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Zingari democratici

26/04/2011
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Qui all’Hotel Lux non siamo forti in religione. Forse però si può dire che l’immagine dei rom scacciati dai loro campi alla vigilia di Pasqua sta alla festa della Resurrezione come l’immagine dei manifesti neofascisti a Roma sta alla festa della Liberazione. Un’associazione suggerita anche dal fatto che quelle famiglie hanno cercato ricovero nella basilica di San Paolo, dove i fascisti irruppero nel ’44 per arrestare gli ebrei che vi si erano nascosti, come ha ricordato sul Manifesto di lunedì Alessandro Portelli, a poca distanza da Porta San Paolo, dove cominciò la lotta di liberazione dal fascismo. E dove si prende atto del fatto, aggiungeva Portelli, che “non ci siamo ancora liberati dei suoi epigoni”.
Lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, Claudio Magris partiva dalla ricorrenza del 25 aprile per una denuncia simile, indignato dal “dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature”; tanto indignato da avvertire la tentazione di “credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante”. Tentazione – questa di credere all’idea di una nuova razza di non-cittadini, frutto di uno sbaglio dell’evoluzione, dunque biologicamente inferiore – che rischiava di portarlo, in una vorticosa chiusura del cerchio, pericolosamente vicino alle tesi degli occupanti, piuttosto che dei liberatori del 25 aprile (tesi fortunatamente rifiutata nelle ultime righe, perché “proprio quella data insegna a non scoraggiarsi”).
E così, dalla rinascita della democrazia in Italia, siamo tornati dalle parti di Alberto Asor Rosa e del golpe democratico da lui recentemente invocato. Siamo tornati cioè al tema del sempre più complicato rapporto della sinistra con le parole “democrazia” e “popolo”. Un tema vecchio di decenni, e non solo italiano, che si parli di zingari o di crisi di governo, di Silvio Berlusconi o di Jean-Marie Le Pen.
Se si sente il bisogno di circondare di aggettivi il sostantivo “democrazia” – come facevano i comunisti quando parlavano di democrazia sociale, democrazia progressiva, democrazie popolari – significa che con la democrazia pura e semplice non si vuole avere a che fare, dicevano i liberali. Così viene ora da pensare quanti popoli abbia scoperto in questi anni la sinistra italiana, a mano a mano che dal popolo puro e semplice si allontanava: il popolo dei girotondi, il popolo delle primarie, il popolo viola…
Siamo convinti, tuttavia, che la reale portata del fenomeno sia emersa soltanto il giorno in cui per la prima volta, e certo ignaro della straordinaria invenzione che lo spirito del tempo gli suggeriva, un politico si appellò al “Popolo di Facebook”. Popolo composto, per definizione, da chi non solo possiede e usa abitualmente un computer, ma è stato da noi preventivamente accettato come “amico”. Questo è il Popolo di Facebook: il mondo dei nostri amici e conoscenti (pre-selezionati all’ingresso).
“Certo che sono razzista”, diceva vent’anni fa lo spiantato Michou allo scandalizzato deputato socialista che lo accoglieva nel suo magnifico salotto, in un film di Coline Serreau. “E’ più facile essere contro il razzismo quando si abita a Neuilly che quando si abita a Saint-Denis”. I razzisti stanno nei quartieri popolari, insisteva, dove bisogna stringersi per far posto agli immigrati, e farlo pure con il sorriso, perché altrimenti si è “immorali”. Finora però a Neuilly “non è che vi siate stretti tanto”.
Da allora, anche da noi, le cose non sembrano molto cambiate. La risposta dei riformisti – fare la voce grossa sulla sicurezza, sulle regole, come fanno in particolare certi amministratori del Nord – non sembra però più efficace delle stanche prediche del deputato socialista. Alla vecchietta che si sente circondata da zingari pronti a sgozzarla a ogni passo, vale a poco ripetere che se si azzardano, stia tranquilla, un minuto dopo li sbattiamo in galera. D’altra parte, anche quando nei bar dell’Italia settentrionale si vietava l’ingresso ai meridionali e ai cani, mica era la sicurezza il problema. Forse allora il punto non è cosa dire, ma cosa fare. Sindacati, parrocchie e partiti furono a suo tempo, lo si ricorda spesso, uno straordinario strumento di integrazione, che vuol dire non solo accoglienza, ma anche conoscenza, rapporti, capacità di distinguere (e intervenire). E allora forse il problema è proprio che oggi non abbiamo più abbastanza parrocchie, sindacalisti, sezioni e militanti di partito. In altre parole, che con tutti i nostri 5mila amici su Facebook, noi per primi, siamo più soli che mai. (il Foglio, 26 aprile 2011)

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  1. uqbal permalink
    26/04/2011 19:37

    O forse che non sappiamo cosa dovrebbe prenderne il posto, e non ci stiamo sforzando di capirlo…

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