Skip to content

La svolta del filosofo Massimo

26/05/2009

Esattamente un anno fa, la prima edizione della scuola estiva di filosofia e politica organizzata dalla fondazione ItalianiEuropei si concentrava sul tema “Religione e democrazia”, e si concludeva con una mezza crisi diplomatica tra la fondazione e il Vaticano, ma anche tra Massimo D’Alema e un buon pezzo del Partito democratico, per via del suo discorso conclusivo sulla “tentazione demoniaca del potere” da cui la chiesa avrebbe dovuto guardarsi. Per la seconda edizione, tenuta dal 22 al 24 maggio a Marina di Camerota, la scelta dell’argomento è caduta nonostante tutto nella stessa direzione: “Il futuro della natura umana”.
Questa volta, in compenso, il rischio dello scontro con la chiesa è stato scongiurato subito. Non che il confine tra laici e cattolici non sia emerso chiaramente, dopo tre giorni di discussioni sulla natura umana e sui limiti della scienza, sul diritto all’autodeterminazione e sulle ragioni della fede. Ma la sua trasposizione sul piano politico è risultata molto meno scontata di quanto si sarebbe potuto pensare all’inizio. Il dibattito su biopolitica e ruolo dello stato nelle questioni che riguardano il confine tra vita e morte, infatti, ha finito per intrecciarsi fino a confondersi con il dibattito sulla crisi finanziaria e sul ruolo dello stato nell’economia, rendendo molto più complicato segnare un confine tra destra e sinistra. E con il suo intervento alla tavola rotonda conclusiva, tutto incentrato sulla critica a un certo “liberalismo antipolitico” divenuto egemone anche a sinistra, quel confine D’Alema lo ha tracciato, ma non dove previsto.
“Il futuro della natura umana” è il titolo di un saggio di Jürgen Habermas. Introducendo i lavori della scuola, però, Massimo Adinolfi spiega la scelta non con Habermas, ma con Chesterton. E in particolare con il libro in cui lo scrittore si rivolgeva “alla specie umana, cui tanti dei miei lettori appartengono”, a dimostrazione di come nulla, in questo campo, debba essere dato per scontato. Ma se l’esistenza di una specie umana non sembra comunque un fatto particolarmente controverso, e il compito di stabilire cosa sia e chi vi appartenga può essere lasciato alla biologia, stabilire in cosa consista la natura umana, sempre ammesso che esista, è molto più complicato.
Secondo Parmenide, spiega il filosofo Carlo Sini all’inizio della sua relazione, con cui si apre la sessione su “La filosofia e lo statuto del vivente”, l’uomo è “eidos phos”, colui che sa. L’illuminato dal “sapere/vedere”. Per essere più precisi, l’uomo è colui che, in quanto ha visto, sa. E quel che l’uomo ha visto, diversamente da tutti gli altri esseri viventi, è la morte. “Qui non ci sono differenze di cultura e di storia, perché le differenze di cultura e di storia muovono di qui”, dice Sini.
Il giovane Hegel, scrivendo “Lo spirito del cristianesimo e il suo destino”, ricordava senz’altro l’affermazione di Parmenide. Anche per Hegel, infatti, l’uomo è “l’illuminato”. E il mondo è “la vita che accade”. Dunque, prosegue Sini tra una citazione di Hegel che riprende Parmenide e una di Dilthey che commenta Hegel, passando rapidamente per il “Tractatus” di Wittgenstein, è da qui che bisogna partire, perché “se non si parte dalla vita si parte da un’astrazione”. E partendo dalla vita si torna a Hegel, con la sua distinzione tra zoè e phos (da non confondere con la distinzione tra zoè e bios, su cui s’intratterrà lungamente il professor Francesco De Sanctis il giorno dopo, in una relazione pronunciata quasi interamente in greco antico, con scarsissime concessioni al latino). Distinzione fondamentale, questa tra zoè e phos, e cioè tra vita immediata (“Husserlianamente, potremmo dire, precategoriale”, aggiunge Sini per farsi capire) e vita riflessa, vita pensata, vita illuminata dal sapere.
Ma è alla fine dell’excursus, in una vertiginosa sintesi dell’intera filosofia occidentale portata a termine in dieci minuti netti, saltando forse soltanto Plotino e Gianni Vattimo, che Carlo Sini arriva al punto. “Quello che Hegel ci ha insegnato – scandisce – e che non ci hanno insegnato né Parmenide, né Kant, Fichte o Schelling, è la storicità essenziale della vita stessa”. Di qui “l’essenziale storicità” di ogni biologia. L’oggettività di cui la scienza si vanta non può quindi far dimenticare che quello della scienza è un lavoro, un fare delle cose, che il mondo non si limita a osservarlo e a spiegarlo, ma sempre lo modifica. Ragion per cui, dinanzi a chi dice che la vita è sacra e intangibile – come dinanzi a chi afferma che essa è solo una scarica elettrica – compito del filosofo è replicare: “Dimmi che lavoro fai, quando dici e intendi così; mostrami le tue operazioni”.
