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La fiction seriale del Pd

22/09/2014

il FoglioTutte le telenovele e le serie tv di grande successo, quelle capaci di durare dieci, venti o anche trent’anni filati, a un certo punto, devono affrontare la sfida del ricambio generazionale. Prima o poi, doveva capitare anche al centrosinistra. Si tratta di una fase delicata, generalmente anticipata da uno o due degli attori principali. C’è sempre qualcuno che va via prima degli altri, nella convinzione che il suo momento di celebrità dipenda effettivamente da lui e sia dunque esportabile al di fuori di quell’unico format che lo imprigiona in un ruolo ripetitivo e monodimensionale, che gli impedisce di crescere e dimostrare fino in fondo il suo talento versatile. Basta vedere come è andata a George Clooney, divenuto una star di Hollywood praticamente appena uscito da “Er”. Di solito, però, finisce come è andata a Francesco Rutelli.
A molti, probabilmente, la nuova classe dirigente del Pd fa l’effetto che farebbe oggi una puntata di “Beautiful” a chi abbia smesso di vederlo negli anni Novanta. Il problema non è solo che alla maggior parte dei protagonisti non saprebbe ormai nemmeno dare un nome, quanto la mancanza del minimo filo conduttore tra la storia che conosceva e quella attualmente in onda. Al di là di poche, prevedibili costanti, s’intende, tipiche di tutte le telenovele: i genitori sono sempre un po’ stronzi, le fidanzate sempre un po’ zoccole e i protagonisti maschili sempre un po’ fessi (ognuno tracci pure i paralleli che preferisce con il mondo della politica, e con la vita).
Checché ne pensino gli antirenziani a prescindere, non si tratta di un problema politico, come dimostra la crisi dei talk-show (e dei giornali, e dei blog). Può darsi che in qualche modo c’entrino i social network, con il progressivo spostamento del dibattito politico dalle pagine dei giornali agli istantanei cinguettii di Twitter. Forse è stato proprio l’imprevisto ritorno della scrittura aforistica in 140 caratteri a dare il colpo di grazia alla forma-romanzo del racconto politico. Nel mondo di oggi nessuno ha più il tempo di leggere davvero “Guerra e pace”, figurarsi un interminabile romanzo a puntate in cui al posto del principe Andrej Bolkonskij ci sia Arturo Parisi.
Certo, c’è sempre l’eccezione rappresentata da Fabrizio Barca, che “Guerra e pace” può vantarsi di averlo letto tre volte*. Nel frattempo, però, Matteo Renzi è diventato prima segretario del Pd e poi presidente del Consiglio. Di Barca, dopo quel denso documento in cui dichiarava guerra al catoblepismo, non si è saputo più niente. Come quei personaggi di cui a un certo punto lo sceneggiatore sembra dimenticarsi, magari perché l’attore corrispondente ha deciso di cercare fortuna altrove, e la produzione ha pensato che non valeva neanche la pena di farlo rapire dagli alieni.
Del resto, se la vicenda del centrosinistra e del Pd fosse ancora raccontabile con i canoni del romanzo ottocentesco, non c’è dubbio sul fatto che a Renzi spetterebbe la parte di Napoleone. Né può esserci dubbio su quale ruolo andrebbe di diritto a Pier Luigi Bersani: l’impassibile generale Kutuzov del Pd, che lascia avanzare il nemico senza mai ingaggiare uno scontro diretto, che guarda bruciare la capitale senza battere ciglio, convinto che solo due cose decidano le sorti di una guerra: pazienza e tempo (e al quale molti antichi sostenitori potrebbero forse rimproverare di avere abusato di entrambi, quando sarebbe toccato a lui andare all’attacco).
Quanto a Walter Veltroni e Massimo D’Alema, protagonisti indiscussi della ventennale telenovela andata in onda fino a oggi, è presto per dire che ruolo si ritaglieranno. Certo lo specialista in ritorni dall’oltretomba è Romano Prodi, ma le sceneggiature del centrosinistra sono sempre state generose di colpi di scena a fine episodio, proprio quando il governo sembrava avviato e la maggioranza pacificata. E se la storia si dovesse ripetere, è probabile che sarebbero in molti a tornare in scena. Ma forse, in quel caso, ne resterebbero delusi anche i fan più incalliti, persino i nostalgici più inguaribili. Quelli che le puntate di “Beautiful”, negli anni Novanta, le registravano su vhs, perché a quell’ora erano a lavoro, e passavano le domeniche a mettersi in pari. Perché oggi, con il digitale, è pieno di canali che mandano in onda telefilm e telenovele di venti o trent’anni fa, e nessuno resiste più di dieci minuti. Anche se l’ultima stagione dovesse concludersi con la caduta di Renzi e l’inaspettato ritorno di Veltroni dall’Africa, con una barba alla Tiziano Terzani, deciso a rivelare finalmente in diretta tv di essere il fratello segreto di D’Alema, è assai improbabile che basterebbe a tirare fuori il paese dalla crisi degli ascolti.
La nuova classe dirigente del Pd ha biografie più brevi, più semplici, più lineari. Nessuno ricorda se Lorenzo Guerini abbia mai cucinato un risotto, quali siano i gusti cinematografici di Francesco Bonifazi, se Debora Serracchiani scriva “centrosinistra” con o senza trattino, e forse è meglio così. Ormai persino Ridge è stato sostituito da un tizio che somiglia a Kabir Bedi, figuriamoci se non si possono sostituire i leader del centrosinistra. La nuova epoca è più disinvolta. Sono lontani i tempi in cui per discutere con Silvio Berlusconi di riforme istituzionali, D’Alema si doveva nascondere in casa di Gianni Letta. Per non parlare di quando, per ottenere la fiducia da Francesco Cossiga senza fare infuriare i prodiani, nel suo discorso da presidente del Consiglio incaricato, doveva scrivere “centrosinistra” tre volte in tre modi diversi: con il trattino (come voleva Cossiga), senza trattino (come volevano gli ulivisti) e pure staccato (che non glielo chiedeva nessuno, ma a quel punto, si sarà detto, meglio abbondare).
D’altronde, erano tempi più cupi anche per la vita privata. Tempi in cui Giovanna Melandri doveva smentire a mezzo stampa persino di avere partecipato a una festa nella villa di Flavio Briatore a Malindi, spiegando che lei andava in Africa per fare del bene, nella casa acquistata “da Daria Colombo, moglie di Roberto Vecchioni”. Per essere poi sbugiardata dall’implacabile servizio fotografico pubblicato da Chi. Sono lontani quei momenti, quando uno scatto provocava turbamenti: servisse a qualcosa, al prossimo incontro sulle riforme Maria Elena Boschi non esiterebbe un minuto a farsi un selfie con Denis Verdini.
Potrà piacere o non piacere, ma è naturale che sia così: sono passati vent’anni, mica venti minuti. Del resto, erano gli anni Novanta anche quando Ridge e Caroline si fidanzavano per la prima volta, dando avvio a una ventennale saga di tradimenti, matrimoni falliti e sanguinose separazioni. Proprio come il centrosinistra.

* Nota del direttore. Mi dice Newbury che Gladstone confessò di aver letto “Guerra e pace” tre volte, ma al contrario di Barca tre volte di seguito, aspettando che la moglie finisse di truccarsi.

(il Foglio, 20 settembre 2014)

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