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L’unico idealismo possibile

08/12/2012

Negli ultimi giorni sono stato impegnato, si fa per dire, nella promozione del mio libro (tra parentesi: secondo voi, avendone pubblicato un altro tre anni fa, posso già dire “il mio nuovo libro”? E se no, da quando potrò cominciare? Quanti libri bisogna avere pubblicato, per poterlo dire con la necessaria disinvoltura: due, cinque, dieci?). Preso da questo ingrato dovere promozionale, però, mi sono reso conto solo ora di non avere dedicato nemmeno una riga, nemmeno qui, all’uscita di un saggio di ben altro spessore – nel senso che è molto più lungo, si capisce – Con le nostre parole, di Matteo Orfini (Editori Riuniti). Pamphlet sugli ultimi vent’anni della sinistra italiana e non solo, libro di battaglia ma anche di ricostruzione storica, analisi politica, revisione critica (e autocritica). Dal punto di vista formale, l’aspetto più originale del libro, almeno che io sappia, è l’idea di appaltare le note a piè di pagina ad altre persone (le più diverse per formazione, professione e provenienza). Tra la varie note esternalizzate, ce n’è anche una mia, che in qualche modo, considerando le ultime novità della politica italiana, mi pare piuttosto attuale. La nota segue una classica citazione tratta da West Wing, sulla politica, la fortuna e il destino (per chi avesse bisogno di un ripasso veloce, può leggere qui).

Nella serie televisiva americana The West Wing, Toby Ziegler è uno dei più ascoltati consiglieri del presidente degli Stati Uniti. Ombroso e irritabile, sempre armato di un sarcasmo sferzante e mai sorridente, all’interno dell’«ala ovest» della Casa Bianca il personaggio interpretato da Richard Schiff lavora come responsabile della comunicazione. Nel regno della politica spettacolo, in cui ai leader democratici si chiede anzitutto di toccare i cuori e ispirare le menti, oltre che di sorridere, il contrasto tra il suo carattere e il frutto del suo lavoro non potrebbe essere più stridente. Ghost writer allergico a tutto ciò che suoni come falsa e vuota retorica, abituato a muoversi dietro le quinte della politica americana e sempre impegnato nel disperato tentativo di conciliare imperativi morali e ragion di stato, lo scostante autore degli appassionati discorsi presidenziali rappresenta forse l’altra faccia del sistema: in un mondo di maschere in cui la retorica sentimentale, la predica moralistica e la posa eroica sono moneta corrente nella lotta per il potere, il suo sarcasmo urticante e la sua manifesta sfiducia nel prossimo restano, in fondo, l’unico idealismo possibile, moralmente coerente con se stesso. Ma qui probabilmente conta anche il suo essere ebreo. Di certo, Toby Ziegler non aspira a essere un uomo buono: Toby Ziegler vuole essere un uomo giusto. Posto nella condizione di influire sul destino degli altri come poche persone al mondo, non può non avvertire a ogni istante, dolorosamente, tutta l’inadeguatezza dei suoi sforzi. Nei rari momenti di pausa, che è quasi sempre una pausa obbligata, dettata dalla necessità di attendere la mossa dell’avversario, un messaggio di risposta da un interlocutore o semplicemente lo sviluppo degli eventi, il rumore sordo e regolare della pallina di gomma che scaglia nervosamente contro la parete della sua stanza testimonia un sentimento di impotenza, insoddisfazione e inquietudine, che sembra non abbandonarlo mai. Ma qui forse c’entra poco la condizione ebraica. C’entra, semmai, la condizione umana.

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