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Lo strano caso del Pd all’americana e della sua classe dirigente sovietica

21/11/2008

Nel pomeriggio di ieri le agenzie battevano due notizie in rapida successione. La prima riguardava le mancate dimissioni di Riccardo Villari da presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai e il direttivo del gruppo democratico prontamente convocato per decretarne l’espulsione. La seconda riguardava Joe Lieberman.
“L’ex candidato democratico alla vicepresidenza che ha ‘tradito’ il partito appoggiando la candidatura del repubblicano John McCain alle presidenziali del 4 novembre – dice l’Apcom – è tornato nei ranghi: continuerà a far parte del gruppo democratico al Senato e il partito in cambio gli lascerà la guida della prestigiosa commissione di Homeland Security” (altri lanci spiegano che è stata una vittoria di Barack Obama, che aveva chiesto espressamente “mano leggera”).
Il contrasto tra le due notizie non potrebbe essere più significativo. La penosa vicenda della commissione di Vigilanza, infatti, ha riaperto un problema che il Partito democratico si porta dietro sin dalla nascita, frutto di quelle primarie ibride che il 14 ottobre hanno prodotto un’elezione a metà, da cui non poteva che emergere un segretario dimezzato. Il 14 ottobre del 2007, infatti, milioni di liberi cittadini hanno scelto un leader senza bisogno di esibire alcuna tessera, proprio come in America, ma un leader che tutti sapevano essere stato già designato dal gruppo dirigente, sostenuto per giunta da una congerie di liste diverse (“A sinistra per Veltroni”, “Democratici per Veltroni”, eccetera). Un paradosso che si spiega soltanto con la persistenza di un’antica idea, per niente americana, secondo cui il futuro capo avrebbe dovuto riassumere in sé, ed equamente rappresentare, tutte le diverse posizioni.
Da questa incoronazione a metà – a metà cioè tra convention americana e congresso bulgaro – sono venute di conseguenza, l’una dietro l’altra come tante ciliegie avvelenate, tutte le contraddizioni esplose negli ultimi giorni, con un Partito democratico che si richiama a Obama, ma da oltre una settimana è impegnato a discutere su chi debba essere deferito al tribunale interno per mancanza di disciplina, si tratti di Paola Binetti per le sue dichiarazioni su gay e pedofilia o di Riccardo Villari per la sua elezione alla Vigilanza, per finire con Nicola Latorre e i suoi bigliettini. Un dibattito confuso e spesso surreale, che nasconde il vero oggetto della contesa, che resta il modello di partito. Da un lato, infatti, c’è il modello dei democratici americani, partito senza tessere perché senza rigide e prefissate gerarchie di apparato, sostituite dalla libera competizione sul mercato del consenso tra eletti del popolo, ciascuno con la propria rete di lobby, fondazioni, think tank; dall’altra il modello “europeo”, in cui la tessera dà appartenenza e identità, o per meglio dire identificazione, ma al tempo stesso ne richiede, domandando fedeltà all’unica linea stabilita dalla rigida gerarchia segreteria-direzione-federazioni-sezioni.
La manifestazione più evidente della tara genetica trasmessa al Pd da quelle primarie sovietiche si vede dal fatto che i sostenitori del “modello americano” (veltroniani) si esprimono e si comportano ormai come dirigenti del Pcus brezneviano; mentre i sostenitori del “modello europeo” (dalemiani) si esprimono e si comportano già come i loro (lontani) parenti americani. Ultimo anello di questa triste catena di contraddizioni è l’agghiacciante regressione moralistica che li colpisce tutti. E che porta i veltroniani a fomentare la base contro Latorre, peraltro con argomenti che sono identici a quelli usati contro di loro dai prodiani, ma soprattutto dagli stessi dipietristi, che ogni giorno ne denunciano gli scambi di messaggi, attenzioni e favori con il nemico. Mentre i dalemiani, abbandonandosi alla stessa deriva moralistica, ricordano i bigliettini passati a suo tempo tra Walter Veltroni e Pier Ferdinando Casini nel 2006 (quelli in cui si auspicava un “Senato imballato”).
E così, mentre il veltroniano Giorgio Tonini dichiara che Villari “ha ceduto alle tentazioni della carne”, Arturo Parisi ha buon gioco nel fare la sintesi: “Comunque oggi vada a finire, il partito esce sconfitto. Sia se con l’assenso di Berlusconi Villari resti, sia se col sostegno di Berlusconi sia esso invece costretto a lasciare”. Il fatto è che la richiesta di disciplina è giustificata dalla democrazia interna, e il “correntismo” dal partito aperto (cioè partito degli eletti, a cominciare dall’eletto alle primarie). Disciplina senza democrazia si traduce nel modello sovietico; correntismo senza apertura si traduce nel buon vecchio modello democristiano. (il Foglio, 21 novembre 2008)

7 commenti leave one →
  1. 21/11/2008 11:39

    L’espulsione dal gruppo in queste circostanze potrebbe anche starci: in fondo parliamo di uno che ha detto che se ne andava una volta trovata una soluzione condivisa e poi non se ne è andato, “cedendo alla tentazione della carne”. Non è quindi il caso di uno che è andato fuori “linea”.

