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Anatomia di un’eternità

29/09/2014

il FoglioIl problema del presidente del Consiglio è semplice. Prima, da segretario del principale partito della sinistra, è stato attaccato al grido di “inciucio” per l’accordo sulle riforme istituzionali con Silvio Berlusconi. Poi, per essere salito a Palazzo Chigi senza passare dal voto, mandando a casa un altro leader di centrosinistra tra nuove accuse di complotto e intelligenza con il nemico. Mancava solo lo scontro con il segretario della Cgil sull’articolo 18, ma la lacuna è stata colmata in questi giorni. Il problema è che non siamo nel 1997 o nel 1998 e il presidente del Consiglio non si chiama Massimo D’Alema, sebbene i temi al centro dello scontro politico siano, come si vede, esattamente gli stessi.
Probabilmente, tra una ventina d’anni o giù di lì, qualche spregiudicato giornalista investigativo ricorderà come molti dei più aspri censori del presunto complotto dalemiano per andare a Palazzo Chigi – e del patto con Berlusconi sulle riforme – sarebbero stati poi tra i più fermi sostenitori del governo Renzi (o suoi componenti). Ma non è la questione morale che conta. Del resto, in Italia da trent’anni si parla solo di questioni morali e non sembra che il tenore complessivo della vita pubblica ne abbia tratto giovamento. L’aspetto che dovrebbe preoccupare Matteo Renzi – e tutti noi – è piuttosto un problema sistemico: il fatto che nella politica italiana sia sempre il giorno della Marmotta, che i titoli dei giornali e le dichiarazioni e tutto il solito copione si ripeta sempre uguale a se stesso, consumando però i suoi attori a crescente velocità.
Renzi non è certo il primo “uomo nuovo” che si presenta sulla scena in alternativa alla vecchia politica, tra gli applausi dell’establishment: è anche questo un ruolo classico del copione, che negli ultimi vent’anni è stato interpretato da innumerevoli e diversissime personalità, da Mario Segni a Mario Monti. A prima vista, dunque, le parole d’ordine e la carica iniziale dell’ex sindaco di Firenze non rappresentano una rottura, né politica né estetica, in questo interminabile ventennio berlusconiano. E tuttavia, da presidente del Consiglio, Renzi ha dato più di un segnale in controtendenza: la scelta di privilegiare la riduzione delle diseguaglianze rispetto alla riduzione del deficit con gli 80 euro, la rivendicazione di un’autonomia della politica dai grandi giornali e dalle grandi procure, l’abbandono di una certa retorica della società civile (e della relativa tendenza a esternalizzare le candidature).
Ora però Renzi è arrivato al bivio. Deve decidere se vuole passare alla storia come “il Monti giovane” (o se preferite come il “Dini bello”, o “il Rutelli così così”) o se invece dalle future generazioni vuole essere ricordato come l’Adolfo Suárez della Seconda Repubblica. Vale a dire come l’uomo che pur essendo nato e cresciuto all’interno di un sistema, o forse proprio per questo, contro tutte le aspettative, lo ha seppellito.
E’ chiaro che l’equivalente italiano della riforma costituzionale con cui Suárez mise fine al franchismo non sarebbe certo la riforma del Senato, ma una legge elettorale che restituisse finalmente agli italiani, dopo venti anni, il diritto di votare per il proprio partito, abolendo quella mostruosità sconosciuta alle altre democrazie occidentali che sono state le coalizioni. Quello che per Suárez fu la legalizzazione del Partito comunista, per Renzi sarebbe la rilegittimazione dei partiti in quanto tali.
Se invece, in nome del presunto diritto di sapere chi ha vinto la sera stessa del voto, i partiti continueranno a scomparire dentro coalizioni acchiappa-tutto, sapere chi ha vinto le elezioni sarà di ben poca consolazione, perché nessun vincitore potrà governare. E ogni due o tre anni ci ritroveremo a discutere dell’articolo 18, proprio come facciamo oggi: una discussione tale e quale a quella del 1997, quando vinsero i sindacati e lo statuto dei lavoratori non fu toccato, ma anche al dibattito di appena due anni fa, quando invece fu toccato eccome. A dimostrazione di quanto conti il merito della questione in questo dibattito.
Anche qui, Renzi può legittimamente scegliere di ripercorrere la strada di tanti suoi predecessori, in nome di una terza via che andava di moda ai tempi del governo D’Alema, quando i film si guardavano sul videoregistratore e i cellulari si portavano attaccati alla cintura perché in tasca non c’entravano. Oppure, se se la sente, può provare a spiazzare davvero avversari e sostenitori, come fece Suárez. E come racconta Javier Cercas in quel singolarissimo libro che è “Anatomia di un istante”.
L’istante in cui, il 23 febbraio 1981, un gruppo di militari al seguito del tenente colonnello Tejero irrompe nel Parlamento di Madrid, ordina ai deputati di gettarsi a terra e comincia a sparare. L’istante in cui solo tre parlamentari rimangono immobili al loro posto, sfidando le pallottole: Suárez, l’anziano generale Manuel Gutiérrez Mellado e Santiago Carrillo, il segretario del Partito comunista che Suárez ha legalizzato dopo quarant’anni di clandestinità. E’ l’istante in cui la democrazia appena nata sembra già spacciata, e spacciati prima di ogni altro sembrano proprio quei tre, i tre “traditori”: il traditore del franchismo Suárez, che dentro il Movimento aveva fatto tutta la sua carriera, il traditore dell’esercito Gutiérrez Mellado, che nel 1936 aveva combattuto al fianco dei golpisti di Franco, e il traditore della patria per antonomasia, il comunista Carrillo (ma anche, come Suárez e Gutiérrez Mellado, traditore del suo campo, avendo rinunciato a ogni regolamento di conti e a ogni prospettiva rivoluzionaria). E’ pensando a questi tre eroi del voltafaccia che Cercas parla di “un’etica del tradimento”, perché senza di loro l’alternativa alla morbida transizione spagnola sarebbe stata una nuova guerra civile.
In Italia, per fortuna, un simile rischio non c’è. E comunque sarebbe difficile immaginare il compassato Ferruccio de Bortoli nei panni del colonnello Tejero, mentre entra alla Camera con in testa il tricornio della Guardia Civil, sebbene certamente il suo ultimo editoriale abbia risuonato come un colpo di pistola nell’emiciclo di Montecitorio. Ancor più difficile figurarsi Silvio Berlusconi nella parte del leader comunista Santiago Carrillo. Praticamente impossibile, poi, immaginare qualunque scrittore italiano di oggi al posto di Javier Cercas, in un’Italia in cui le accuse di tradimento e la delegittimazione morale dell’avversario rappresentano letteralmente il pane quotidiano dei nostri intellettuali. E comunque, semmai qualcuno quel libro dovesse decidersi a scriverlo, dovrebbe intitolarlo: “Anatomia di un’eternità”.

(il Foglio, 27 settembre 2014)

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