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Il Pd non s’illuda di non avere avversari

26/11/2014

il MattinoSi possono trovare mille ragioni per spiegare l’altissima astensione registrata nell’ultima tornata elettorale, specialmente in Emilia Romagna: la mancanza del traino di un voto nazionale, il fatto che il risultato fosse scontato, i recenti scandali che avevano investito la Regione. Potremmo continuare a lungo e senza timore di essere smentiti. Del resto, nessuna scienza è per definizione più inesatta di quella che vorrebbe spiegare i comportamenti elettorali. Figuriamoci quando si pretende di trarne conclusioni valide per eventuali elezioni politiche, che hanno una logica loro propria e obbediscono a tutt’altre dinamiche, come la sinistra dovrebbe avere imparato, a sue spese, da almeno vent’anni.
Il rischio, infatti, è che lo scenario di apparente desertificazione del campo avverso generi in Matteo Renzi e nell’attuale gruppo dirigente del Pd un’illusione che ha già portato alla rovina molti dei loro predecessori. Nel 1994 ci cascò il Pds di Achille Occhetto, dopo l’ondata di vittorie alle amministrative del 1993. Anche allora gli storici avversari, le forze del vecchio pentapartito, apparivano stremati, delegittimati e ormai incapaci di rialzarsi. E infatti alle politiche dell’anno successivo spuntò fuori un avversario nuovo di zecca, Silvio Berlusconi, che raccolse e mobilitò buona parte di quegli elettori che alle amministrative erano semplicemente rimasti a casa. E stravinse.
Qualcosa di molto simile accadde anche nel 2006. La seconda metà della legislatura fu uno stillicidio di vittorie elettorali sempre più clamorose per l’opposizione guidata dai Ds di Piero Fassino e poi dalla larga coalizione di centrosinistra ricostruita intorno a Romano Prodi: provinciali, comunali, regionali. “Abbiamo vinto pure a Monza”, ripeteva come un mantra, a ogni successiva tornata, un Fassino sempre più euforico e sicuro dell’imminente trionfo. Una certezza, a onor del vero, condivisa dal novantanove per cento degli osservatori, dei sondaggisti e dei commentatori. In effetti andò un po’ meglio del ’94, perché al termine di una lunghissima e surreale serata di attesa, con tutti i sostenitori scesi in piazza per festeggiare e costretti a una veglia angosciosa, l’Unione di Prodi riuscì a prevalere, seppure di un soffio (peraltro, in termini di voti, soltanto alla Camera). Ma la maggioranza più che risicata, e forse anche una gestione non troppo lungimirante del risultato, consentirono al governo di centrosinistra una stentata navigazione per appena un paio d’anni, seguita da una nuova, schiacciante vittoria berlusconiana.
Simili precedenti, evidentemente, non sono bastati a mettere sull’avviso né i protagonisti né gli osservatori, e come tutti ricorderanno la storia si è ripetuta ancora una volta alle ultime elezioni. Al momento del voto, nel febbraio del 2013, la vittoria del Pd di Pier Luigi Bersani era data per scontata già da più di anno, praticamente sin dall’inizio di quella lunga e stranissima campagna elettorale a bassa intensità che aveva seguito la caduta del governo Berlusconi, nel novembre del 2011. L’esito fu una via di mezzo tra quello che accadde nel 1994 e quello che accadde nel 2006: come nel ’94, a sconvolgere tutti i pronostici fu l’emergere di un avversario inaspettato (in questo caso i Cinquestelle), ma come nel 2006, a mutilare la prevista vittoria del centrosinistra fu un’altra clamorosa rimonta del Cavaliere, che mancò la vittoria solo per un soffio.
Il Pd farebbe bene a riflettere a lungo su simili precedenti prima di farsi tentare dall’ipotesi, che ogni tanto qualcuno torna sempre ad affacciare, di correre a elezioni anticipate per approfittare della debolezza dell’avversario. Gli esempi che abbiamo appena ricordato dimostrano che non ci sono scorciatoie: per vincere le elezioni bisogna convincere gli italiani. Una necessità che troppo a lungo una parte della sinistra (e anche una certa cultura liberale) ha considerato quasi come un problema da aggirare.
Se c’è un difetto che a Renzi non può essere rimproverato è proprio questa concezione elitaria e paternalistica, che guarda con sospetto al consenso elettorale e alla sua ricerca, quasi come una macchia alla propria purezza. Un’allergia diffusa tanto nella sinistra radicale, che preferisce stare all’opposizione piuttosto che compromettersi con il governo, quanto tra i tecnocrati, che preferiscono governare piuttosto che compromettersi con le campagne elettorali. C’è dunque da augurarsi che il presidente del Consiglio non cambi proprio adesso il suo atteggiamento. Sarebbe un bel problema se qualche intoppo parlamentare o il calo di consensi di cui parlano i sondaggi, peraltro assai modesto, lo spingessero a ripetere gli errori dei suoi predecessori. La storia di questi venti anni dimostra che le elezioni politiche non si vincono mai per abbandono del campo da parte dell’avversario. A tavolino si vincono solo i sondaggi.

(il Mattino, 25 novembre 2014)

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