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Agenda Rutelli

02/08/2008

Roma. “Se il Pd non vuole ritrovarsi nei prossimi anni in una condizione stabilmente minoritaria deve mettere in discussione assunti considerati intoccabili, definendo la propria identità e la propria agenda con coraggio”. Seduto alla sua poltrona di presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza, Francesco Rutelli parla della “nuova fase” che si aprirà a settembre. Quando, assorbito “il trauma elettorale”, occorrerà “confrontarsi con la società italiana”. E “scontentare qualcuno”. Anzi: “Sulla nostra agenda gli italiani devono discutere, litigare se necessario”.
L’obiettivo principale della sua critica è un certo “facilismo democratico”. Rutelli non usa quest’espressione, ma tale sembra il senso delle sue parole, ad esempio, sulle questioni che riguardano il confine tra la vita e la morte. “Su questi temi siamo troppo sbrigativi. Certo, è più facile staccare la spina. Si fa prima. Molto più complicato, doloroso e faticoso è invece gestire e assicurare un’assistenza continua ai malati, affrontare problemi spinosi e confrontarsi con la sofferenza durante la vita e anche alsuo punto estremo, senza facili scorciatoie”. Perché facili scorciatoie per il Pd non ce ne sono – o forse non ce ne sono più, dopo il voto del 13 aprile. Rutelli non ne cerca dunque nella sua analisi, che parte dalla sconfitta in Campidoglio.
“I voti che mi sono mancati – afferma – erano in parte quelli della sinistra radicale, sia come conseguenza del tracollo della Sinistra Arcobaleno, sia per l’ostilità verso un candidato visto come troppo moderato. E in parte erano i voti dell’area dipietrista. Direi persino indipendentemente dalla volontà dei dirigenti”. Se Rutelli riparte da questa esperienza – “fatta in corpore vili, come diceva Totò” – non è dunque per riaprire alcuna polemica, ma per acquisire un “dato di analisi”. Questo: “Nei prossimi anni avremo una radicalizzazione a sinistra, con Rifondazione comunista e le altre forze che si metteranno in competizione in quell’area che per un tempo non breve sembrano decise a disinteressarsi di una prospettiva di governo; e con un’altra componente, l’Italia dei valori, quella cioè che abbiamo scelto come nostro unico alleato, che sembra interessatissima a collocarsi in una posizione concorrenziale con il Pd”. Da un simile quadro, cui va aggiunto naturalmente “un risultato elettorale assai eloquente”, viene al Pd un messaggio chiaro. “Tutto questo ci dice che i voti ce li dobbiamo andare a prendere nel vasto pelago del popolo che ha votato centrodestra”. Altrimenti, il rischio è quella condizione “stabilmente minoritaria” che per Rutelli rappresenta il pericolo maggiore. E che sarebbe l’esatto contrario della vocazione maggioritaria di cui parla Walter Veltroni, al quale Rutelli conferma “pieno sostegno”.

