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Il tradimento degli idraulici

06/09/2008

Non sono molti i dirigenti del Partito democratico che potrebbero dire di avere fatto “colazione, pranzo e cena con Gramsci per trent’anni” (rischiando peraltro di offendere Jovanotti, quasi che a lui lo s’invitasse solo per i comizi e il caffè). Vincenzo Cerami, che prima di essere ministro ombra della Cultura è scrittore e intellettuale, lo ha detto martedì, alla “Festa democratica” di Firenze, dopo avere ascoltato il ministro vero, Sandro Bondi, pronunciare un lungo elogio dell’autore dei Quaderni. La premessa dell’ombroso Cerami non ha però minimamente attenuato il clamore destato dalla sua conclusione: “Quindi, se per un momento ci prendiamo una pausa da Gramsci, male non ci fa”.
In altri tempi, per molto meno, qualunque dirigente sarebbe stato costretto a scrivere sull’Unità una piena e convincente autocritica. Cerami, invece, se l’è cavata con un breve e non convincente articolo di rettifica, perché quei tempi sono passati. Del resto, proprio questo era il senso più profondo delle sue parole sul grande “vuoto” e sullo “iato potente” dietro di noi, sul fatto che “da dietro, noi non abbiamo più da prendere nessun insegnamento”, perché “non c’è nulla che noi possiamo portarci da dietro davanti in questo mondo che è completamente bidimensionale, che è sincronico, in questa società mucillaginosa in cui ci troviamo”. Si capisce che in altri tempi, forse meno sincronici, il passaggio da Gramsci alla mucillagine – che fosse da dietro davanti o da davanti indietro – non sarebbe rimasto a lungo impunito. Ma in altri tempi la “Festa dell’Unità” non si sarebbe chiamata “Festa democratica” e il responsabile della sezione cultura non si sarebbe chiamato ministro ombra. Né Vincenzo Cerami.
Eppure c’era un’assonanza profonda tra le parole di Cerami e i discorsi di tanti giovani democratici; tra la sua ferma convinzione dell’inutilità di Gramsci, perché “noi adesso dobbiamo ricostruire le identità a livello culturale, ma non ricadendo nelle identità campanilistiche d’un tempo”, e la grande consultazione lanciata in estate dal Pd della Lombardia – su Internet, ovviamente – per scrivere “l’alfabeto della nostra appartenenza” e “definire la nostra identità al di là delle discussioni sul passato”, attraverso una hit parade dei possibili libri di formazione del perfetto democratico.
Chissà cosa ne avrebbe pensato Palmiro Togliatti, in quei tempi lontani, diacronici e tridimensionali in cui si dedicava alla costruzione di un’egemonia sulla cultura che ai comunisti sarebbe stata rimproverata anche molto oltre la sua scomparsa (dell’egemonia, s’intende, ma forse anche della cultura). Quando, appena rientrato dall’Urss, il compagno Ercoli dichiarava, proprio come Walter Veltroni, che non bisogna fare “un nuovo partito, ma un partito nuovo”. E cominciava con il cancellare dallo statuto l’articolo che collegava l’appartenenza al Pci con la conoscenza dei sacri testi e la piena adesione alla dottrina del marxismo-leninismo. Chi lo sa se in quel momento il segretario del Pci avrebbe potuto immaginare che un giorno i suoi eredi, dovendo indicare i nuovi testi su cui fondare la propria identità, votandoli su Internet e allegando pure una motivazione, avrebbero scelto “Il piccolo principe”, i libri di Gherardo Colombo e di Roberto Saviano, e persino “Winnie The Pooh”, perché “la crescita di amicizia tra un bambino e il suo orsetto è quello che dovrebbe avvenire tra il Pd e il suo popolo”. Ma in fondo non diceva la stessa cosa anche Antonio Gramsci, quando parlava della necessità di una “connessione sentimentale” tra dirigenti e popolo? E non era forse lo stesso Togliatti a esortare i severi docenti delle Frattocchie a insegnare più Labriola e meno storia dell’Unione sovietica? Forse, chissà, una volta deciso che non solo “il vecchio Hegel”, ma anche Marx, il socialismo e magari persino la semplice idea di sinistra erano un “cane morto”, forse la vittoria dell’orsetto, a quel punto, era già scritta. Difficile dirlo.
