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Il padre mobile della sinistra

21/10/2008

Pochi intellettuali, pochissimi dirigenti politici e sindacali hanno goduto a sinistra di un prestigio come quello che per tanti anni è stato universalmente riconosciuto a Vittorio Foa. In molti, nella politica come nel sindacato, hanno ricoperto incarichi di maggiore rilievo; Foa non è mai stato leader di un grande partito, né segretario di un grande sindacato. In molti, tra gli intellettuali, hanno scritto libri più famosi, più popolari o più dibattuti dei suoi. Eppure, in pochissimi hanno goduto già in vita di un simile reverenziale rispetto e di tanto universale considerazione, quali in genere si riservano alle figure del passato. Spesso, però, di un passato lontano e perciò meno controverso. Mentre Vittorio Foa, dalle contraddizioni del suo tempo, non si può dire che si sia tenuto al riparo, lungo tutto l’arco della sua lunga vita, conclusa ieri alla veneranda età di novantotto anni.
La lunga serie di omaggi che da ieri pomeriggio hanno cominciato ad arrivare è solo l’ultima testimonianza di questa curiosa contraddizione. Oltre ai messaggi del presidente della Repubblica e di tutte le principali cariche istituzionali, tra i molti elogi che vengono da leader politici, sindacalisti e intellettuali, colpisce l’unanime riconoscimento da parte di tutte le diverse forze, correnti e personalità della sinistra italiana, comprese quelle che nel frattempo sono approdate altrove. Per Walter Veltroni “Foa incarnava il modello del militante della democrazia”. Per Oliviero Diliberto “un grande uomo, oltre che un grande comunista” (il che, a onor del vero, è sbagliato, giacché Foa comunista non lo fu mai). Per Piero Fassino “un maestro di vita”. Per Paolo Ferrero “un combattente per la libertà, i diritti e il riscatto delle classi oppresse”. Ferdinando Adornato lo descrive come un “cartesiano d’istinto, popperiano per vocazione, liberale e socialista per formazione, mai antireligioso”, ma sempre “irregolare” e comunque un “maestro”. Massimo D’Alema lo ricorda come un uomo che “nel corso di tutta la sua vita ha continuato a essere un innovatore che ha guardato con simpatia allo sforzo di rinnovamento politico e culturale della sinistra”. Mentre per Fausto Bertinotti “la sorveglianza critica nei confronti di ogni forma di retorica che ci ha insegnato non consente di dire liberamente cosa ha dato al movimento operaio, alla sinistra, alle lavoratrici e ai lavoratori”. Giorgio Benvenuto ne ricorda “l’impulso dato nella Cgil e nella realtà sociale alla fine degli anni Sessanta al processo di unità sindacale”.
Tra tanti commossi elogi, indubbiamente sinceri, sebbene spesso contraddittori, si ritrova tuttavia un filo comune. Il comune riconoscimento al valore morale, alla convinzione, alla passione, alla coerenza del suo esempio. Durante la campagna elettorale del ’76 – quella del tanto temuto, o sospirato, “sorpasso” del Pci sulla Dc –  Giancarlo Pajetta tenne un comizio a Mirafiori. E sapendo che il giorno dopo avrebbe fatto lo stesso Vittorio Foa, allora capolista per Democrazia proletaria, fece un lungo elogio della sua intelligenza e del suo coraggio, della sua cultura e della sua bravura. “Però – concluse – quanti partiti ha cambiato!”. E il giorno dopo, saputo della citazione, Foa non mancò di contraccambiare i complimenti, concludendo con una considerazione che esprime forse meglio di ogni altra la sua idea di coerenza. “Vedete – disse – ci sono due tipi di coerenza, tutti e due ugualmente rispettabili: c’è la coerenza di chi, per restare fedele al proprio partito, cambia tante volte idea; e la coerenza di chi, per restare fedele alle proprie idee, cambia tante volte partito”.
Certo è vero che di partiti Foa ne cambiò parecchi. Dal Partito d’Azione al Psi, dal Psiup a Democrazia proletaria, fino all’elezione come indipendente nelle liste del Pci, nel 1987. E infine, ritiratosi dalla politica attiva, sostenitore del centrosinistra prodiano e poi del Partito democratico. Una scelta che qualcuno considera la chiusura di un cerchio, per chi aveva contribuito alla scissione del Partito socialista proprio in opposizione al primo centrosinistra, con la fondazione del Psiup. E che al famoso convegno dell’Istituto Gramsci sul capitalismo italiano, nei primi anni Sessanta, era stato con Bruno Trentin tra i principali oppositori della linea di Giorgio Amendola. Già nella Cgil, Foa era infatti tra quanti vedevano nel centrosinistra il rischio dell’integrazione della classe operaia nel neocapitalismo. E come Pietro Ingrao, il grande antagonista di Amendola nel Pci, anche Foa pensava che a questo rischio, favorito dall’ingresso dei socialisti nel governo, la sinistra dovesse rispondere proponendosi come forza di alternativa di classe.
Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta Foa si trova sempre alla sinistra del Pci, dal nuovo Psiup a Democrazia proletaria, dalla Fiom (di cui fu segretario) e dai Quaderni rossi (in cui con Renato Panzieri teorizzava la linea dell’autonomia operaia) alle aperture ai movimenti del ’68, e seguenti, fino alle frange più radicali. Entro certi limiti, però, come ricorda Pietro Marcenaro, oggi senatore del Pd, suo amico e suo compagno sin dagli anni Sessanta nella Cgil e nel Psiup. Così come c’erano due tipi di coerenza, infatti, per Foa c’erano anche due tipi di antifascismo. Ma forse, in questo caso, non ugualmente rispettabili: quello di chi come lui, non volendo il fascismo, se fascisti non ce ne sono più è contento e quindi fa quanto in suo potere per favorire un simile esito; e quello di chi senza i fascisti non saprebbe più cosa fare (e quindi li cerca, e li vede, dappertutto).
Se Foa fu quasi sempre a sinistra del Pci, ricorda ancora Marcenaro, tuttavia non venne mai meno in lui un fortissimo “spirito unitario”, nella convinzione che a partire dai problemi concreti e dalla ricerca, condotta con spirito libero e perfino spregiudicato, sarebbe stato più facile, poi, superare le divisioni, anche tra i gruppi dirigenti. A patto di rimanere disponibili, almeno ogni tanto, a cambiare anche idea, oltre che partito. Più volte, infatti, Foa interruppe il suo impegno, nel sindacato e nella politica, per dedicarsi allo studio.
La sua lunga e universalmente riconosciuta autorità non è dunque legata a questa o quella scelta politica. E nemmeno ai suoi libri, sia pure di successo, come “Il cavallo e la torre” o “Lettere dalla giovinezza”. Dalla “giovinezza”, fa notare però Marcenaro, e non dal “carcere” (dove si trovava e dove sarebbe rimasto per tredici lunghi anni, sotto il fascismo). Perché ha ragione Bertinotti ad attribuirgli la “critica di ogni forma di retorica”. Tanto che quando un’associazione di perseguitati dal fascismo gli propose l’iscrizione, Foa rifiutò con la candida motivazione di non essere stato un “perseguitato”, ma un “persecutore” del fascismo.
Dunque non si può nemmeno dire che le definizioni di “padre nobile” e “coscienza critica” della sinistra le abbia cercate lui, così poco incline alla retorica e all’autocelebrazione. “Il fatto è che Foa – spiega Emanuele Macaluso – ha attraversato tutte le contraddizioni della sinistra, prendendovi parte: è stato prima azionista e poi socialista, nella Cgil i suoi punti di riferimento erano comunisti come Di Vittorio e Novella, poi con Lelio Basso e altri ha fatto la scissione del Psi da cui è nato il Psiup, poi è andato con i ‘gruppi’ della nuova sinistra. Da sempre su posizioni di contestazione verso i partiti tradizionali della sinistra, dai Quaderni rossi alla collaborazione con il Manifesto, negli anni Ottanta rientra tuttavia nella sinistra tradizionale, candidandosi nelle liste del Pci, e infine dà la sua benedizione anche al Pd”. Un uomo, insomma, che “ha vissuto sulla propria pelle il travaglio della sinistra, cercando sempre di esprimere, nei suoi libri, nel sindacato come nei diversi partiti in cui ha militato, qualcosa che al tempo stesso stava dentro e stava fuori dalla sinistra tradizionale e dai suoi partiti, per cui è stato insieme un padre della sinistra exraparlamentare e della sinistra parlamentare”. Eppure, mai un opportunista. “Il suo è stato un travaglio sincero, il travaglio di un uomo che per le sue idee ha fatto il carcere, che ha creduto in tutto quello che faceva, con grande intelligenza e con grande passione politica”. Ragion per cui Macaluso non si stupisce dell’unanime riconoscimento che a sinistra gli viene tributato. “Perché è stato sempre un combattente di parte, ma al tempo stesso di tutti”.
Un intellettuale torinese, un azionista che ha raccontato la sua scelta di opporsi al fascismo – ancora ventenne – quasi come una scelta estetica, ricorda Marcenaro, quasi fosse una questione di gusto. Eppure un uomo che venendo dal Partito d’Azione e appartenendo dunque a un’élite di intellettuali, sceglie tuttavia di impegnarsi nel sindacato (cosa non frequente, nell’ambiente). Precoce oppositore del fascismo, ovviamente in Giustizia e libertà, a venticinque anni è già in carcere, e nel ’46 alla Costituente, con il Partito d’Azione. E forse non è un caso che a potersi permettere una garbatissima allusione alla sua successiva “incoerenza” fosse Pajetta, che in carcere, sotto il fascismo, c’era entrato anche lui giovanissimo.
Eppure, nella retorica sulla “coscienza critica” e sul “padre nobile”, rischia di perdersi qualcosa. Perché Vittorio Foa non è stato un profeta isolato, che aveva visto più lontano degli altri e che non è stato ascoltato, ma un intellettuale partecipe di tutte le contraddizioni del suo tempo. E dunque, oggi, da una certa visione della storia d’Italia come collezione di “occasioni mancate”,  ampiamente prevalsa in quegli anni Novanta così densi di “mosse del cavallo” da parte della sinistra – nessuna delle quali finita bene – la sinistra, forse, potrebbe anche congedarsi. (il Foglio, 21 ottobre 2008)

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