Le alleanze vengono dopo
In apparenza, l’analisi dell’ex presidente della Margherita assomiglia a quella di Massimo D’Alema, che ha parlato del rischio di scoprirsi “minoranza strutturale”. Ma la strategia è assai diversa. Sulle alleanze, per esempio, Rutelli ritiene di avere già detto quello che aveva da dire un anno fa, con il Manifesto dei Coraggiosi, sulla necessità di “alleanze di nuovo conio”. Era evidente già allora, insomma, che con lo schema dell’Unione non si sarebbe fatta molta strada. “Ora si tratta di definire l’identità e l’agenda del Pd, le alleanze vengono dopo”. Dunque occorre “uscire dall’antiberlusconismo”, ma anche scegliere la giusta scala di priorità: prima l’economia, le riforme liberali e la difesa del potere d’acquisto; poi le riforme istituzionali o l’esigenza di “ritoccare” la legge elettorale per le europee. Su questo, però, Rutelli è netto: “In tutti i paesi europei sono già pronte le liste dei candidati. Mettere mano adesso al sistema di voto senza un’intesa larghissima sarebbe surreale”. Quanto alle riforme istituzionali, non c’è dubbio che le regole vadano stabilite insieme e che pertanto sia necessario discuterne, ma non sono certo al primo punto nell’agenda che Rutelli ha in mente. “E certo non aiuta la scadenza del referendum elettorale, che in realtà non è altro che la convalida e la radicalizzazione dell’attuale legge Calderoli, e che considero parte di questo contesto tutt’altro che entusiasmante da cui dovremmo uscire: perenni dibattiti metodologici su dialogo sì, dialogo no, dialogo forse”.
La prima caratteristica di tale non entusiasmante contesto è “una dimensione ormai antropologica dell’Italia contemporanea, un ‘Processo del lunedì’ che dura 365 giorni l’anno, un berciare ininterrotto che in realtà non fa che alimentare l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche e una cultura della denigrazione cui ci dobbiamo sottrarre”. Esempio: “Se si costruisce un centro congressi nel Molise o un aeroporto in Umbria, noi dobbiamo dire: bene! La reazione non può essere sempre, qualsiasi cosa si faccia: cosa c’è sotto?”. Prima, insomma, bisogna vedere cosa c’è sopra. Il che non significa ignorare la questione morale. “Per evitare polemiche generalizzate sulla ‘casta’ – sostiene Rutelli – l’antidoto sta in un principio di ‘accountability’ per ogni uomo pubblico, che sia parlamentare, assessore o presidente di un’Authority”. Tutti i cittadini devono poter sapere quali sono i suoi redditi, potendo verificarne così la corrispondenza con il suo tenore di vita. “La soluzione non può essere, invece, l’Italia del non fare nulla, che è esattamente il risultato cui porta questo continuo ‘Processo del lunedì’ contro chiunque cerchi di amministrare e realizzare”. Anche la tentazione di unirsi a un simile coro, pur comprensibile per l’opposizione, rappresenta dunque una di quelle facili scorciatoie da cui il Pd dovrebbe guardarsi.
“Noi dobbiamo dimostrare – insiste Rutelli – che il Pd non è una delle vecchie case ‘ripittate’, non è la prosecuzione dell’esperienza di questi quindici anni con un altro nome. E per farlo dobbiamo anzitutto uscire dagli stereotipi”. Il primo dei quali – e qui Rutelli si “inginocchia” a Giovanni Sartori, che al tema ha dedicato in passato saggi non conformisti “senza essere ascoltato” – è il limite da porre al multiculturalismo. “Coloro cui si offre un’integrazione devono volerla e parteciparvi. L’integrazione non è un principio astratto, non basta una bella dichiarazione. E’ un esercizio faticoso, che esige reciprocità. Anche su questo nel Pd dobbiamo fare una discussione più coraggiosa, sapendo che il successo della destra sui temi della sicurezza affonda qui le sue radici: nella percezione profonda, da parte dei cittadini, della difficoltà e anche di alcune impossibilità, penso al fanatismo islamista, dell’integrazione”. Di nuovo, occorre evitare facili scorciatoie. E lo stesso discorso vale per quella che Rutelli chiama “l’emergenza educativa”. Un problema che si riflette anche sulla sicurezza. “All’origine di tanti episodi di violenza urbana c’è un problema gigantesco, che riguarda ormai un’intera generazione. Il problema è il salto di qualità che c’è stato tra i giovanissimi, oggi addirittura tra chi ha undici o dodici anni, nell’uso delle sostanze psicotrope. E non possiamo affrontarlo con la solita guerricciola tra proibizionisti e antiproibizionisti, perché qui non si tratta più di uno spinello con gli amici, ma dell’interazione sempre più frequente tra alcol, spinelli (che peraltro sono ormai quindici volte più potenti di quelli di vent’anni fa) e la pasticca che si compra a dieci euro in discoteca. Un’intera generazione, ci dicono gli studiosi, rischia di andare verso la schizofrenia. E perché mai la sinistra non dovrebbe occuparsene?”. Al tempo stesso, però, non può occuparsene con la (facile) risposta “nella vita privata ognuno fa come gli pare”. Finora, anche qui, si è stati troppo sbrigativi. Altro esempio: “Quando ho detto in una riunione che negli ospedali c’è chi accelera la morte di anziani rimasti soli per appropriarsi dei loro effetti personali, dal fondo della sala una voce mi ha replicato che magari lo fanno per liberare i letti, per poter curare altre persone. Non mi sembra una risposta, come dire, all’altezza del problema”. Quanto al caso Englaro e al conflitto di attribuzione sollevato dalla maggioranza, Rutelli condivide la linea del Pd e pertanto non ha partecipato al voto. Ciò non toglie, però, l’esigenza di “confrontarsi in modo non convenzionale sull’impatto della scienza e della tecnica sulle nostre vite”. Questa è “la sfida più grande” di fronte al Pd. “Costruire un nuovo umanesimo per il XXI secolo. Non più la rielaborazione delle culture socialista, liberale e cattolico-democratica del secolo scorso sui diritti dell’uomo”. Perché “solo una nuova generazione di diritti e doveri umanistici può inaugurare l’identità del Pd”. E poi, conclude Rutelli, c’è “la mia convinzione profonda della priorità dell’agenda ecologica, ma se crede ne parliamo a settembre, perché voglio provare a convincere il suo direttore”. (il Foglio, 2 agosto 2008)

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