Fatto sta che, appena due giorni dopo il dibattito tra Bondi e Cerami, alla “Festa democratica” è stato presentato il film: “Esistere! Esistere! Esistere!” (sottotitolo: “Ma perché non ho fatto l’idraulico?”). E qui c’è poco da fare. Qui si vede tutto, a occhio nudo, lo “iato potente” di cui parlava Cerami. Basta leggere i resoconti dei giornali: un “film di denuncia”, basato sulle interviste al “telepromozionatore” (“Per sei mesi non ho lavorato, ma mi ha fatto bene: ho ragionato”), all’artista-che-per-vivere-vende-mobili (“A che serve comprarsi la casa se dentro ci stai male?”), al critico d’arte che dà il sottotitolo al film (“Un paese senza musicisti, pensatori e scrittori, artisti di livello internazionale, è un paese del terzo mondo, ma visto quello che guadagnano, se rinasco faccio l’idraulico”) e in cui compare pure, naturalmente, il “giovane scrittore cannibale”. A Firenze, a quanto pare, i compagni idraulici, artigiani, lavoratori non creativi e precari non troppo felici di esserlo, si sono un po’ incazzati. Purtroppo non si sono dati pure loro al cannibalismo, ma almeno si sono fatti sentire. Anche perché a commissionare il film è stato il gruppo “Classe creativa”, messo su in Lombardia dal Pd e solennemente inaugurato dallo stesso Veltroni un anno fa, con il compito di costruire un “portale” (un sito Internet, insomma) per comunicare, per l’appunto, con i giovani creativi. Se però oggi si va all’indirizzo Internet del famoso “portale” (www.classecreativa.it) si finisce automaticamente su un altro sito (www.democraticialfuturo.it). Quello dove ancora invitano a votare per “Il piccolo principe” o per “La Costituzione della Repubblica italiana”, a scegliere il libro per definire “l’alfabeto della nostra appartenenza” e a “spiegare perché, a Milano, il 18 luglio”. Scorso.
E’ evidente allora che Cerami non aveva tutti i torti, che lo iato è potente. Altro che Gramsci. Che ne poteva sapere, uno che teorizzava l’alleanza tra operai e contadini, che quando parlava di “intellettuale organico” pensava all’imprenditore capitalista – e proprio per la sua funzione nel processo produttivo, per giunta – che ne poteva sapere, lui, della classe creativa? Che gli avrebbe detto, Gramsci, al critico d’arte che voleva essere un artista di livello internazionale per il bene del paese, ma adesso, se rinasce, diventa un idraulico? Niente. Probabilmente gli avrebbe regalato “Il piccolo principe”. E forse sarebbe diventato un idraulico anche lui.
E’ un vero peccato, però, che Cerami non abbia approfondito questo aspetto. Perché, come diceva qualcuno, è “sul terreno delle ideologie che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura”. Ma non c’è mica bisogno di ricorrere a Marx e Lenin, per capirlo. Pierluigi Castagnetti, probabilmente, lo ha capito durante un “Focus Group”. Un campione rappresentativo di otto-dieci persone, chiuse in una stanza con un politico, che non dice nulla ma ascolta tutto quello che hanno da dirgli, come fosse uno psicanalista, per ore. E dopo i primi imbarazzi e dopo avere ascoltato le critiche sempre meno garbate di tutti gli altri, alla fine una signora gliel’ha detto chiaro e tondo, all’indomani delle ultime elezioni, qual era la sua idea del Pd. “Un partito di fighetti”, ha detto. Poi si chiedono perché gli operai votino Lega e perché alle “Feste democratiche” si spellino le mani per Antonio Di Pietro.
Probabile che quella signora non fosse mai stata su Internet, non avesse mai visto il “circolo Pd online Barack Obama” e nemmeno sapesse cosa sia un blog. Ma per tornare a Gramsci, e alla differenza tra “sentire, sapere e comprendere”, si direbbe che quella signora avesse capito ugualmente tutto quello che c’era da capire, perché lo “sentiva”. E lo aveva detto. Perché, come diceva un altro, le parole sono importanti. E nulla, per chi tenga alla propria immagine, è più importante della differenza – questo sì uno iato potente – tra l’essere “un figo” e l’essere “un fighetto”. La stessa differenza che passa tra un video per Obama con Scarlett Johansson su Youtube e uno per Veltroni con Neri Marcorè, che fa agli elettori un po’ lo stesso effetto che ai fan di George Clooney e di ER fanno le fiction con Enzo Iacchetti o Antonello Fassari in giro tra i lettini.
Non c’entrano proprio nulla la globalizzazione, la modernità, i blog. Non è lì che si apre lo iato che separa Vincenzo Cerami da Mario Alicata. In fondo, uno che con Internet ci lavora e recentemente è assurto all’onore delle cronache proprio per i suoi video su Youtube e per il suo blog – Diego Bianchi, in arte Zoro (zoro.blog.excite.it) – non ha detto nulla di diverso da quello che la signora del “Focus Group” ha detto a Castagnetti. “Se invece di rilasciare interviste da Denver o ricevere la Betancourt prima del Papa e di Fini – ha scritto Zoro – Veltroni si fosse fermato per tutti i quattordici giorni della Festa a chiacchierare con gli avventori di fritti di piccione e zighinì argentini, la sua immagine ne sarebbe uscita senza dubbio meglio”. Magari esagera, ma se ormai lo invitano alle “Feste democratiche” come fosse un leader, o forse semplicemente come uno di loro, una ragione ci sarà. E tutto per una manciata di video messi su Youtube, in campagna elettorale, in cui si fingeva al telefono con Veltroni (“Senti, Walter, stai a fa’ le liste? Ma secondo te, dato il mio profilo… no, non so’ gay… eh no, non so’ manco donna… no, non so’ negro… non so’ manco più tanto giovane… no, non sono imprenditore, il call center non l’ho fatto… però ho fatto un po’ di politica… ah, dici che è peggio?”).
