aveva preso forma (unanimismo) e per il contenuto che il candidato le dava (dal discorso di Torino in poi). Abbiamo intuito che la candidatura delineava il “superamento” di Prodi e dell’Unione. Per questo abbiamo sostenuto una candidatura alternativa che investiva su un Pd che nascesse impegnato nel rilancio del governo e della coalizione. Avevamo intuito. Ma non avevamo capito fino in fondo. Almeno io non avevo capito fino in fondo. Purtroppo non abbiamo avuto il coraggio di riconoscere quanto ininfluente e modesto fosse il risultato della nostra azione di opposizione a Veltroni. Ci siamo consolati e rifugiati nel risultato di bandiera. Mentre la “nuova stagione” – forte di un consenso plebiscitario rilasciato in bianco – prendeva velocità e travolgeva ogni prudenza con irruenza giacobina. Non avevamo capito che non c’era modo di influenzare e di condizionare con le parole e con il ragionamento le scelte di una leadership innanzitutto attenta a se stessa e che, con cura, aveva costruito la sequenza della “discontinuità”: bipolarismo coatto, coalizioni eterogenee, autonomia dei partiti, proporzionale, proporzionale disproprozionale che premi la vocazione maggioritaria del Pd. Passaggi concitati con successione accelerata: separazione consensuale, andare da soli, legge proporzionale, governo per le riforme. Una cosa era via via più chiara: Prodi e il governo dell’Unione erano di impaccio. Serve qualcosa di nuovo, di nuovissimo! Noi nuovisti doppiati dagli iper-nuovisti. In ogni passaggio concitato di questa sequenza azzerante noi non siamo riusciti a dire: basta, basta così. La lealtà verso il governo e verso il partito ci ha trattenuto. Non ripetiamo lo stesso errore. Ora non possiamo tacere. Sola consolazione: questo Pd ha contribuito ad assestare il sistema bipolare. La crisi di sistema non c’è stata. Nonostante tutto lo scettro è rimasto nelle mani degli elettori che al momento del voto hanno scelto la maggioranza di governo e il presidente del Consiglio.

Sondaggi. Grande recupero? Non si è visto. Ci chiediamo: ma i sondaggi, quelli di novembre e quelli ancora precedenti, sui quali si calcola il “recupero”, hanno la stessa provenienza (e attendibilità) di quelli che circolavano dalle parti del loft alla vigilia del voto e degli exit-poll squadernati in tv a urne appena chiuse? Ora sappiamo che questi ultimi erano patacche di scarso valore. Un dubbio: lo erano anche quelli che ci davano per morti e sepolti quando il governo aveva appena iniziato a somministrare al paese la cura di cui aveva bisogno? Per i sondaggi, come per i simboli, diremmo: maneggiare con cura.

Numeri. Il bipolarismo è rimasto. Ma per il Pd è andata davvero male. Gli italiani hanno voltato pagina, ancorché in senso opposto a quello da noi auspicato. Veltroni (Pd + Idv) ha preso alla Camera 13.686.673 voti, mentre Berlusconi (Pdl, Lega, Mpa) ne ha presi 17.063.874. Il vecchio centrosinistra ha preso 15.929.296 voti. Il vecchio centrodestra (con i 2.050.319 voti dell’Udc) ne avrebbe presi 20.347.597. Nel 2006, l’Unione aveva 19.001.684 voti contro i 18.976.460 della Casa della libertà. Ognuno faccia i calcoli che vuole. Se pensa che il futuro sia in una restaurata “democrazia dei partiti” con un governo parlamentare risultante da combinazioni post-elettorali formate da formazioni votate in elezioni proporzionali, può muoversi nelle direzioni che ritiene più promettenti e consolarsi con i 12.092.998 voti del Pd. Chi pensa che gli elettori continueranno a scegliere i governi e chi li guida in una logica bipolare, nel quadro di una rinnovata “democrazia dei cittadini”, può cominciare a interrogarsi sulle alleanze da fare e sul profilo politico e programmatico del Pd. Che il futuro sia di una coalizione-di-partiti o di un partito-coalizione, il Pd, come è oggi, è una incompiuta. Comunque occorre cominciare a chiedersi dove e come recuperare voti: i 3 milioni e quasi 400mila voti di distacco da Berlusconi o i circa 2 milioni e 500mila che mancano al vecchio centrosinistra per agguantare il vecchio centrodestra (senza Udc). Si poteva fare meglio? Si poteva fare peggio? E’ nei fatti che il Pd è stato condotto alla sconfitta predisponendosi a una battaglia di tipo proporzionale in un campo di gioco maggioritario. Non saprei dire se per fatalità o per imperizia.

Infine, una domanda. Prodi lascia la presidenza. Riunione dei segretari regionali, a Milano, dopo le elezioni. Conferenza stampa. Al tavolo: Veltroni, Orlando, Martina, Bettini e Franceschini. Ma che posto c’è per noi in questo Pd?

Mario Barbi e Mario Lettieri (il Foglio, 9 maggio 2008)

2 commenti leave one →
  1. 09/05/2008 16:32

    mi piacerebbe sapere cosa ne pensa il soldato cundari

  2. francesco cundari permalink
    09/05/2008 16:45

    Ne condivido il 76,9 per cento, ma con tale entusiasmo che il restante 33,1 di riserve e distinguo, almeno per oggi, glielo abbuono

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