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Parlare di rigore e virtù di bilancio ad Atene

29/06/2011
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Da mesi, che si parli della prossima manovra economica del governo Berlusconi, o della crisi dell’euro, o delle tensioni tra Pdl e Lega, nel dibattito compare sempre un qualche riferimento alla Grecia. Nei momenti critici, seppure con decrescente attenzione, la crisi greca riconquista uno spazio autonomo nel flusso delle notizie; ma il più delle volte fa la sua fugace comparsa soltanto come termine di paragone, come pericolo da scongiurare, come modello negativo. Eppure è difficile trovare un’immagine più intensamente evocativa, uno spicchio di realtà che abbia in sé un più forte valore simbolico delle fiamme che salgono dalla culla della civiltà occidentale, e della democrazia.
In merito, la sostanziale afasia del dibattito pubblico si deve forse alla ragione più elementare, e cioè alla mancanza di parole. E’ come se il vocabolario di cui ci serviamo ogni giorno quando trattiamo di questi problemi, con il relativo campionario di frasi fatte, proprio qui manifestasse di colpo tutta la sua disarmante inadeguatezza: il “rigore”, o peggio la “virtù”, di bilancio; le scelte “coraggiose e impopolari”; la necessità di “ascoltare”, “rassicurare”, “accontentare” i mercati. Parole che suonano semplicemente grottesche di fronte alle misure già decise e a quelle che si annunciano da parte del governo greco, e alla linea intransigente assunta dall’Europa, che ormai sembra giocare con Atene allo schiaffo del soldato.
Dopo la grande crisi finanziaria globale, da cui non siamo ancora usciti, non è possibile continuare a ripetere queste formule come se nulla fosse accaduto: sull’intera economia mondiale grava ancora oggi una massa incalcolabile di debiti senza nome che nessuno ha idea di come smaltire. Debiti prodotti da quegli stessi manager che nel frattempo continuano a incassare cifre incommensurabili, grazie ai salvataggi statali che hanno impedito il tracollo delle maggiori banche internazionali, e di conseguenza dell’intero sistema. E intanto si chiede alla Grecia, una tra le più piccole economie del continente, di pagare fino all’ultimo centesimo i debiti accumulati dal precedente governo. Nella disinvoltura con cui si spinge Atene verso il baratro, mentre si parla di tagli durissimi agli stipendi degli statali, alla sanità, all’assistenza sociale, c’è qualcosa di moralmente insopportabile, ma anche, a suo modo, illuminante.
E’ come se all’improvviso, usciti dalla realtà virtuale della grande bolla finanziaria, anche le parole ritornassero sotto il dominio della forza di gravità, e riacquistassero il loro peso, cambiando di conseguenza i valori di tutte le discussioni in cui fino a oggi erano state usate. Comprese le discussioni di questi giorni sulla prossima manovra del governo e sulle tensioni tra Pdl e Lega.
Anche in questo caso, naturalmente, a sinistra non poteva non ripresentarsi l’antica tentazione di schierarsi dietro l’Economist e il Financial Times, dietro le imperative “richieste dei mercati” e la necessità del rigore “che l’Europa ci impone”. La novità, e non da poco, è che il Partito democratico, per la prima volta dalla sua nascita, non si è lasciato risucchiare in questa spirale, e ha assunto una posizione non meno critica verso il governo, ma assai diversa nel merito. In breve, il Pd ha accusato il governo di avere assunto con l’Europa impegni troppo gravosi e irrealistici, invocando un esecutivo più forte e autorevole, e perciò più capace di “ricontrattare” le condizioni dell’aggiustamento dei nostri conti, non un governo più disciplinato e ubbidiente, più ligio nel fare i compiti (peraltro sempre decisi da altri).
In questo momento non servono primi della classe, tanto meno dinanzi al dibattito sul rischio di fare “la fine della Grecia” che oggi sembra dividere il governo. Evidentemente, si tratta di un rischio non da poco, e ci mancherebbe che la classe dirigente del paese nel suo complesso non si ponesse questo problema. Resta da capire, tuttavia, se sia realistico immaginare per l’Italia una fine diversa, una volta che il nostro paese abbia accettato o non abbia contrastato a sufficienza la scelta di lasciare Atene al suo destino. E se non sarebbe invece assai più saggio, oltre che giusto, preoccuparsi prima di tutto che sia la Grecia a non fare oggi una brutta fine, e con essa ogni idea di un’Europa anche solo vagamente democratica. (il Foglio, 29 giugno 2011)

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