Se il nostro mondo è divenuto bidimensionale come lo schermo di un pc e sincronico come Internet, qualsiasi cosa questo voglia dire, Zoro dovrebbe essere considerato un intellettuale organico almeno quanto Cerami. Eppure non si può non riconoscere la coerenza di un partito in cui i giovani intellettuali si fanno coscienza e guida della classe creativa, del disagio e dell’emarginazione di tutti quei ragazzi che si sono laureati in Lettere per fare il premio Nobel e adesso si ritrovano a guadagnare meno di un idraulico, e la scelta di mettere come responsabile della cultura uno scrittore premio Oscar. Il modello è quello. E la lotta di classe contro gli idraulici ne è la naturale conseguenza, perché se è vero che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura sul terreno delle ideologie, ciò non toglie che è sempre la struttura che crea la sovrastruttura. E insomma, se oltre a non darti il premio Nobel ti fanno pure sentire meno importante di un idraulico, si capisce che perdi la pazienza. E’ chiaro, a quel punto, che c’è la crisi dei valori.
“I salotti? Molto meglio gli idraulici”, ha detto di recente un altro intellettuale a suo tempo piuttosto organico, Michele Serra, in un’intervista alla Stampa. “Le borghesie urbane sono sempre più di sinistra e i ceti popolari sono sempre più di destra. Ogni tanto mi chiedo se non sto frequentando troppi giornalisti, professori, urbanisti, architetti, scrittori. Avrei bisogno di frequentare idraulici”. Detto questo, però, si torna subito al classico: “Se avessi i soldi per comperarmi la Ferrari non lo farei. L’idea che possano considerarmi burino me la vieta”. E insomma, si capisce che a Serra i salotti non dispiacciono mica perché troppo elitari e snob, ma perché troppo poco, perché pieni di gente che vota Berlusconi e se non si compra la Ferrari è solo perché non può ancora permetterselo. Se frequentasse degli idraulici, probabilmente, non gli sembrerebbero molto diversi, perché non lo sono. E’ il fenomeno che Cerami ha spiegato egregiamente proprio nel suo articolo sull’Unità, scritto per diradare gli equivoci sul suo dibattito con Bondi. “L’opera di Gramsci, anche grazie al mio maestro Pasolini, è parte di me come di tutta la sinistra italiana… Ma l’omologazione pasoliniana si è compiuta e l’Italia è diventata ben altra cosa rispetto agli anni del fascismo”. Peggiore, par di capire.
C’è dunque un filo d’acciaio che lega l’omologazione pasoliniana che ai tempi di Berlusconi si muta nella differenza antropologica teorizzata a suo tempo proprio da Serra, per arrivare fino ai giovani creativi indignati dal successo degli idraulici. Dunque non è questione di globalizzazione e di nuove tecnologie. Del resto, oggi un blog lo ha anche il vicedirettore dell’Istituto Gramsci, Roberto Gualtieri. E qui (gualtieri.italianieuropei.it), commentando l’articolo di Cerami, non manca di “consigliare amichevolmente al suo autore di dare corso a quanto ha affermato nel dibattito con Bondi… si conceda una (possibilmente lunga) pausa da Gramsci, riponga nel cassetto i suoi scritti e torni a occuparsi d’altro. Lui gliene sarebbe sicuramente grato. E noi pure”. E’ evidente, però, che il problema non è né Gramsci né Cerami. E non è certo questione di nostalgia per il vecchio Pci, se pure Franco Marini, giusto ieri, in un’intervista all’Espresso, ha detto a Veltroni: “Basta con il partito fru fru” (avrebbe potuto dire: “Basta con il partito dei fighetti”, il senso non sarebbe cambiato). Basta con il “partito leggero” e basta anche con l’idea che il mercato sia “la sola medicina dello sviluppo” (“Anche Tremonti lo ha scoperto… almeno nel suo libro”).
La verità è che nell’ansia di tenersi al passo con una società bidimensionale e sincronica, postmoderna, postfordista e postideologica, si è finito col costruire un partito posticcio. Non meno ideologico dei precedenti. Solo un po’ più sfigato. Ma qui bisognerebbe aprire un altro discorso, per parlare del nesso tra l’idea del partito leggero e quella dello stato minimo, tra l’interminabile funerale delle ideologie e il trionfo dell’ideologia liberista (che non è affatto di sinistra), tra la retorica del merito e dei giovani e la pratica della cooptazione di giovani sempre più fessi. Ma questo sarebbe, appunto, un altro discorso, che richiederebbe altro spazio, altra penna, altri intellettuali. (il Foglio, 6 settembre 2008)

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