Skip to content

Quando i cattocomunisti erano comunisti sul serio

14/03/2009

Per anni hanno vissuto come quella “setta d’i cattivi, a Dio spiacenti e a’ nemici sui” che Dante aveva messo ai primi cerchi dell’Inferno, guardati con sospetto da tutti e amati da pochissimi. Come coloro che nella lotta tra il Signore e Lucifero non si erano schierati. O peggio: visto che loro, i cattocomunisti, dinanzi alla scelta invocata dal Papa nel ’48 – “O con Cristo o contro Cristo” – si erano schierati con il Pci.
Nel linguaggio corrente il termine cattocomunista è rimasto in uso quasi soltanto come insulto. Da Romano Prodi a Rosy Bindi, qualunque cattolico schierato a sinistra, prima o poi, se lo è sentito affibbiare. Per Dario Franceschini era dunque soltanto questione di tempo. E bisogna dire che Silvio Berlusconi non ne ha lasciato passare molto: nemmeno tre settimane dalla sua elezione a segretario del Pd.
All’inizio della Guerra fredda, per l’Italia democristiana, l’esigua minoranza dei cattolici comunisti rappresentava il nemico più sfuggente e insidioso. “Utili idioti” al servizio dei comunisti. Quinte colonne infiltrate nel proprio campo, travestite da cattolici devoti. Per la chiesa di Pio XII erano i più pericolosi tra i reprobi. Ma anche nel Pci erano spesso guardati con diffidenza. Li si considerava “compagni”, ha scritto Lucio Lombardo Radice, ma non li si accettava come “comunisti”. In una relazione inviata al centro del partito nel dicembre del ’42, non a caso, dai comunisti romani vengono definiti semplicemente “gruppo cattolico rivoluzionario”. E non erano certo più apprezzati dalla sinistra laica. Una volta, nel corso di una riunione convocata per costituire un’associazione giovanile antifascista, come ha ricordato Marisa Rodano nella sua recente autobiografia (“Del mutare dei tempi”, Memori), Carlo Muscetta, che era lì per il Partito d’Azione, perse la pazienza. Trovare un accordo sul comitato promotore era impossibile, gridò, visto che “qui ci sono i comunisti, i cripto-comunisti e persino i comunisti cristiani!”.
Il primo nucleo di quello che sarebbe divenuto il movimento dei cattolici comunisti (poi Partito comunista cristiano) era nato al liceo Visconti, dove aveva studiato Franco Rodano, il fondatore. E dove alla fine del ’39 era tornato come supplente, conoscendo Marisa, sua futura moglie. Decisivo, in quegli stessi anni, era stato per loro l’incontro con alcuni compagni dell’associazione di Azione Cattolica “Dante e Leonardo”, come Adriano Ossicini e Paolo Pecoraro. E come Antonio Tatò, che molti anni dopo sarebbe diventato il più stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. Per loro, l’unica linea politica praticabile era quella del Pci, da cui li divideva solo la pregiudiziale antireligiosa (che avrebbero contribuito a far cadere nel ’46, con la modifica dell’articolo 2 dello statuto secondo cui ci si poteva iscrivere al Pci “indipendentemente dalle convinzioni filosofiche e religiose”). Nel vano tentativo di evitare la rottura con la chiesa, dal Partito comunista cristiano sarebbero poi passati al Partito della sinistra cristiana. Ma anch’esso avrebbe avuto vita breve. Nel dicembre del ’47, per un articolo sulle condizioni economiche del clero pubblicato su Rinascita, a Rodano sarebbe stato comminato l’interdetto personale (che gli negava i sacramenti). L’anno dopo sarebbe venuta la scomunica per tutti i comunisti. Ma quel piccolo gruppo di cattolici ribelli sarebbe in gran parte confluito nel Pci.
Naturalmente, cattocomunisti erano chiamati anche quelli che al comunismo erano arrivati dalla sinistra democristiana, come Lucio Magri, passato dal movimento giovanile della Dc al gruppo del Manifesto; Lidia Menapace, dal movimento femminile dc anche lei al Manifesto; Giuseppe Chiarante, da esponente della Base a capogruppo comunista al Senato. O come Mario Melloni, prima deputato dc e poi implacabile corsivista dell’Unità con lo pseudonimo di Fortebraccio. Ma nessuno esercitò l’influenza di Rodano, consigliere di Togliatti prima e di Berlinguer poi, ispiratore di quel compromesso storico che tante volte i democratici hanno evocato quale prima radice del loro partito.
Non sarebbe poi così strano, pertanto, che a guidare il Pd fosse oggi un allievo di Rodano. Ma non è così. Perché quei primi cattocomunisti non venivano dal “cattolicesimo politico” e nel Pci erano ben più vicini alla “sinistra” che ai “riformisti”. Ed erano spesso fieramente stalinisti. Il loro fervore religioso era pari soltanto al loro fervore rivoluzionario. E in tempi di “crisi generale”, si può scommettere che le loro proposte sarebbero state ben più radicali di quelle avanzate dal mite Franceschini. (il Foglio, 14 marzo 2009)

No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...