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La luna di miele è finita

15/05/2009

Roma. La luna di miele tra Silvio Berlusconi e il paese è finita. In compenso, l’opposizione non sembra essere arrivata nemmeno al primo appuntamento. E’ un paradosso che sfugge alla logica e persino alla legge dei vasi comunicanti; fatto sta che il primo momento di seria difficoltà del governo si accompagna all’ennesima e sempre meno seria crisi del Partito democratico, con il segretario che parla di “leggi razziali” e “camicie nere”, richiamandosi alle critiche della Cei e dell’Onu, mentre un pezzo del suo stesso partito difende proprio le scelte più criticate; con autorevoli dirigenti che si insultano via blog e sospendono la campagna elettorale perché offesi, senza che nemmeno l’intervento di Dario Franceschini riesca a farli smettere; con tutti gli altri partiti di opposizione che accusano il Pd di voler consegnare l’Italia a Berlusconi (attraverso il referendum) e con buona parte dello stesso Pd che si trattiene a stento dal dar loro ragione. E pensare che tutto, ma proprio tutto, sembrerebbe congiurare a favore dell’opposizione. Basta confrontare i giornali di ieri con quelli di tre settimane fa, quando il capo del governo partecipava alla manifestazione del 25 aprile, raccogliendo l’ennesimo, unanime tributo. Cominciata tra gli applausi per la questione dei rifiuti e culminata nel coro di elogi per la pronta risposta al terremoto in Abruzzo, la luna di miele è finita di colpo. Può darsi che i successi iniziali fossero “successi d’immagine”, capaci di suscitare grandi attese, ma attese destinate a “scontrarsi con la realtà”, come sostiene Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica. Resta il fatto che da questo ipotetico risveglio il Pd non sembra trarre beneficio. Secondo Paolo Franchi, editorialista del Corriere della Sera, il motivo è semplice: “Il Pd non esiste. Ed esistere è condizione indispensabile per trarre vantaggio da qualcosa”.
In compenso, dopo l’Onu e la Cei, ieri è stata la volta di Giorgio Napolitano, che ha denunciato il diffondersi di “una retorica pubblica che non esita a incorporare accenti di intolleranza o xenofobia”. Nel frattempo, la Lega esulta per l’approvazione del pacchetto sicurezza e minaccia di far cadere il governo sul referendum. Due ministri sembra abbiano già minacciato le dimissioni. Gianfranco Fini è ormai un’icona dell’opposizione. E poi, ovviamente, sull’immagine del premier non possono non pesare le polemiche sul divorzio e sull’ormai celebre festa di Casoria. “La mia impressione – dice Giannini – è che questa vicenda ancora non abbia fatto breccia nell’opinione pubblica, ma penso anche che sia ancora presto per dirlo”. Quello che invece già comincia a far sentire i suoi effetti, secondo il vicedirettore di Repubblica, è il distacco tra l’immagine del “governo del fare”, capace di risolvere in un baleno l’emergenza dei rifiuti, la crisi di Alitalia, l’inefficienza della pubblica amministrazione, e quanto lo stesso governo ha fatto – o non ha fatto – sulla crisi economica. “Se dici che non fai interventi massicci perché hai dei vincoli di bilancio puoi apparire responsabile, se però nel frattempo il bilancio lo risani. Ma se poi il debito continua a salire, ti ritrovi con la crisi che morde il paese e senza nemmeno le risorse per rispondere alle emergenze, come nel caso del terremoto. Di qui le tensioni tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia”. Quanto alla ragione per cui una simile situazione non vada a beneficio del Partito democratico, Giannini non la vede in modo molto diverso da Franchi. “La mia impressione è che il Pd non abbia un gran futuro, e se europee e amministrative saranno il bagno di sangue che si profila, credo che al congresso di ottobre non ci sarà una scissione, ma una frantumazione”.
D’altra parte, a oggi, nessuno pensa che la fine della luna di miele con l’opinione pubblica possa togliere al Cav. il successo che si annuncia nelle urne. Anzi, e questo è un altro paradosso, le difficoltà del governo sembrano destinate ad accelerare, semmai, la crisi dell’opposizione. Anzitutto nel Pd, dove all’indomani del voto la questione del referendum tornerà in discussione. E sarà probabilmente la prima battaglia congressuale. (il Foglio, 15 maggio 2009)

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