Anche se a prima vista non si direbbe, la polemica con quello che D’Alema chiamerà il “liberalismo antipolitico” è appena dietro l’angolo. Il passo che più sorprende in questa direzione non è però del “laico” Sini, ma del cattolico Adriano Pessina, nella sessione dedicata a “L’etica, la medicina e lo stato”, a partire dal rapporto tra la politica, lo stato e le questioni che riguardano il confine tra vita e morte.
“Il mio punto di vista – esordisce Pessina – muove da una critica di quelle visioni del problema che presuppongono troppo disinvoltamente un uomo libero, adulto, autonomo”. Una concezione dell’uomo come “contraente di un inesistente contratto rawlsiano… roba da Walt Disney” (e già qui il settore marxista della platea trattiene a stento l’ovazione). Polemizzando con Piergiorgio Donatelli e con la sua appassionata difesa dell’autonomia individuale, la critica di Pessina non risparmia il “mito dell’autorealizzazione, perché non possiamo misconoscere che noi siamo sempre impregnati dell’altro”. Ma soprattutto, e più in generale, non risparmia il liberalismo, che si rivela “una bussola insufficiente, quando si tratti di cure prolungate, cure palliative e anche di giustizia nei confronti delle persone che si prendono cura di coloro che ne hanno bisogno, perché prima di avere il diritto di rifiutare le cure bisogna avere le cure”. Occorre invece un “ethos condiviso”, fondato sui principi di “uguaglianza e pari dignità di tutti gli uomini”, perché “non basta alla democrazia il mero aspetto procedurale”. Quel che serve è insomma “una coscienza critica che non si accontenti di una democrazia qualsiasi”, ma aspiri a “estendere il diritto di cittadinanza alla nuda qualità di quell’essere umano che è il fondamento e il senso stesso dell’agire politico”.
La scena si ripete il giorno dopo, nella sessione su “L’uomo e la tecnica”, quando alla relazione del laico Aldo Schiavone (di cui i lettori del Foglio hanno potuto leggere ampi stralci sul giornale di sabato) si contrappone quella di monsignor Pierangelo Sequeri. “Rischio di ingovernabilità della tecnica, effetti collaterali che riteniamo dannosi e che non riusciamo a governare razionalmente… ma la tecnica non era la figlia naturale della ragione? Com’è possibile che non si riesca a governarla razionalmente? Non è mica l’amore, o la religione…”. La verità, prosegue Sequeri, è che ormai “scriviamo dio con la minuscola e Tecnica con la maiuscola, perché abbiamo cominciato a mitizzarla, il che significa: a farne un luogo accogliente per le nostre preghiere… perché se è chiaro che comanda comunque, non resta che mostrarsi buoni sudditi”.
Buona parte della platea, compresi diversi filosofi che da tempo collaborano con la fondazione ItalianiEuropei, si ritrova piuttosto spiazzata. Concorde sulle conclusioni di tanti autorevoli esponenti del “pensiero laico” ascoltati con partecipe attenzione, sulla legge 40 come sul testamento biologico, sulle premesse filosofiche e politiche è colta però dal sospetto di essere assai più d’accordo con i loro contraddittori cattolici.
Crisi dei valori e crisi finanziaria s’intrecciano quindi definitivamente, e inestricabilmente, nella sessione successiva, con la relazione di Laura Bazzicalupo. Relazione incentrata sulla “sussunzione della vita stessa nella logica economica”. Dopo una “rappresentazione dell’economia classica che offriva ancora, attraverso il concetto cardine di valore-lavoro, un luogo di mediazione possibile alla politica per costruirvi diritti e protezione… la svolta neoliberale arretra l’indagine sulla logica del comportamento soggettivo, sull’agente economico che decide in una situazione di scarsità, scegliendo in base a criteri di convenienza e di utilità”. Homo oeconomicus che investe ormai tutto se stesso – immaginario contraente di un contratto che non esiste, si potrebbe dire – in un sistema che presuppone però individui sempre pienamente “liberi di scegliere” e perfettamente razionali (sulla base di una concezione utilitarista della “natura umana”). Ad affrontare i problemi attuali in termini certamente familiari all’uditorio, sia pure in inglese, ci pensa quindi lo spagnolo Alberto Moreiras, nel dibattito che segue la sua relazione su “Affirmative Biopolitics”. Alla fin fine, dice Moreiras, il punto resta sempre “the primacy of the political”. D’Alema, seduto in platea, non può che approvare.
