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Per Fassino il premier lo decidono i voti, non gli statuti

18/07/2009

Roma. Le critiche ricorrenti su un congresso confuso, sulle persone invece che sulle idee, non convincono Piero Fassino. “Non vedo né confusione né personalismi – dice l’ex segretario dei Ds – mi pare anzi sempre più chiaro che non sono in campo tre candidati diversi per lo stesso tipo di Pd, ma tre candidati che hanno idee diverse su cosa dev’essere il Pd”. Una differenza Fassino la vede innanzi tutto “nel sentimento” con cui militanti ed elettori seguono il congresso. “Tra  coloro che guardano a Pier Luigi Bersani mi sembra prevalga un sentimento di nostalgia, un bisogno di essere rassicurati. In fondo, anche se capiscono che non è una grande prospettiva, sembrano avere nell’animo il ritorno a un partito più simile ai Ds, omogeneo non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche dal punto di vista culturale e politico”. 
“Intendiamoci – precisa Fassino – so benissimo che Bersani non è preso da nostalgie di alcun genere. Penso però che tra i suoi sostenitori sia diffusa l’idea che il Pd sia un progetto troppo amibizioso, troppo difficile, che insomma dovremmo tornare a fare quel che sapevamo fare meglio”. Non sono parole sue. Sono parole di una dirigente del Pd, e prima dei Ds, che in questi giorni ha scritto al suo ex segretario. “Mi ha detto: tu ci hai portati a scommettere su un progetto bello e ambizioso, ma forse, ecco il punto, troppo ambizioso”. E per questo voterà Bersani. Come dire: troppe culture, troppe storie, troppe differenze. “E’ come se questi nostri militanti perdessero di vista il fatto che la ragione per cui abbiamo fatto il Pd è proprio questa, che l’eterogeneità delle culture non è un limite ma il suo tratto identitario”. Nel sentimento di chi guarda a Dario Franceschini, invece, Fassino vede “più consapevolezza del fatto che la scommessa è costruire la casa comune dei riformisti in un partito che di conseguenza, per missione, si pone l’obiettivo di unire storie diverse. E questo può essere solo il risultato di un processo in cui si assume il pluralismo come tratto di identità e di lì si costruisce una sintesi nuova e più avanzata delle diverse culture, che nel momento stesso in cui si realizza va oltre quelle originarie”. Ecco la differenza tra le due candidature secondo il coordinatore della mozione Franceschini.
Al congresso Piero Fassino guarda “senza nessuna preoccupazione, ma come all’opportunità per dire cosa dev’essere il Pd e a chi deve parlare, dunque qual è il profilo che corrisponde alla sua ambizione”. Non con chi si debba alleare e con chi no, se ci voglia più Ulivo o più vocazione maggioritaria. Questi, per lui, sono falsi dilemmi. “Discutiamo di alleanze come se il panorama politico fosse quello precedente il voto del  2008, con 39 partiti e 17 gruppi parlamentari, quando era inevitabile che le coalizioni fossero larghe, eterogenee e di difficile governabilità. Ora però di gruppi parlamentari ne abbiamo 6”. Dunque che significa, in questo quadro, vocazione maggioritaria? “Di sicuro non significa autosufficienza. In Europa non c’è un solo partito che ottenga, da solo, il 51 per cento dei voti. Vocazione maggioritaria significa dunque che in ciascuno dei due campi c’è un partito che ha la forza sufficiente per delineare il profilo dell’alleanza che intende costruire e i caratteri fondamentali del suo programma, assumendone la leadership. E poi, naturalmente, attorno a questo progetto cerca le intese necessarie a dar vita a una maggioranza di governo, esattamente come avviene in Austria, in Germania, in Spagna”. Tre paesi con tre sistemi elettorali diversi. “Appunto. In Europa, indipendentemente dalla legge elettorale, Merkel e Zapatero il problema di dire con chi si alleeranno non se lo pongono proprio. Zapatero vince le elezioni con il suo programma e il suo profilo, dopodiché discute con i nazionalisti catalani per avere il loro sostegno e fare la maggioranza”. Questo non significa tornare indietro, togliere ai cittadini il potere di scegliere il governo? “La Prima Repubblica è finita, il pericolo di partiti intermedi che giochino alla politica dei due forni non c’è più. Del resto, se Zapatero vince con il 38 per cento e poi si accorda con il piccolo partito catalano, nessuno in Spagna dubita su chi debba essere il premier, e mica perché lo dice lo statuto del Psoe”. Dunque, per Fassino, non serve che lo dica nemmeno lo statuto del Pd. Su questo, le posizioni di Franceschini e Bersani non sembrano poi così lontane. “E’ naturale. Non è mica un referendum. E’ un congresso da cui usciranno un segretario e una linea che sarà anche il frutto di un confronto”. Sulle primarie, in parte, sta già avvenendo. “Siamo tutti d’accordo nel mantenerle per le cariche istituzionali, mentre per segretari regionali e coordinatori di circolo non è detto che sia sempre la scelta migliore”. Resta la divisione sulle primarie per il segretario nazionale. “Certo, noi vogliamo mantenerle, e invito Bersani a domandarsi se per puntare al consenso di 15 o 20 milioni di cittadini sia sufficiente la legittimazione di 400 mila iscritti, e se non sia utile una legitimazione dell’elettorato”. (il Foglio, 18 luglio 2009)

2 commenti leave one →
  1. 18/07/2009 11:50

    tutto giusto

    ma come lo spiega Fassino il crollo elettorale del PD….

    forse c’è qualcosa nella sua proposta (e quella di franceschini) che non funziona…
    gli elettori ti hanno detto “così non va”
    tu cosa rispondi ?

    ci sono altre proposte, potrebbero captare piu consenso….

    vedremo

  2. 18/07/2009 12:33

    Insomma, i DS erano un partito reggimentato con il Capo che dettava la linea e soffocava il dissenso (a cui venivano attribuite le colpe dei propri fallimenti), mentre il PD è un partito aperto e vivace, con un invidiabile eterogeneità politica e culturale. E dire che fino a 2 minuti fa ero convinto del contrario.

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