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La scoperta del tramonto

30/09/2008

Il problema di Walter Veltroni è in fondo il problema classico della società dello spettacolo. Per anni, infatti, si è teorizzato che la politica fosse ormai entrata appieno nei meccanismi che caratterizzano la moderna industria dell’intrattenimento; pertanto, si è detto, se voleva avere qualche speranza di vincere, anche la sinistra doveva adeguarsi. La scelta di Walter Veltroni, che si era adeguato già da tempo di suo, veniva dunque di conseguenza. Di qui, oggi, lo sconcerto di tanti antichi sostenitori, che lo guardano passare dalla teoria della nuova stagione democratica aperta dal voto – cioè dalla schiacciante vittoria di Silvio Berlusconi – alla tesi del regime putiniano incombente – sempre quello di Silvio Berlusconi – un po’ come i vecchi fan di Cochi e Renato, uno o due anni fa, devono aver guardato su Raiuno l’infelice tentativo di resuscitare lo storico duo: con un misto di nostalgia, tenerezza e depressione. La verità è che tra tanti motivi per sostenere l’avvento di Veltroni alla guida del Pd, dispiace dirlo, ma quello del giovane leader perfettamente a suo agio nei meccanismi della politica-spettacolo era proprio il più sbagliato di tutti. Perché la legge dello spettacolo è ferrea: the show must go on. Andare avanti. La favola del giovane leader kennediano, moderno e comunicativo (Walter Veltroni), contro il vecchio, grigio e burocratico uomo dell’apparato (Massimo D’Alema) è andata in onda per la prima volta nell’estate del 1994. Il suo modello non era Barack Obama, ma Bill Clinton – che si era appena insediato e non aveva ancora i capelli bianchi – l’allenatore della Nazionale si chiamava Arrigo Sacchi e a Roma un biglietto del cinema costava ottomila lire, almeno il mercoledì. Con il sostegno dei giornali, degli scrittori alla moda e di tutta la gente che piace alla gente che piace (cioè a se stessa), il giovane leader sconfisse il vecchio burocrate d’apparato alle proto-primarie che il Pds condusse presso i quadri del partito (cioè l’apparato), ma perse nel consiglio nazionale, comitato centrale o come si chiamava allora, che elesse segretario D’Alema. Dato il successo di pubblico e di critica, lo spettacolo fu replicato nel ’99, quando fu lo stesso D’Alema a incoronare Veltroni segretario. Non essendoci ancora Massimo Calearo in circolazione, Veltroni candidò alle europee Gianni Vattimo, andò in visita a Barbiana e non mancò di prestare omaggio alla tomba di don Dossetti. Quindi, con Pietro Folena, lanciò l’idea del “partito a rete”, aperto, moderno e all’americana. In vista delle politiche del 2001, sbarrò la strada al presidente del Consiglio in carica, Giuliano Amato, e appoggiò la candidatura di Francesco Rutelli.

Nemmeno una nuova canzone
Con Veltroni e Rutelli alla guida, l’Ulivo decise quindi di correre da solo, rompendo l’alleanza con Rifondazione comunista (e pure con Antonio Di Pietro, in quel caso), per schierarsi su una linea di grande “innovazione riformista” ispirata a Tony Blair. E alle elezioni Berlusconi conquistò una maggioranza schiacciante, quasi come l’attuale. Nel frattempo, dopo avere piazzato Furio Colombo all’Unità e se stesso in Campidoglio, il neosindaco piazzava tutti i veltroniani sulla linea dell’opposizione radicale, pronti a seguire prima i girotondi di Nanni Moretti contro “questi leader con cui non vinceremo mai” – quelli che avevano consegnato il paese a Berlusconi – e poi la Cgil di Sergio Cofferati, con il pieno sostegno dell’Unità e dei soliti giornali “di area”. Di qui, nonostante la sconfitta del correntone veltronian-cofferatiano al congresso di Pesaro (2002), Veltroni emergeva agli occhi di tutti come l’unico leader “capace di coniugare radicalità e riformismo”. Cioè di tenere assieme un’alleanza che andasse da Rifondazione a Di Pietro.
Il seguito del copione non c’è bisogno di riassumerlo. E non perché sia storia recente, ma semplicemente perché è lo stesso. Non una sola nuova battuta, uno spunto originale, una trovata. Nemmeno una nuova canzone, dopo tutti i riarrangiamenti, le versioni live e le nuove raccolte dei soliti, intramontabili, vecchi successi. Ma non è mica colpa di Veltroni. La colpa, come sempre, è delle case discografiche. (il Foglio, 30 settembre 2008)

2 commenti leave one →
  1. John Doe permalink
    30/09/2008 12:18

    Bel riassunto delle puntate precedenti, io per primo tendo a dimenticare.
    La mia opinione è che uno può anche dar di matto, ma deve avere la gente giusta che fa andare la baracca, allora magari è anche un vantaggio, i visionari spesso piacciono. Epperò, prescindendo dal fatto che, anche per dar di matto ci vuole talento e uolter ne ha meno del cav….quest’ultimo ha dietro gente come matteoli, scajola ed altri, che tengono in mano il partito.

    Il nostro, non sapendo gestirlo e non avendo nessuno di cui fidarsi, si è detto che era meglio sfasciare il partito :-)
    Così quelli (i freddi burocrati comunisti e democristiani) ne hanno subito costruito altri 4 o 5 che, non fosse che per puro istinto di sopravvivenza, hanno nella loro ragione sociale la morte di uolter.
    Che si fa? È ormai chiaro a tutti che non ce la può fare.
    Il berlusca ormai lo critica solo per abitudine e pour epater le bourgeois, le truppe che si annoiano, temo che di fatto sia diventato irrilevante.

    Chi ci resta? D’Alema non sa che fare, si annoia pure lui e continua a dire che lo appoggia. D’altra parte, ha già dato e di lui si fidano in pochi, e anche quei pochi lo scelgono più per esclusione che per convinzione.
    Chi ci resta? Letta, Franceschini, la Finocchiaro? Ehm….Parisi? Vado avanti?

    Non è grave aver inciampato, succede, le elezioni si possono anche perdere ma…..prendendone atto e volendo pensionare l’attuale classe dirigente, abbiamo: Matteo Colaninno? Calearo? La Madia? Anche qui, vado avanti?
    Forse il peccato originale del PD è proprio in quello di cui tanto si vantano, l’aver costruito il futuro. Ma quale futuro?
    Ha ragione Totò: ma mi faccia il piacere!

Trackbacks

  1. DestraLab » Le case discografiche

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