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Terroni democratici e altri poeti

12/04/2011
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Cosa sia successo esattamente non è chiaro. Tra la convocazione dell’assemblea e il suo svolgimento, nel fine settimana appena trascorso, persino il nome è cambiato. Michele Emiliano l’aveva lanciata con un titolo da cinepanettone anni 80: “Terroni democratici”. Difficile, obiettivamente, fare di peggio. Ma non impossibile. Trattandosi di Mezzogiorno, la naturale vocazione democratica alla mediazione ha prodotto quindi il titolo più spiazzante che la fervida immaginazione degli organizzatori potesse concepire: “Mezzogiorno di fuoco”. Giustamente, sul Mattino, Massimo Adinolfi ha obiettato che l’immagine dello sceriffo che sgomina da solo tutti i cattivi mentre gli abitanti della piccola città di Hadleyville se ne restano tappati in casa, a pensarci bene, non era proprio l’immagine più efficace di quel risveglio democratico e civile che Pier Luigi Bersani non si stanca di invocare. 
Partita forse come risposta all’offensiva nordista della Lega, più verosimilmente alla sfida sudista di Nichi Vendola e quasi sicuramente alla concorrenza dei rottomatori fiorentini (Matteo Renzi) e brianzoli (Pippo Civati), l’iniziativa di Emiliano è stata rapidamente e sapientemente sterilizzata dal partito. Tra segretari regionali in prima fila, Rosy Bindi e Franco Marini sul palco, Massimo D’Alema a concludere, poco ci è mancato che l’adunata sediziosa degli autoconvocati “terroni democratici” si trasformasse per loro in una convocazione urgente dal preside, con tanto di ramanzina davanti ai genitori.
D’altra parte, se il pericolo è che la sinistra si liberi di Berlusconi per tenersi il berlusconismo, come dice spesso Bersani, l’introduzione di Emiliano non era affatto tranquillizzante. Tanto per cominciare, tutti gli interventi dovevano durare cinque minuti. Idea ripresa dai rottamatori, che hanno la soglia di attenzione bassa (e poi anche la democrazia, dopo un po’, stufa). “Provate nel vostro intervento a praticare l’ironia e l’autoironia – ha detto infatti Emiliano con tono paterno – rendetelo il più leggero possibile. La noia ammazza la politica e il Pd”.
E così, tra un “non ripetete cose già dette” e un “non fate chiacchiere inutili” – ma nessun consiglio su come tenere la giacca o la barba, né alcuna menzione di mentine per l’alito – il sindaco di Bari ha posto alcune domande (va detto, a sua parziale discolpa, che almeno non erano dieci). Tra queste, per originalità, spiccavano: “Perché anche quando Berlusconi scende nei sondaggi noi non cresciamo?” e “Perché il nostro segretario nazionale si è rappresentato in bianco e nero sui 6×3?”. Si vede che Emiliano viene dalla società civile e ha ben chiare le questioni che parlano, come si dice, all’Italia profonda: prestazioni demoscopiche e linea grafica del partito. Ma forse la domanda più significativa era un’altra: “Perché il Pd ci emoziona così raramente?”. Chissà cosa avranno pensato, in quel momento, D’Alema e Marini.
Del resto, quando la politica si riduce a politologia, quindi a “scienza politica”, infine a “scienza della comunicazione” e sondaggistica (che è come dire “scienza della superstizione”), è chiaro che di lì alla letteratura il passo è breve. A sinistra, poi, sono già alla poesia. Oltre – come direbbero i manifesti di Bersani – c’è solo il cabaret. Ma lì c’è già Beppe Grillo.
Se però la partita si gioca sulla poesia, resta da capire se a vincere possa essere davvero il petrarchismo vendoliano, con il suo lirismo magico, o se in questa dura epoca di crisi economica e sociale non abbiano più chance le rime petrose del solido realismo bersaniano. L’uno e l’altro non sembrano comunque avvicinabili dai dialoghi da Happy Days dei rottamatori, e tanto meno dal cupo spaghetti-western barese dell’altro ieri.
La vera sfida, almeno in campo artistico, resta quella tra Vendola e Bersani (il romanziere Veltroni è fuori classifica da anni, e anche la campagna di lancio sul “grande ritorno” l’ha già usata troppe volte). Qui però è Vendola ad aver fatto il passo più lungo della gamba. Bersani avrà avuto qualche inciampo, come nell’intervista contro Alfano, con quel solenne “lo avverto: è difficile arrampicarsi sulle piazze quando ci si arrampica sugli specchi”. Ma è niente in confronto alla sistematica distruzione di ogni sospensione di incredulità testimoniata dalla rubrica del Foglio “Nichi ma che stai a di’”, e in particolare da quel videomessaggio a una qualche adunata di scrittori in cui Nichi si chiedeva addirittura “Che cos’è la poesia”, come un novello Becquer (nota per i vecchi membri del comitato centrale del Pci prima e poi di Rifondazione, costretti da Vendola a trasformarsi di colpo in esteti decadenti: si parla del poeta spagnolo, non del tennista tedesco). In altri tempi, quando i massimi dirigenti dei partiti comunisti del mondo si rifugiavano all’Hotel Lux di Mosca, ci trovavano tali e tante spie, microfoni e insidie, da rendersi subito conto che una sola parola sincera poteva costare cara, in quell’atmosfera plumbea, in cui l’ipocrisia e il conformismo erano letteralmente ragioni di vita. Allora, per comunicarsi una qualche minima verità, sarebbe stato necessario parlarsi in codice. Adesso, invece, pure. (il Foglio, 12 aprile 2011)

5 commenti leave one →
  1. Mario Cavallaro permalink
    12/04/2011 23:57

    Carinissimo, ma in conclusione?

    • francesco cundari permalink
      13/04/2011 22:26

      le conclusioni (per fortuna di tutti) non spettano a me

  2. Lucandrea permalink
    13/04/2011 09:24

    Faccio notare che “Comunicare” non è sinonimo di “Bestemmiare”: e un corso di comunicazione non farebbe male al PD…

    have a nice day :-)

  3. camilla permalink
    15/04/2011 18:48

    hai dimenticato una cosa fondamentale, il: “se sarete bravi, inseriremo anche il vostro nome e cognome con la vostra proposta per il Mezzogiorno nell’ordine del giorno finale”. Brividi lungo le schiene dei partecipanti. Il nome e cognome, capisci? come se comparire nell’odg finale fosse un premio inaspettato…

    • francesco cundari permalink
      18/04/2011 19:45

      hai ragione, ma lo spazio è tiranno.

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