A dominare gli ultimi vent’anni, dice infatti il presidente di ItalianiEuropei nel corso della tavola rotonda finale con Giancarlo Bosetti e Avishai Margalit, è stato un “liberalismo antipolitico” che ha esercitato la sua egemonia anche sulla sinistra, schiacciata su una linea di pura e semplice difesa dei “diritti individuali”. Linea giusta in linea di principio, s’intende, ma che ha prodotto una “frattura tra sinistra e popolo”, perché “non c’è dubbio che il populismo della destra dà una risposta a un bisogno di rassicurazione, comunità… che sente soprattutto chi è più debole e più esposto ai rischi della globalizzazione”.
E sarebbe davvero arduo indicare in queste parole dove cominci la critica alla “sinistra liberale” suggestionata dal modello clintoniano e blairiano (per non dire subalterna all’ideologia neoliberista) e dove la critica alla “sinistra laica”. Prima del sacrosanto diritto a rifiutare le cure viene il diritto a riceverne, dice D’Alema, riprendendo quasi testualmente – e forse inconsapevolmente, dato che a quel dibattito non aveva assistito – l’argomento già adottato da Pessina. Nessuna abiura, va da sé, di quella svolta liberale che ha visto lo stesso D’Alema, negli anni Novanta, tra i suoi principali protagonisti, ma “il liberalismo è un campo di battaglia”, dice ora il presidente di ItalianiEuropei.
E così, rimettendoli in fila, si potrebbe forse rintracciare un filo comune in buona parte degli interventi. Un accostamento che molto probabilmente farebbe inorridire buona parte delle persone coinvolte – dal laico Sini al cattolico Pessina, da monsignor Sequeri a D’Alema – e cioè, per dirla (approssimativamente) con le parole dello stesso Sini, che ognuno di noi ha il proprio “mondo-ambiente” da cui si separa e con cui al tempo stesso si pone in relazione, ricavandone così il proprio “orizzonte di senso”. E il grande cambiamento di cui tutti parlano sta forse proprio qui: nel diverso orizzonte in cui sembra ora collocarsi D’Alema, passato il tempo dei grandi incontri con Bill Clinton e Tony Blair sulla Terza Via di una sinistra liberale oggi drammaticamente in crisi, e non solo in Italia. “Dinanzi alle enormi diseguaglianze aperte nel mondo – dice ad esempio il presidente di ItalianiEuropei – anche un’idea di uguaglianza come semplice ‘uguaglianza delle opportunità’ appare insufficiente”.
E’ una svolta significativa, sebbene ancora soltanto abbozzata. Ma soprattutto è significativo che nel suo progressivo spostamento a sinistra, in cui tanti avevano indicato la segreta intenzione di abbandonare il Partito democratico per tornare a una classica divisione tra socialdemocratici e democristiani, D’Alema prenda le mosse, al contrario, proprio da un incontro con il pensiero cattolico. Un cambiamento di orizzonte di cui sembra di poter rinvenire le tracce da molte parti. Nei continui attestati di reciproca stima tra Giulio Tremonti e Romano Prodi, per esempio, o nella rivista dei padri dehoniani (Il regno) in cui proprio in questi giorni si parla della crisi economica (tra una citazione di Karl Marx e l’altra di Giovanni Paolo II) non come “malattia del sistema” ma come “inevitabile conseguenza di una logica puramente funzionale”. (il Foglio, 26 maggio 2009)

4 commenti leave one →
  1. 26/05/2009 12:56

    Interessante dibattito.

    Un anno fa – se non ricordo male sulla Tageszeitung – Franz Walter (docente di scienze politiche a Gottingen) scatenò una feroce polemica sulla scelta della SPD di organizzare una conferenza programmatica sulla “Chancengesellschaft”. Partì un interessante discussione le cui conclusioni sono più o meno quelle che riporti nel tuo articolo.

  2. b.georg permalink
    26/05/2009 13:20

    bel resoconto, grazie.
    (la mia sintesi partigiana: i cattolici pencolano tra umanesimo di riporto e comunitarismo regressivo, i laici abbozzano ché son tempi grami, sini sta troppo avanti per tutti e anche per se stesso, qualcuno mostra i grundrisse come l’ultima scoperta, pudicamente nascondendo la “pars padovana”, e il pesce in barile? fa il pesce in barile, come suo solito)

Trackbacks

  1. DestraLab » Il primato della polemica
  2. Tecnologia “sapiens”, nel futuro dell’uomo | Apogeonline

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...