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Storia breve delle scissioni nel Pd

01/12/2014

il FoglioDa destra o da sinistra, a guida ex comunista o ex democristiana, con obiettivo neocentrista, veterosocialista o postrutelliano, la scissione del Partito democratico è da anni un tema ricorrente del dibattito pubblico. Un tormentone che ha accompagnato questa strana formazione politica sin dal suo primo concepimento.
Del resto, il Pd è uno dei rari casi in cui la scissione precede la stessa nascita del partito. Già all’indomani dell’ultimo congresso Ds che sancisce la scelta di fondare il nuovo soggetto politico, infatti, le due mozioni contrarie, guidate da Fabio Mussi e Gavino Angius, si staccano per dare vita a Sinistra democratica. E pensare che il timore della spaccatura aveva tormentato l’intero processo costituente del Pd per quasi cinque anni, sin da quel lontano luglio del 2003 in cui Romano Prodi aveva avanzato sul Corriere della Sera la proposta di una lista unica dell’Ulivo alle europee dell’anno seguente e Massimo D’Alema aveva rilanciato con la proposta di un partito unico dei riformisti. Il timore di una rottura è tanto forte che alle politiche del 2006 la lista unitaria viene presentata soltanto alla Camera, lasciando Ds e Margherita liberi di prendere ciascuno i suoi voti in Senato, che sommati fanno però ben tre punti in meno della lista unitaria. Tre punti che in quel Senato avrebbero fatto parecchio comodo al fragile governo Prodi.
Cinque anni di mediazioni e compromessi sempre più arzigogolati non riescono comunque a evitare la scissione in limine mortis dei Ds, con la nascita di Sinistra democratica. In compenso, la lunga gestazione e le alte aspettative non portano fortuna all’esperimento, che subisce la prima scissione, a sua volta, solo pochi mesi dopo, quando Angius propone la partecipazione alla costituente socialista con lo Sdi di Enrico Boselli. La maggioranza di Sinistra democratica (dopo un altro paio di scissioni minori, subito riunitesi nella formazione “Sinistra per il paese”, poi confluita nel Pd) decide di proseguire con Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi nella costruzione della Sinistra arcobaleno guidata da Fausto Bertinotti, che alle elezioni dell’anno seguente (aprile 2008) totalizza un non esaltante 3 per cento, passando così da 150 parlamentari a zero. Non va meglio ai rivali angiusiani di Democrazia e socialismo, subito confluiti nel rinato Psi, che non raggiunge l’1 per cento. Qualche mese dopo (settembre 2008) lo stesso Angius annuncia all’Unità l’intenzione di tornare sui suoi passi con parole inequivocabili: “Il Pd è quel che è, però è quel che c’è”.
Nonostante l’esito infausto di queste sue prime incarnazioni, lo spettro della scissione non smette di aleggiare sul nuovo partito. Dopo l’incoronazione di Walter Veltroni a segretario del Pd, il sospettato numero uno diviene naturalmente Massimo D’Alema. E specialmente quando, nel giugno del 2008, il presidente di ItalianiEuropei dà vita a una sua associazione (Riformisti e democratici) con tanto di tessere. Una decisione tanto più dirompente in tempi in cui il partito veltroniano sembra tentato di abolirle per sé, suscitando l’ira di Pier Luigi Bersani, che conia per l’occasione la fortunata definizione di “partito liquido”. Ma nonostante le durissime polemiche interne (Giorgio Tonini arriva a parlare di “sabotaggio” e di “un lavoro obliquo e opaco” per indebolire il segretario), della scissione non si vede traccia. All’indomani della sconfitta elettorale alle regionali della Sardegna, la quinta in appena sedici mesi di vita del nuovo partito, Veltroni si dimette. Gli subentra Dario Franceschini, che al successivo congresso (ottobre 2009) perde però nettamente contro Bersani.
Neanche il tempo di capire cosa sia successo ed ecco che una scissione arriva davvero: Francesco Rutelli lascia il Pd per fondare Alleanza per l’Italia. Lo seguono in pochissimi, anche tra i rutelliani (saggiamente, almeno con il senno di poi, considerato che oggi sono tutti ai vertici del governo, mentre Rutelli non è più nemmeno in Parlamento). Ma la storia delle convulsioni interne ai democratici non finisce qui. Passa solo qualche mese e nel settembre 2010 una nuova rottura si profila all’orizzonte. Adesso, però, è il turno dei veltroniani. E se l’uscita di Rutelli era stata in qualche modo preannunciata da un libro (“La svolta. Lettera a un partito mai nato”, Marsilio), le anticipazioni del nuovo libro di Walter Veltroni che appaiono sulla stampa (“Rivoluzione democratica”, Feltrinelli) non sembrano promettere niente di meno.
Lo sparo di Sarajevo è l’uscita dei veltroniani da Area democratica, l’ex mozione Franceschini, colpevole di essere scesa a patti con la maggioranza bersaniana. Nasce Movimento democratico (Modem) e si presenta con un documento durissimo verso Bersani, firmato da ben 76 parlamentari del Pd, guidati da Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Giuseppe Fioroni (battezzato perfidamente dalla stampa “il documento degli oni-oni”). In poche ore, però, accade qualcosa.
Il documento annunciato come un tremendo attacco a un Pd “senza bussola”, quando il giorno dopo viene reso pubblico, perde buona parte della sua carica offensiva, compreso il passaggio sulla bussola. Ed è seguìto da una sfilza di interviste-rettifica di Veltroni, la prima a “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, per spiegare che sì, aveva promosso un documento tra i parlamentari del Pd e pure un nuovo movimento, ma mica per fare polemica. Anzi, per favorire l’unità.
E il libro? Quel libro in cui Veltroni, come recita in quei giorni la scheda ancora in bella vista sul sito della Feltrinelli, ripercorre la sua vita politica “dalla nascita del Pd con la sfida del Lingotto alle elezioni del 2008, alle ragioni delle dimissioni che hanno interrotto un progetto nuovo per la politica italiana”? Quel libro che era soltanto, come scriveva Repubblica, un “tassello della strategia”, ma soprattutto “la denuncia di un tradimento”, quello “compiuto da Bersani, colpevole di aver dimenticato i valori fondativi del progetto, di rispolverare l’Ulivo e andare a caccia di alleati”? Non se ne è saputo più nulla. E lo stesso Modem è presto uscito dai radar.
In compenso, lo spettro della scissione ha continuato ad aggirarsi per il Partito democratico. Dunque, oggi che il tema torna a guadagnare le prime pagine dei giornali, dalle esperienze precedenti si può forse trarre una lezione. E cioè che le scissioni di maggiore successo sono quelle continuamente adombrate e mai realizzate, capaci di dare a minoranze anche molto ridotte una visibilità e un potere di condizionamento enormi. Ma bisogna stare attenti a non spingersi troppo in là con le parole. Altrimenti, si rischia di ritrovarsi tutto a un tratto dinanzi a una tragica alternativa: rimangiarsi tutte le proprie roboanti dichiarazioni o metterle in pratica.

(il Foglio, 30 novembre 2014)

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