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Romanticismo politico

01/04/2010
A sinistra, questo è il momento dell’autoanalisi. Servono, si dice, dirigenti più generosi, più credibili, mossi da alti ideali e non dal proprio basso tornaconto. Nuovi, generosi, credibili e idealisti come Vincenzo De Luca, si presume, che nella prima dichiarazione dopo la sconfitta dice che non bisogna cercare alibi, che il centrosinistra ha perso perché “ha governato male” – senza di lui, s’intende, che come alibi non è male (ma nemmeno nuovissimo, nel Pd). O come Nichi Vendola, che dal giorno dopo la vittoria ripete che il centrosinistra è all’anno zero. E pertanto, immaginando forse una cura omeopatica, che bisogna “azzerare” tutto. E meno male che questi sono quelli generosi. 
Esiste però un rapporto tra il cupio dissolvi che coglie il centrosinistra a ogni difficoltà e quella concezione romantica della politica che dopo ogni sconfitta, paradossalmente, non chiede alla propria parte una tattica più efficace o una strategia migliore, ma al contrario la accusa di pensare solo a vincere, alla tattica, ai voti. Invece che a valori, ideali, passioni.
“Al primo riso della fortuna ci era la follia delle speranze, al primo disinganno ci è la follia delle disperazioni”, scriveva Francesco De Sanctis giusto a proposito del nostro primo romanticismo. “Questo subitaneo trapasso di sentimenti illimitati al primo urto della realtà rivela quella agitazione di idee astratte ch’era in Italia, venuta da’ libri e rimasta nel cervello, scompagnata dall’esperienza, e non giunta ancora a temprare i caratteri”. Insomma: “Un sentimento morboso, una esplosione giovanile e superficiale più che l’espressione matura di un mondo lungamente covato e meditato… una immaginazione povera e monotona in tanta esagerazione de’ sentimenti”.
Le contraddizioni di un simile romanticismo applicato alla politica saltano agli occhi, in particolare, nel dibattito sul grillismo. All’indomani del voto, Concita De Gregorio ha scritto sull’Unità che la vittoria della destra “nelle due regioni a più alto tasso di criminalità organizzata, le regioni dove nemmeno una riunione di condominio si decide senza l’appoggio dei capoclan, è un fatto oggettivo”. E che “nessuno è così ingenuo da pensare che i padroni del territorio al momento delle elezioni si distraggano”. Simili argomenti non appartengono dunque solo a Beppe Grillo, sono invece diffusissimi nel Pd, come in tutto il sistema dell’informazione. Sono gli ultimi frutti di uno slittamento culturale prima che politico, a partire dal lessico. Si è cominciato descrivendo la vita interna dei partiti con il gergo delle inchieste di mafia: i dirigenti sono diventati “signori delle tessere”, le correnti sono diventate “clan”, e i capicorrente, logicamente, “capiclan” (o “capibastone”, come li chiamava, da segretario del Pd, Walter Veltroni). Alla fine, inevitabilmente, dalla metafora si è passati all’identificazione: chi prende i voti al sud dev’essere colluso con la mafia. Quindi, immaginiamo, anche buona parte del centrosinistra, che lì ha governato per anni. Ma se il Pd facesse propria questa analisi, cosa dovrebbero pensare i cittadini di quelle regioni? Come si può presentare a loro un partito che dichiari preventivamente la vittoria della mafia, anzi teorizzi che lo stesso meccanismo democratico fa il gioco della mafia? Così facendo, la sinistra darebbe per persa in partenza la battaglia che invece dovrebbe combattere, per la legalità e per la democrazia. E questo, prima che un errore politico, sarebbe una forma di diserzione civile. Una responsabilità che non basterebbero a riscattare tutte le belle parole, gli alti ideali e le struggenti passioni in cui sempre nuovi capipopolo sarebbero certamente capaci di ammantarla. (il Foglio, 1 aprile 2010)
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