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La missione universale del sindaco democratico, da Veltroni a Renzi

12/03/2009

Un candidato sindaco di Firenze che apre la sua campagna elettorale parlando della necessità di “cambiare la Costituzione” (compresa la prima parte, sia chiaro), “riformare l’idea di sindacato” e “ribaltare il sistema del welfare”, come ha fatto Matteo Renzi in questi giorni, potrebbe anche suscitare qualche legittima perplessità. E in effetti qualcuna tra gli alleati ne ha suscitata, non foss’altro perché Renzi è il candidato del centrosinistra. Le prime reazioni l’hanno pertanto indotto a una rettifica. Il candidato si è dichiarato “grato ai padri fondatori della Repubblica”, negando di avere attaccato “i principi fondamentali della Costituzione” e limitandosi ad affermare il diritto della sua generazione a “un futuro dove si possa riflettere con serenità del domani rispettando il passato”. Nell’intervista, spiega, si era limitato a confermare quanto aveva scritto in un suo libro (dal significativo titolo “Tra De Gasperi e gli U2”) circa tre anni fa.
Se la partenza del giovane Renzi non è stata delle migliori, pertanto, non è solo colpa sua. E si capisce che tante parole sul significato simbolico, estetico e politico della sua vittoria alle primarie, anche prima che ci si mettesse pure Time, eleggendolo “Obama italiano”, non potevano non suscitare un’aspettativa schiacciante. Ma soprattutto, il suo programma di riforme costituzionali, del welfare e del sistema delle relazioni sociali, a ben vedere, era ben poca cosa, quasi un programma minimo, rispetto a tanti suoi colleghi e predecessori sindaci, abituati ormai da anni a spaziare dalla politica internazionale alle questioni bioetiche, dalla tutela dei diritti umani nel Sud-Est asiatico alla promozione della letteratura d’avanguardia. Ma sempre con un occhio, beninteso, alle vicende della politica nazionale, e del proprio partito. Verosimilmente, la stessa battuta di Renzi sulla Costituzione era dettata, più che da una precoce lettura dei testi d’ingegneria costituzionale comparata del professor Sartori, dall’occasione del solenne giuramento sulla Carta fondamentale pronunciato da Dario Franceschini, da Renzi già definito “vicedisastro” (all’indomani delle dimissioni del “disastro” Walter Veltroni). Un ruolo, questo del castigaleader, che fino a ieri era la specialità del primo cittadino di Venezia, il filosofo Massimo Cacciari, sempre pronto a bocciare impietosamente qualsiasi iniziativa proveniente dalla lontana e invisa Roma.
Una delle caratteristiche principali del nuovo modello di sindaco affermatosi con l’elezione diretta, dopo una lunga stagione di amministratori pressoché sconosciuti fuori della loro città, e a volte anche dentro, sta proprio nel rapporto di amore-odio con la Capitale. Sede del Parlamento e del governo, ma anche del proprio partito. E forse non è un caso che dei numerosi e reiterati tentativi di scalata al cielo della politica nazionale ne siano riusciti solo due, a Francesco Rutelli prima e a Walter Veltroni poi. Entrambi sindaci di Roma.
Come dimenticare l’impegno indefesso del Veltroni sindaco in favore della democrazia in Birmania e per la liberazione di Ingrid Betancourt in Colombia, le sue campagne contro la pena di morte e per la pace in medio oriente, la Festa del cinema e gli incontri con grandi personalità della politica e dello spettacolo internazionale, da Tareq Aziz a Sharon Stone? Un municipalismo a proiezione mondiale che avrà suscitato qualche ironia, ma che si è chiuso con l’elezione di Veltroni a leader del Pd.
Altri hanno avuto meno fortuna, come Antonio Bassolino o Renato Soru, che da presidente della Sardegna ha tentato in fondo la stessa carta. Curiosamente, però, un simile fenomeno ha toccato solo il centrosinistra. Nel centrodestra, salvo il tentativo presto appassito di Roberto Formigoni, non si ricordano casi analoghi. Può darsi che la ragione stia nella maggiore capacità dei propri amministratori locali che il centrosinistra ha sempre vantato (almeno fino a qualche tempo fa). Può darsi che stia nella sua natura maggiormente democratica (di cui gli stessi dirigenti ora si vantano ora si lamentano, a seconda della loro posizione nella gerarchia interna). Può anche darsi, però, che un simile “rinnovamento percepito”, che non si conclude quasi mai in un reale ricambio, più che un segno di forza delle classi dirigenti locali sia un segno di debolezza del Partito democratico (e prima ancora dei Ds e della Margherita). E che la missione universale di tanti primi cittadini, in fondo, sia lo specchio del ripiegamento autoreferenziale dei vertici. Il risultato è una chiesa con cento papi, ma sempre meno parroci. Ricchissima di dispute teologiche, ma con ben poche buone novelle da annunciare. (il Foglio, 12 marzo 2009)

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