    Quoto invece in pieno le tue conclusioni: Il fatto è che la richiesta di disciplina è giustificata dalla democrazia interna, e il “correntismo” dal partito aperto (cioè partito degli eletti, a cominciare dall’eletto alle primarie). Disciplina senza democrazia si traduce nel modello sovietico; correntismo senza apertura si traduce nel buon vecchio modello democristiano

  2. quartieri permalink
    21/11/2008 12:32

    sei leggermente in ritardo sull’orologio della storia: il tesseramento del Pd è “Partito” a luglio.

  3. francesco cundari permalink
    21/11/2008 12:43

    ma io infatti non penso che villari abbia ragione a non dimettersi, né penso che sia sbagliato dire che se uno fa così l’espulsione è più che giustificata (altro discorso è vedere se è utile, ma andiamo con ordine). Il fatto è che quando la binetti ha votato contro la fiducia al governo prodi, cioè il governo sostenuto e guidato dal partito della binetti, non solo non è stata espulsa (e se va espulso villari…) ma è stata persino RI-CAN-DI-DA-TA. Ma allora scambiarsi bigliettini con gli avversari in campagna elettorale auspicando che il centrosinistra non vincesse le elezioni (veltroni-casini, campagna elettorale 2006) per poi accordarsi con rifondazione da un lato e con berlusconi dall’altro per far cadere il tuo governo il prima possibile e andare alle elezioni nel momento peggiore per il centrosinistra, chssà perché, allora tutto questo era lecito e degno di lode (o di compiacente silenzio). Era salutare rottura, coraggio, innovazione. e quindi, lo capisco, espellere la binetti e candidare veltroni premier sarebbe apparso un po’ contraddittorio. E va bene tutto, per carità. Dico solo, però, in nome del buon gusto e del decoro, adesso non parliamo di mancanza di disciplina e di “intelligenza con il nemico” per i bigliettini di latorre o per le dichiarazioni della binetti o per qualsiasi altra scemenza, almeno (come se poi la candidatura Orlando alla vigilanza non fosse parte di un accordo)

  4. 21/11/2008 12:50

    e allora concordiamo su tutto (e che palle :-) )

  5. John Doe permalink
    21/11/2008 16:54

    Ma insomma, perchè non si accetta che questa gente vive alla giornata? Chiedersi perchè la Binetti sì e Villari no, e Latorre boh…..ha senso? Questi fanno i loro conti su quello che si mangia stamattina e non sul raccolto per l’inverno, hanno fame subito e si stanno mangiando i semi, fottendosene del raccolto che NON ci sarà.

    Magari non sono neanche cattivi, è solo il loro dna. È la storia degli ultimi 20 anni della sinistra, hanno sempre fatto così, perchè dovrebbero essere diventati diversi? Se ti vesti da idraulico sai cambiare i rubinetti? No, e loro si sono vestiti da pd.

    Il talento che riconosco loro è quello di trovare sempre l’utile idiota, e sopratutto di spacciarlo come statista e venderlo agli italiani. Il talento che non riconosco agli italiani è quello di abboccare…..ma mica sempre, solo ogni tanto e solo quando gli altri esagerano sul serio, se no ciccia……e allora giù faide intestine :-)

    Io non ne ho voglia, e se ne avessi voglia i miei 50 anni sconsiglierebbero, ma se potessi consigliare i gggiovani che scalpitano direi loro di organizzarsi per un patricidio, che finchè questi sono vivi non ce n’è per nessuno.
    Deve essere sanguinoso quel tanto che basta da svegliare gli italiani, ci vuole casino perchè da soli non ce la fanno, ci vuole la sollevazione della loro gggente, di quelli che hanno votato sti buffoni e sono delusi e allibiti dallo spettacolo.
    Poi vabbè, a liberarci di tutti non si riuscirà, i più bravi dei traformisti faranno finta di diventare un altro e riusciranno a convincere la gente, ma tant’è….se anche potessero metterli in minoranza già non sarebbe male.

    Io un’altro modo non lo vedo, i partiti (tutti, mica solo questo) sono oligarchie e non c’è modo di riformarli con metodo democratico, si va “avanti” solo per cooptazione. Per cambiare davvero le cose devi abbattere gli oligarchi e sostituirli.
    Credo che riunirsi intorno a poche cose qualificate renda possibile farlo, non probabile ma possibile.
    Se qualcuno ci lavorerà gli faccio da ora i miei auguri, comunque vada ne valeva la pena :-)

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